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Filosofia. Quando i quaderni di Heidegger bruciavano d'amore

Simone Paliaga domenica 6 febbraio 2022

Il filosofo Martin Heidegger. Esce in questi giorni un altro dei suoi "Quaderni neri"

Nulla est enim maior ad amorem invitatio quam praevenire amando. Una citazione tratta dal De catechizandis rudibus di sant’Agostino apre, quasi in esergo, il carnet intitolato Note VIII scritto da Martin Heidegger a cavallo tra il 1949 e il maggio del 1950. Quel «non c’è richiamo più grande all’amore che precedere amando» vergato in maniera icastica all’inizio di un quaderno, appuntato proprio in quell’anno preciso e non nel corso di un altro, racconta molto di più di quanto ci si potrebbe aspettare da un’annotazione filosofica di uno dei grandi maestri del pensiero del Novecento. Il quinto volume dei cosiddetti “Quaderni neri”, Note VI-IX 1948/49-1951 (Bompiani, pagine 560, euro 32), che riporta la citazione agostiniana ricordata, prosegue il percorso intrapreso con i volumi precedenti, i primi tre intitolati Riflessioni (1931-1941) e il quarto Note (1942-48), e permette, anche grazie alla curatela di Peter Trawny e al prezioso lavoro di traduzione e alla nota introduttiva di Alessandra Iadicicco, di seguire, nel laboratorio in cui si forgia e dirozza il pensiero, il cammino di Heidegger. Il testo che, come precisa lo stesso Trawny nella postfazione, conclude la pubblicazione della seconda serie dei “Quaderni neri”, sarà in libreria mercoledì 9 febbraio grazie al coraggio dell’editore che ha trovato l’audacia, anche imprenditoriale, di fare conoscere al pubblico italiano gli appunti scritti di Martin Heidegger che già prima della loro uscita avevano tanto fatto discutere.

Il quinto volume raccoglie i quaderni che accolgono le Note VI, VII, VIII, IX, a cui si aggiungono un allegato dal titolo esplicito, risalente agli anni Cinquanta, Il sentiero interrotto e gli indici delle parole chiave. Questi erano stati compilati talvolta a memoria dallo stesso Heidegger per dotare la gran parte dei “Quaderni neri” di una sorta di portolano che orientasse i lettori nell’arrière boutique del suo pensiero. La citazione d’esordio delle Note VIII, si diceva, è molto di più di un segnavia del cammino di pensiero dell’autore. È, piuttosto, un segnavia del suo stesso cammino di vita. Non è certo casuale che nel febbraio del 1950, l’anno della stesura di queste annotazioni, il solitario di Todtnauberg abbia incontra- to a Friburgo, per l’ultima volta e dopo oltre vent’anni di lontananza, un’allieva d’antan che la vita, la politica razziale nazionalsocialista e le vicissitudini della guerra avevano a lungo tenuto distante. Ma a legare Hannah Arendt, l’allieva sul punto ormai di essere collega, e Martin Heidegger non è solo una condivisa vocazione intellettuale e filosofica. Lo hanno raccontato ormai a lungo, e forse fin troppo ossessivamente, cronache e libri. L’amore che risuona nelle parole del vescovo d’Ippona riverbera anche nelle vite dei due grandi filosofi del Novecento restituendo ai pensieri di Heidegger tonalità e orizzonti che oltrepassano ampiamente la vocazione filosofica. Ancora una volta, questi “Quaderni neri”, oltre a registrare le piste di ricerca battute dal filosofo riportano, come nei precedenti, riferimenti alla realtà personale e storica che lo circonda, ma compare anche l’allusione a qualcosa di molto personale. Nelle Note VIII, il pensatore tedesco, pur senza dirlo esplicitamente, allude all’amore divampato tra lui e Arendt molti anni prima.

La filosofa Hannah Arendt - .

Eppure, malgrado questo richiamo alla vita affettiva, l’amore è anche profondamente intrecciato con la ricerca filosofica e, per la prima volta, di entrambi. Quando il pensatore ammette che «si dice che nel mio pensiero non si pensa all’amore», dietro l’impersonale “si dice” si adombra proprio il nome di Hannah Arendt. Anche per lei l’amore, oltre a coinvolgere gli aspetti più profondi dell’anima, cela una rilevanza teoretica che riteneva trascurata in Essere e tempo, il capolavoro di Heidegger, risalente al 1927. E Arendt stessa aveva tentato di sanare questa lacuna, con evidenti richiami alla strategia di pensiero dell’allora maestro, grazie alla dissertazione che nel 1929 aveva dedicato al concetto di amore in sant’Agostino. Heidegger non lo aveva scordato.

E sul tema ritorna ripetutamente nel quaderno del 1950, schermendosi dinanzi alle osservazioni critiche che colei che un tempo fu sua allieva gli aveva mosso. «Forse – scrive Heidegger – che l’amore non si lasci pensare? Mi sembra che chi parla così non abbia ancora mai pensato a fondo quel che in Essere e tempo si dice della morte, sebbene solo accennato da lontano; non ancora, come è necessario, a partire dall’essenza dell’essere; ma unicamente orientato verso di esso. Perché altrimenti la morte sarebbe pensata nel riferimento all’esser- ci e non a partire dalla “vita” e non come solo appartenente a questa?». Dopo aver risposto bacchettando Arendt per non avere colto la svolta impressa da Essere e tempo, poco più avanti, continua sentenziando «che l’amore abbia bisogno dell’amore è più conforme all’essenza di tutti i bisogni e di tutti i sostegni». Al tema dell’amore Heidegger assegna, dunque, con richiami a Parmenide e Plotino oltre che a sant’Agostino, un tono ontologico per legare la questione al «destino dell’Essere».

Ma poi annota che il pensare è «la predilezione per tutto l’amore; perciò non deve necessariamente “avere a che fare con” l’amore. Ma in quanto predilezione ( Vor-Liebe) sta nel periglio di tutta la smania d’amore». Già la presenza del tema dell’amore, di là dai riferimenti a Hannah Arendt, svela una particolare Stimmung, come dice bene Alessandra Iadicicco nella iniziale “Avvertenza della traduttrice”, una tonalità emotiva distintiva rispetto ai “Quaderni Neri” precedenti. Il cambiamento solo in parte dipende dai miglioramenti occorsi nella vita quotidiana dello stesso Heidegger che di certo hanno modificato la sua situazione. A partire dalla seconda metà degli anni Quaranta, grazie al sostegno fornito da Karl Jaspers (l’autore a cui in effetti fa più riferimento nelle sue annotazioni), il maestro di un’intera generazione di filosofi è riammesso all’insegnamento e termina anche l’interdizione a pubblicare scritti comminatagli in seguito al suo avvicinamento al nazionalsocialismo. Non per caso, nell’arco di poco tempo, escono due testi importanti nel suo cammino di pensiero: la Lettera sull’umanismonel 1947 e, nel 1950, i Sentieri interrotti, testi cui il secondo volume delle Note rimanda in numerosi frammenti. Se già questi cambiamenti potrebbero giustificare il passaggio dalla cupezza, dal disincanto e dall’atteggiamento polemico dei precedenti Quaderni a piste di pensiero che invocano serenità, libertà, rasserenamento, di certo una rimeditazione dell’amore, magari condotta sulla scorta di Meister Eckhart, avrebbe potuto ulteriormente consolidarle. E forse non ignorava questa possibilità, poi non perseguita però, se Heidegger cita e traduce le parole tratte dal commento al Vangelo giovanneo del teologo e mistico domenicano: «Pensare: ipsa cogitatio... spirat ignem amoris. Il pensiero stesso respira profumando il fuoco dell’amore»