Agorà

Dibattito. Perché la RADIO è una di noi

Alessandro Beltrami mercoledì 4 febbraio 2015
La radio come «area della fantasia, ma anche un’industria, che serve in Italia 35 milioni di persone ogni giorno»: è la base su cui nel pomeriggio di giovedì 4 febbraio a Milano, in Università Cattolica, si confronteranno professionisti e studiosi in un workshop organizzato dal master in Comunicazione musicale. Due i segmenti. Il primo, dedicato al mezzo in generale e moderato da Claudio Astorri, vede i contributi di Giorgio Simonelli, Tiziano Bonini, Carlo Momigliano, Guido Monti e Sergio Valzania. Il secondo è dedicato al rapporto tra radio e musica. Moderato da Gianni Sibilla, ospita nomi storici della radiofonia come Alex Peroni (Rtl 102.5), Federico L’Olandese Volante (R101), Luca DeGennaro (Mtv) e nuove leve come Dario Spada (Radio 105) e Marta Cagnola (Radio 24). Chiude la testimonianza di Linus, che nel 2015 festeggia i 20 anni come direttore artistico di Radio Deejay. Il video non ha ucciso le star della radio. E pare che nemmeno lo streaming digitale riuscirà a piegare il fascino delle trasmissioni via etere. Lo dicono i numeri: sono 34.736.000 gli ascoltatori giornalieri, 66,93% della popolazione sopra i 14 anni. «La radio è piccola e grazie a questo è riuscita a stare nelle cose più grandi: dagli stereo alle auto agli smartphone. È capillare, ha una presenza quasi fisica ed è riuscita a costruire un rapporto affettivo», spiega un dj “storico” come Linus. Ci sarà anche lui insieme a molti suoi colleghi, produttori radiofonici e studiosi all’Università Cattolica di Milano nel convegno “Perché la radio”, organizzato nell’ambito del master in Comunicazione musicale. «La radio è forte perché è un essere vivente – spiega Claudio Astorri, docente di Teoria e Tecnica della Radio all’interno del master – avviene in diretta, è tenuta viva da persone. Ecco perché è una sorta di abuso quello che viene fatto da realtà come Pandora, Spotify o Deezer, che cercano di accreditarsi anche come radio». Secondo Astorri questi servizi di musica on demand sono più simili all’autoprogrammazione: «Una volta si facevano le cassette in casa e le si scambiava con gli amici, oggi quei meccanismi si sono spostati sul web». Negli Stati Uniti, nel 2014 la fruizione musicale digitale è cresciuta del 60% ma la radio, secondo una ricerca Nielsen, resta il canale preferito per scoprire e ascoltare nuova musica. «L’avvento dello streaming può avere un impatto sulle radio piccole dall’identità debole, dalla linea troppo generalista. Ma non toccherà chi ha una identità editoriale forte, basata sul rock, gli anni ’60 e ’70, la disco piuttosto che il liscio». Una caratterizzazione che marca proprio l’universo delle radio locali: «Nonostante il grosso calo dal ’90, queste emittenti hanno resistito molto meglio delle tv locali. Hanno saputo differenziarsi sui target di pubblico, andando a colmare le carenze dei network nazionali, in cui la differenziazione è presente ma è più blanda. Senza poi dimenticare l’importanza delle emittenti comunitarie, come quelle delle parrocchie». Secondo Astorri, invece, quella delle web radio è una promessa mancata: «È un grande rammarico: mi aspettavo la nascita di webcaster che fossero di stimolo al sistema. Ma la difficoltà è innanzitutto infrastutturale, che penalizza investimenti e raccolta pubblicitaria: in Italia il web non è il sistema più efficiente, sia per qualità e potenza sia per i costi, per distribuire il segnale».  Senza dubbio, però, chi ascolta musica dispone di una quantità di mezzi e di possibilità di accesso sconosciuti solo dieci anni fa. Oggi la radio la si segue attraverso lo schermo tv (lo fanno in 2.722.000 milioni), cellulari e pc (rispettivamente 1.690.000 e 1.025.000 di utenti): «La musica è un oggetto intermediale, passa per più mezzi di comunicazione – spiega Gianni Sibilla, direttore didattico del master in Comunicazione Musicale –. La radio è la vetrina per eccellenza della musica dagli anni 20 e oggi detiene ancora posizione fondamentale. I servizi di streaming digitale fanno scegliere i brani in modo diretto o te li suggeriscono in base ad algoritmi che lavorano sui tuoi gusti, la radio invece si basa sul coinvolgimento». Anche per questo, pure se in un panorama mutato sia dal punto di vista tecnologico che commerciale, resta lo strumento di promozione principale degli artisti. «Quando si lancia un disco si passa sempre dalla radio. Le case discografiche hanno persone incaricate di proporre e spingere le canzoni tra i programmatori radiofonici. È un rapporto controverso, molto delicato: basti pensare che la discografia valuta i passaggi radiofonici come le vendite. Ma le due classifiche non sono paragonabili. I tormentoni estivi, oggi un po’ tramontati, ci insegnano cosa sia la sovraesposizione: non sempre infatti la frequenza di passaggi radiofonici si tramuta in successo commerciale».  Anche in un sistema musicale scompaginato dall’ingresso dei talent televisivi la radio, secondo Sibilla, non ha comunque ruolo subalterno: «L’artista che esce dal talent ha già una sua visibilità, è allo stesso tempo esordiente e no. In questo le radio continuano a fare il loro mestiere e scelgono cosa far passare o no. Gli stessi giudici, però, continuano a valutare i cantanti anche sulla base del potenziale radiofonico. E proprio questa “radiofonicità”, una sorta di mantra che serve a dire o a convincersi che una canzone o una voce funzioneranno, è stata invocata da Carlo Conti come criterio di scelta dei pezzi in concorso nel prossimo Sanremo. La radio resta la cartina di tornasole».