Agorà

L'analisi. La RELIGIONE nelle serie tv non fa fede

Andrea Fagioli mercoledì 13 luglio 2016
Del controverso rapporto tra serie tv e religione c’è da qualche settimana stampata nella mente di molti telespettatori un’immagine simbolo. È nella parte conclusiva di Gomorra 2, quando Malammore, sicario di fiducia del boss Pietro Savastano, bacia il Crocifisso che porta al collo e poi spara a sangue freddo alla piccola figlia di Ciro Di Marzio. Terrorizzata, la bambina si rannicchia nel sedile posteriore dell’auto. È un’esecuzione spietata nel nome, o quantomeno nella “giustificazione”, per assurdo, di Colui che ha dato la vita per la salvezza degli altri.  La serie ispirata ai romanzi di Roberto Saviano è piena di simboli religiosi. Lo stesso finale, dopo l’uccisione della ragazzina, avviene con la vendetta di Ciro all’interno del cimitero dove Pietro si è recato per parlare (letteralmente) alla moglie morta. In questi uomini spietati c’è dunque il culto e il rispetto dei morti. Pietro, infatti, è andato nella cappella di famiglia per spiegare alla consorte defunta che non ce la fa più a vivere da solo e quindi chiede una sorta di permesso al riaccompagnarsi con un’altra donna. Poco dopo, invece, è costretto ad accettare la morte. Lo farà con dignità, togliendosi gli occhiali e pronunciando la frase: «A’ finè ro’ juorno sta tutta ca’».  Criminalità e quotidianità, anche religiosa, vanno di pari passo. I camorristi hanno le case piene di immagini sacre di fronte alle quali si fanno il segno della croce. A tavola non si fuma e si dice la preghiera prima di iniziare a mangiare. In questo senso Gomorra, più che strumentalizzare la religione, cerca di rappresentare un ambiente reale le cui caratteristiche si capiscono bene da quanto narrato dal gesuita padre Fabrizio Valletti, superiore della comunità di Scampia e responsabile dell’omonimo progetto. «Percorrendo le strade del quartiere si potrebbe pensare – racconta Valletti – che la popolazione viva una diffusa religiosità. In ogni raggruppamento di palazzi si incontrano edicole sacre o sculture con tanto di tempietto sovrastante. Anche nei cortili, negli androni, nei pianerottoli è un susseguirsi di immagini, di altarini, illuminati e sempre decorati con fiori. Se si considera che la maggior parte di que- ste immagini sacre è stata posta per iniziativa delle famiglie che controllano le piazze dello spaccio, viene da pensare che ci sia un legame fra la cultura della camorra e questa ostentazione di pietà religiosa». Padre Valletti la individua nell’ipotesi di una «continuità simbolica fra l’affermazione del “protettore” malavitoso e la richiesta di protezione divina». Fatto sta che «la religione impregna la camorra»: «Gli uomini d’onore dei clan reinterpretano il messaggio cristiano a loro modo, così che questo, nella loro personalissima concezione, non possa essere considerato in contraddizione con l’attività camorrista ». In poche parole «il clan che finalizza le proprie azioni al vantaggio di tutti gli affiliati considera il bene cristiano rispettato e perseguito dall’organizzazione».  Rapporto controverso evidente, che la serie televisiva di Gomorra ripropone più che interpretare. Non è così per altre serie, soprattutto per quelle straniere. Ma anche per altre italiane. Un piccolo, ma significativo esempio, ci viene dal recente Dov’è Mario? con Corrado Guzzanti. In questo caso la religione è irrisa con lo sketch volgare sulla suora protagonista della pubblicità dell’ipotetico medicinale Scurè o con la badante di Mario che tira fuori dalla borsa la statuina di una Madonna e la moglie di Mario che spiega come in quella casa non siano molto religiosi, ma se alla donna avesse fatto piacere avreb- bero messo un Crocifisso nella sua camera. «Solo Lei – replica la badante riferendosi alla statua della Madonna –, Lui non lo reggo!». Battuta vicina al blasfemo come per altro accade, dall’altra parte dell’Oceano, con Jane the virgin dove, fatta salva tutta l’ironia che si vuole, la statua della Madonna canta in chiesa insieme al coro invitando la giovane protagonista a tenere le gambe chiuse e dove la madre di Jane, quando scopre che la figlia è incinta pur essendo vergine, si inginocchia e recita una sorta di Ave Maria con sinonimi più che discutibili. Restando sulle serie americane, ci imbattiamo spesso in quelle che hanno in sé elementi religiosi o pseudo tali come Il trono di spade e Dominion. Quest’ultima con tanto di guerra tra due schiere di angeli e l’attesa di un nuovo messia. In entrambi i casi siamo di fronte a uno sorta di fantascienza più portata all’agnosticismo e all’ateismo. Le religioni del futuro sono generalmente appannaggio di un gruppo dominante che le sfrutta per mantenere il potere. Discorso diverso invece per serie come l’apocalittica (ma non in senso biblico) The walking dead, che è seguita a Lost, o più ancora Outcast con i suoi indemoniati e i conseguenti esorcismi. Anche se qui non c’è il prete cattolico de L’esorcista, bensì un pastore evangelista del West Virginia, fermamente convinto che occorra combattere la dura battaglia contro le forze demoniache nonostante lui non sia proprio un esempio positivo. Indemoniati a sfare anche nel sanguinolento Penny dreadful, che però è più una generica storia dell’orrore ambientata nella Londra Vittoriana.  Da noi deve ancora arrivare The Path, serie televisiva statunitense incentrata sugli appartenenti a un presunto movimento religioso chiamato Meyerismo.

Aaron Paul è Eddie Lane, protagonista della serie The PathMa anche in questo caso dietro a riti, regole e preghiere si nascondono oscuri segreti. Ed è appunto uno degli elementi che caratterizza molte serie tv: la religione intesa come mistero con la “m” minuscola, come occasione per mettere in scena soprattutto il male. A volte, invece, la fede è un’opzione tra le altre. In ogni caso, la rappresentazione della religione nelle serie televisive (e non solo) è quasi sempre parziale. Se ne coglie, nel bene e nel male, un aspetto. Gli approcci sono diversificati e spesso la cultura religiosa degli autori è scarsa.