Agorà

Teatro. A Rimini è tornato a cantare il “Galli”

Pierachille Dolfini domenica 28 ottobre 2018

Il mezzosoprano Cecilia Bartoli all’interno del Teatro Galli di Rimini

Forse, alla fine, l’evento artistico è quello che “conta meno” nella riapertura di un teatro. Che diventa un fatto sociale. Assume un valore culturale che va oltre la serata inaugurale che, certo, accende i riflettori sull’evento. Così la riapertura oggi del Teatro Galli di Rimini è l’occasione per riflettere sul ruolo di un palcoscenico e di una platea. Luogo di incontro, luogo di formazione per una collettività che avviene insieme, fianco a fianco, vedendo le stesse cose e lasciandole risuonare (in modo certo diverso) dentro di sé. Luogo di crescita di una coscienza civile attraverso l’arte, arte fatta di note e di parole, quella che ci fa riflettere su chi siamo mettendoci di fronte a storie di altri uomini. Come in uno specchio. E come in uno specchio Rimini si rivede nel suo teatro. Rivede la sua storia dopo 75 anni. Tanto il Galli è rimasto senza voce, distrutto nel 1943 dalle bombe della Seconda guerra mondiale e oggi ricostruito sul progetto originale di teatro all’italiana, quello con i palchetti ad abbracciare la platea, di Luigi Poletti. Il teatro profuma ancora di nuovo, odore intenso di vernici e di legno. Gli operai e le imprese di pulizie hanno da poco finito il lavoro, in una corsa contro il tempo per riconsegnare l’edificio alla città. Odore di polvere, che in teatro c’è sempre. La polvere del palcoscenico. Ma anche quella che rischia di depositarsi su copioni e partiture se non le si leggono (con intelligenza) con gli occhi del presente.

Dal Galli è da subito passata la storia perché Giuseppe Verdi scrisse per l’inaugurazione della sala Aroldo, opera che debuttò il 16 agosto 1857 in quello che allora si chiamava Teatro Nuovo e che sarà intitolato, ancora semidistrutto dalle bombe, al musicista Amintore Galli nel 1947. In mezzo un’altra intitolazione, quella a Vittorio Emanuele. Non saranno, però, le note di Verdi a riaprire la sala – qualcuno aveva pensato a un progetto per riportare Aroldo a Rimini con Riccardo Muti sul podio, forse non del tutto archiviato –, ma quelle di Giochino Rossini (anche per ricordare i 150 anni della morte del musicista pesarese) e della sua Cenerentola affidata a Cecilia Bartoli, romana di nascita, ma con origini a Rimini. Lunghissimi applausi e un tifo quasi da stadio per la versione semiscenica per la traduzione in musica della celeberrima favola che ieri sera ha visto in scena il mezzosoprano affiancato da Edgardo Rocha, Alessandro Corbelli e Carlos Chausson diretti da Gianluca Capuano alla guida de Le musiciens du Prince. Il progetto di Poletti, datato 1841, si concretizza tra il 1843 e il 1857: stile neoclassico per i tre ordini di palchi (con 23 palchi ciascuno) e la galleria (per un totale, platea compresa, di 826 posti) e un foyer con scale circolari.

L’inaugurazione con Verdi, una lunga attività. Nel 1916 il ter- remoto che danneggia il teatro. Una prima ricostruzione e la riapertura nel 1923 con la Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai. Nel 1943 l’ultima opera ad andare in scena è la pucciniana Madama Butterfly poi nella notte del 28 dicembre le bombe della guerra distruggono il tetto e parte della sala. Macerie che diventarono rifugio per i militari e che ora non ci sono più. Macerie a cielo aperto per un teatro senza più porte, saccheggiato nelle sue decorazioni e nei suoi oggetti nel corso del tempo. Macerie rimosse, arredi e decorazioni ricostruiti con scrupolo filologico per un restauro all’insegna del “com’era e dov’era”, come era accaduto per la ricostruzione della Fenice di Venezia. Un restauro complesso, con molti stop e ripartenze. Un primo restauro nel 1975 interviene sul tetto e su alcuni saloni, nel 1997 si mette mano alla facciata. Poi nel 2010 l’idea di un progetto di risistemazione complessiva. Il bando del Comune fu vinto dell’architetto Adolfo Nicolini, ma ci fu quasi una sommossa contro l’idea di demolire il Galli e ricostruirlo (con linee moderne) ex novo.

Ancora uno stop prima del via definitivo dei lavori, con la supervisione del ministero per i Beni culturali e della Soprintendenza: prima pietra il 1 ottobre 2013, costo complessivo dell’impresa 36 milioni di euro. Estromessi, non senza polemiche, i vecchi palchettisti, è partita una campagna di raccolta fondi a sostegno delle spese di restauro del Galli. “Entra in scena” lo slogan scelto per invitare i privati a sostenere l’impresa: 650mila euro già raccolti attraverso donazioni, sponsor e contributi legati all’Art bonus. Campagna ancora in corso e dettagliata sul sito del teatro, www.teatrogalli.it, accanto al programma dei due mesi inaugurali e alle foto del Galli. Un rosso cupo, il colore della terra, per la facciata dalle linee austere che si affaccia sulla piazza di Castel Sismondo. Dentro il bianco e l’oro a illuminare la sala. Che ieri sera è tornato a riempirsi di musica.