Agorà

Quelle rane del Medioevo e la Babele del nostro tempo

di Gloria Riva giovedì 28 aprile 2016
Thomas Merton, quando voleva conoscere le ultime notizie sul mondo, apriva il libro dell’Apocalisse; una lettura che accompagna i cattolici, o almeno quanti recitano mattutino, durante tutto il periodo pasquale. In effetti, il libro, più che raccontare del futuro sembra, oggi più che mai, parlare del presente. È il caso del capitolo 16 dove i tre dominatori del mondo, drago, bestia e falso profeta, s’impadroniscono degli animi diffondendo spiriti che escono dalle loro bocche sotto forma di rane. Lo racconta con una veridicità impressionante un miniaturista del XIII secolo. Sarà perché non è difficile identificare i tre dominatori con alcuni poteri che oggi dominano il mondo, ma non si può fare a meno di pensare che la pagina dell’Apocalisse rappresenti il ritratto della cultura moderna e del dibattito internazionale. Di qualche anno fa è, ad esempio, l’agghiacciante romanzo di Mo Yan dal titolo, guarda caso, Le rane, che racconta di Gaomi, spietata levatrice abortista della Repubblica cinese. Costei, verso la fine della sua vita, attraversando una palude disseminata di rane, riconobbe in quel gracidare insistente, il lamento delle migliaia di bambini da lei uccisi. Ma le rane con la loro pelle viscida e la loro capacità di mimetizzarsi ben rappresentano il nostro linguaggio fluido dove facilmente le parole perdono il significato originale. Qualche esempio? Nei telegiornali si parlò per un anno intero della “ragazza in coma”, mentre la ragazza in questione (Eluana Englaro) in coma non era. Si parla facilmente dell’unione tra uomo e donna, del rispetto della vita e della morte, come valori occidentali, mentre si tratta di principi naturali o, come direbbe papa Benedetto, non negoziabili. Si parla di dialogo laddove mancano i presupposti per un vero rapporto perché il concetto stesso di uomo, di diritto e dignità, di libertà, sono in discussione. Insomma, la Babele è tra noi: la bestia, il drago e il falso profeta, diffondono i loro spiriti menzogneri e i nostri animi restano confusi e umiliati. Nella tradizione medievale rana e rospo si sovrapponevano indistintamente, così come nella miniatura vediamo uscire dalla bocca dei tre mostri, rospi più che rane, ed erano interpretati come simbolo del demoniaco. Il loro sacco pieno di veleno allucinogeno, la “bufotenina” nota come latte di rospo, era simbolo di un linguaggio apparentemente innocuo (come lo è il latte e il gracidare), ma capace di stordire e portare al suicidio a causa delle allucinazioni provocate. Questi anfibi rifuggono la luce e, preferendo la notte, in essa si accoppiano senza alcuna distinzione di sesso o di parentela. La leggenda vuole che le rane impedissero con i loro gracidii a sant’Antonio di predicare e che fossero usati come amuleti nella negromanzia e nella magia nera. I batraci compaiono poi nell’arte: in bocca ai cialtroni; sul petto delle donne lussuriose e rievocano la confusione e l’imbarbarimento culturale che subì l’Egitto nel corso di una delle piaghe inflittegli da Mosè. Insomma tutto ciò disegna un panorama che pare davvero il ritratto di certa cultura moderna, almeno quella che domina le cronache dei nostri quotidiani. Per fortuna, come nella miniatura esiste anche chi, come Giovanni, s’avvede dell’inganno e vi resiste! E a ben vedere siamo tutti un po’ come il povero Giovanni della miniatura inglese, che si gratta il capo e guarda perplesso i gracidanti dominatori, senza poter capire quale discernimento fare in mezzo a tanta babele delle lingue. © RIPRODUZIONE RISERVATA Manoscritto inglese 1255-1260 tempera e foglia d’oro, penna e inchiostro su pergamena dentro la bellezza