Agorà

Il caso. Redivivo, romanzo popolare

MASSIMILIANO CASTELLANI domenica 10 gennaio 2016
Questa di Hugh Glass è la storia vera, e autentica è anche la sua vendetta. Forse molti lettori erano distratti quando due anni fa da noi è arrivato in libreria Revenant (“Il redivivo”, Einaudi) e non si sono resi conto che si trattava di un capolavoro assoluto. Colpa forse del genere fuorviante e paludato del western in salsa hollywoodiana. Ma soprattutto deve essere stata la scarsa conoscenza dell’autore, Michael Punke, che non è un membro dell’esclusivo circolo degli scrittori americani, ma un diplomatico con trascorsi alla Casa Bianca sotto la presidenza di Bill Clinton e ora ambasciatore a Ginevra, presso l’Organizzazione mondiale del commercio. In questo caso ambasciator porta le pene di Glass sulla pagina e lo fa con un saggio romanzato che rapisce immediatamente chi si avventura nella sua fantastica lettura. Il ritmo e lo stile vanno ben oltre il certosino lavoro di ricercatore di fonti storiche. Punke ricrea la “Storia” del trapper avventuriero, un personaggio che è entrato a far parte della tradizione folkloristica americana. Un Ulisse moderno che prima delle odissee vissute tra i territori lambiti dalle acque del Missouri e le Montagne Rocciose del Sud Dakota è scampato a naufragi in mare aperto a Cuba, agli assalti dei pirati di Jean Lafitte e alla convivenza con gli indiani Pawnee che prima di lui «non avevano mai visto un uomo bianco». Questa straordinaria figura epica dell’800 è un nomade diventato leggenda e le sue gesta sono state tramandate dagli aedi della vulgata del West. Un passaparola che nei secoli è giunto sino a Punke che non ha resistito al ruolo di estensore delle memorie dell’uomo lacerato e sopravvissuto ai famelici artigli di un grizzly. La speranza è che la resistenza al dolore delle ferite aperte e ricucite naturalmente, ai freddi glaciali e agli stenti della fame nella quotidiana e solitaria lotta per la sopravvivenza, ora non siano state riprodotte sul grande schermo come le peripezie di un Rambo d’antan. Sarebbe come gettare in pasto la “Storia” a quelle belve ingorde, schivate e uccise da Hugh Glass, o ignorare la portate delle sue imprese temerarie compiute tra gli ostili Arikara, i Mandan e i Sioux. Tra il 1823-1824 quello di Glass è diventato il “Viaggio” su cui si fonda parte della filosofia esistenziale del Nuovo Mondo. L’occhio cinematografico sensibile e originale del messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu dovrebbe scongiurare un simile pericolo di mistificazione storiografica e l’avvertimento del protagonista (perfetto anche secondo i dettami letterari) Leonardo DiCaprio dimostra di aver compreso la portata dell’opera di Punke: «Non definitelo un western, ma un viaggio esistenziale di un uomo che cerca se stesso in un’avventura». Un’avventura palpitante, ma la scrittura di Punke non asseconda il passo esasperato del Glass ferito a morte e abbandonato dai suoi timorosi soccorritori iniziali ( John Fitzgerald e Jim Bridger). L’autore si accampa alla giusta distanza, come la sentinella di uno dei fortini in cui Glass cerca riparo e soprattutto dove va a scovare i “traditori”. Sono le Compagnie (composte spesso da galeotti senza scrupoli) che preconizzano la grande industria statunitense che è figlia di quei cercatori d’oro sbarcati dal Vecchio Continente per trovarvi una nuova patria e quindi nuove fortune. Sono gli antenati dei migranti odierni che hanno arricchito e fatto grande l’America, quelli che il messicano Iñárritu poeticamente, anche quando sono dei clandestini, trova che siano semplicemente dei «sognatori senza passaporto». Ecco spiegata la matrice sociopolitica che è parte del viaggio letterario compiuto di Punke sulle tracce di Glass. Al bivio del cammino si trova il confronto tra la legge della solitudine del sopravvissuto e la legge di sopravvivenza del regno animale che spinge l’uomo, in quanto bestia razionale, ad ammantarsi di egoismo e a rifuggire l’idea della morte del suo simile. Il più debole per legge di natura deve soccombere e diventare cibo per gli altri animali affamati e il resto della carcassa sarà humus per la terra madre. Hugh Glass è un personaggio dantesco che tocca con mano la morte, che cade nell’abisso del girone infernale e ripercorre nel delirio della febbre e della menomazione fisica le tappe di una vita in cui il denaro dei commerci di pellicce, la gloria del pioniere passa inevitabilmente in secondo piano. L’esploratore di professione compie un viaggio incredibile dentro se stesso e non lasciatevi ingannare, la vera carta non è quella topografica stampata all’inizio del libro (“I luoghi di Revenant”) ma è un itinerario fatto di cicatrici profonde sulla pelle e nell’anima di Glass. Un uomo lasciato solo dinanzi al suo gigantesco destino, in balia degli spettri della foresta costretto a difendersi dai tanti pericoli, da lupi feroci e orsi affamati, da serpenti velenosi e persino dagli indiani cannibali. Disarmato (gli rubano il coltello) e depredato, privo di ogni genere di sussistenza, per poter lottare contro l’ignoto che lo tiene sotto scacco. E la sua Yellowstone non è quella da cartoon del simpatico orso Yoghi, ma una selva oscura dove la diritta via aveva davvero smarrito. Una una volta salvata la pellaccia, Glass da preda diventa predatore, assetato di vendetta. E qui emerge il tono tragico dell’opera e Punke che è maestro nel tratteggiare le zone d’ombra della ferocia. Chi ha abbandonato Hugh Glass a una fine certa deve essere giustiziato e fare i conti con il revenio cioè con l’uomo ritornato dall’Ade. Insomma, prima o dopo essere entrati in sala per assistere al film di Iñárritu-Di-Caprio, il consiglio è di prendere in mano il libro di Punke. E non per uno studio estetico ed analitico della sceneggiatura che ha ispirato la pellicola, ma semplicemente per arrivare alle radici della fragilità umana dinanzi all’immensità del Creato. Glass cercava vendetta, ma siamo certi che negli ultimi istanti prima di morire (nel 1833 nei pressi di Yellowstone in seguito a un attacco di indiani Arikara) qualcuno gli abbia potuto sussurrare all’orecchio quel passo di san Paolo nella Lettera ai Romani in cui dice: «Non fatevi giustizia da voi stessi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo».