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Il personaggio. Van de Sfroos: «Ritorno al canto dopo Auschwitz»

Andrea Pedrinelli mercoledì 20 novembre 2019

Il cantautore laghee Davide Van De Sfroos / Luca Bernasconi

L’artista lo definisce «disco della ripartenza», il suo album dal vivo che in più forme (dal doppio Cd al triplo vinile) vedrà la luce venerdì intitolato Quanti nocc, quante notti. E tale album ne testimonia due tour seguiti a un quasi-ritiro, il teatrale “Tour de nocc” e l’estivo “Van Tour”, tramite la rivisitazione energica e vibrante di ben 23 sue canzoni. E però Quanti nocc, disco rutilante di colori (dal jazz al rock al Latinoamerica) è in realtà ben altro che una semplice ripartenza musicale, per Davide Van De Sfroos. Piuttosto, è un approdo: d’un percorso interiore travagliato. Va dunque da sé che incontrandolo, il cantautore laghee classe ’65 parli poco o punto del tour in-store di firmacopie del Cd che partirà sabato da Varese; e che con lui si sfiori appena, d’approfondire cosa coi nuovi arrangiamenti volesse riscoprire nei brani da lui originariamente sparsi in sei dischi fra ’99 e 2014. Tutto passa in secondo piano appena si fa palese dalle parole dell’artista che egli riparta – mirando a un prossimo ritorno anche agli inediti, dopo un lustro – con l’alto obiettivo etico di «portare alla gente meno rabbia possibile». Perché la vera ripartenza di Van De Sfroos, ha preso le mosse prima dei concerti testimoniati nel live: e da un angolo buio della storia il cui nome è Auschwitz.

Lei aveva appeso la chitarra al chiodo e si era dedicato a scrivere libri: poi, cos’è successo?

Poi ho preso il Treno della memoria e sono andato ad Auschwitz. Portando con me la chitarra solo perché mi avevano detto che alla fine a Cracovia si usava suonare insieme. E io mi dicevo: ce la farò? Venivo dalla depressione, forse non era neppure una buona idea andarci sin lassù. Eppure, coi brividi addosso per la morte che ancora si respira dov’era il lager, appena uscitone mi è scattato il desiderio di suonare: a celebrare la libertà, la vita, le nostre cose semplici e quotidiane. E lì ho capito che sì, potevo ancora portare messaggi tramite la musica.

Da Auschwitz, dunque, si avvia la sua “ripartenza”?

Sì. Dopo Auschwitz sono andato a suonare in alpeggi e miniere, sempre con uno o due musicisti al più, e sfiorando la psicanalisi di massa. Io facevo outing della depressione e in tantissimi si sentivano sostenuti, vedevano che certi problemi non erano solo loro. Sono andato pure nelle scuole, a parlarne. E infine sono tornato a suonare su palchi normali.

La musica l’ha aiutata, quando stava male?

Quella degli altri sì. Non frequentavo più la mia, però: ascoltavo suoni tribali cercando di tornare al centro dell’uomo, alle origini. Ho imparato ad abbassare la testa durante la malattia: ho camminato fra boschi e montagne, mi sono ritirato a meditare, pregavo in chiese isolate… E l’universo mi ha aiutato a guarire trasmettendomi segnali di aprirmi di più.

Questo disco dal vivo dunque è l’atto finale con cui Davide Van De Sfroos torna definitivamente in scena?

Senz’altro. E volevo fermare, le immagini sonore di questa ripartenza: anche perché certe atmosfere swing o jazz avevano affascinato il pubblico.

Che cosa voleva condividere quand’è tornato a tenere concerti, diciamo così, ufficiali?

La necessità di raccontare le storie dell’uomo prima che si perdano. Sa, le mie canzoni forse faranno sorridere ai piani alti di questa professione: però non prendo sottogamba quanto dice la gente, per me far musica è relazionarmi con persone. Persone che quando io stavo male, ci sono state; e persone che ritengono io sappia dar loro qualcosa, tanto che per testimoniare quanto questa medicina strana che è la musica li corrobora me li ritrovo sotto il palco ogni sera, chi persino dal Friuli o dall’Emilia.

Dov’è il centro dell’uomo Davide Bernasconi, in queste canzoni riviste del cantautore Van De Sfroos?

In La preghiera delle quattro foglie, che risente delle mie ricerche spirituali, e in brani come La figlia del tenente o Brèva e Tivàn che sono il Davide primordiale. L’uomo che si metteva in riva al lago ad assorbirne lo spleen, e non soltanto quello.

Ora è pronto a tornare a dischi di inediti?

Ora sì: a gennaio entrerò in studio con musicisti rispetto ai quali oggi mi sento più sicuro, nello spiegare cosa voglio ottenere, e partendo da molti brani pronti. Tanti di essi sono nati in questi anni di lavoro, altri nascono quasi ogni giorno. Perché nasca un disco, servirà però dar loro una struttura.

Presentando l’ultimo Cd inedito, cinque anni fa disse che vedeva in giro paura di soffrire e mancanza di bontà: e oggi che società finirà col ritrarre?

Da una parte vedo gente coraggiosa, che si mette in gioco, che corre se hai bisogno: i pompieri, ma anche chi va in casa a trovare gli anziani; ma dall’altra parte vedo un grande schieramento d’insoddisfatti, irrisolti, pitoni da tastiera che spargono veleno gratuito e scappano all’idea di aprirsi agli altri. La sofferenza oggi è un demone che forgia guerrieri sballati, armi, aggressività: perché non sempre dietro certe faccende ci sono persone cattive.

Dunque ora il suo compito da artista quale sarà?

Tornare alle origini delle persone e dei luoghi. Come facevo all’inizio, mettendo magari meno fatti miei nella catapulta. Miro a una poetica in cui possano ritrovarsi altri facendola poi propria: gli ingredienti saranno meno rabbia e più poesia, meno tenaglie e più aperture, meno ansia di farsi giustizia da sé e più ascolto.

Ma dopo aver fatto Sanremo e aver suonato a San Siro le manca ancora qualcosa, come musicista?

Solo la continuità. Sapere che posso andare avanti nel modo corretto anche se gli anni passano e magari le energie vacillano, riuscire sempre a dosare le forze sapendo che non bisogna alimentare rabbie o paure. Perché se scoppia una bomba non voglio essere fra quelli che subito corrono a cercare i colpevoli per punirli: ma stare fra coloro che vanno a vedere chi si è fatto male, chi ha bisogno d’aiuto.