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Poesia. Nei versi di Aimara Garlaschelli il mare desolato porta le madri nell'abisso

Alessandro Zaccuri venerdì 22 luglio 2022

Aimara Garlaschelli

Den Müttern! 'Alle Madri!'. È il momento più misterioso del Faust di Goethe. Parte seconda, atto primo: Mefistofele spiega che laggiù, nell’abisso, si estende il regno di queste presenze femminili ancestrali, sempre intente a formare e trasformare. A generare, insomma. Per aumentare la propria conoscenza, Faust deve raggiungerle nello sprofondo e poi risalire. Mefistofele non se ne rende conto, ma quello che sta indicando è il percorso che, molte migliaia di versi più avanti, condurrà Faust alla salvezza. Il moto ascensionale, la chiamata dell’Eterno Femminino, il tripudio angelico che saluta la redenzione del sapiente disposto a vendersi l’anima al diavolo. Quello al capolavoro di Goethe è uno dei pochi rimandi dichiarati con chiarezza nelle note che Aimara Garlaschelli ha voluto porre al termine del suo Nel nome della madre (Einaudi, pagine 42, euro 8,00), un poemetto che - anche nello stratagemma dell’autocommento sotto forma di ricognizione delle fonti - si richiama al maestoso precedente della Terra desolata di T.S. Eliot. Pubblicata esattamente un secolo fa, The Waste Land è un testo che germina da altri testi e altri ancora ne fa germinare. Si pensi, per esempio, al recentissimo La voce della Sibilla (il Saggiatore, pagine 270, euro 19,00), nel quale Filippo Tuena ricostruisce, attraverso la contaminazione di invenzione e documento che ormai gli è caratteristica, l’incontro tra Eliot e un altro grande poeta, lo statunitense Ezra Pound, che contribuì in modo determinante alla redazione definitiva dell’opera, tanto da meritarsi l’appellativo dantesco di 'miglior fabbro'. Da parte sua, Aimara Garlaschelli (nata nel 1971 a Sondrio, attiva a Milano con raccolte edite da Lieto-Colle, Ets e Scalpendi) ha proposto nel 2018 una sua traduzione della Terra desolata, che di Nel nome della madre costituisce il modello deliberato. Cinque sezioni, quante se ne contano nel poemetto di Eliot, e addirittura lo stesso numero di versi, 433, quasi a dichiarare un’immedesimazione che va molto al di là delle consuete pratiche della riscrittura o, peggio, del pastiche. Il legame che corre tra i due testi è di natura molto diversa. Si tratta, appunto, di una corrispondenza generativa, che procede per osmosi e per differenziazione, per assimilazione e per distacco. Il lettore lo comprende fin dalla prima parte, Stella Maris, che per più di un aspetto si lascia interpretare come rielaborazione della più breve tra le sezioni di The Waste Land, la quarta, nella quale il tema della 'morte per acqua' è risolto nel compianto per il marinaio fenicio Phlebas. A questa singola figura allegorica Aimara Garlaschelli contrappone l’immagine plurale di «donne assediate», «schiere di ombre sulla riva / bisbigli e pianti nella notte». La scena si delinea ancora meglio poco dopo: «Mentre date i vostri figli al mondo / altri crescono a mazzette nel mare». Non è più il mare del mito, incolpevole e fuori dal tempo, ma il Mediterraneo della cronaca, con il particolare luttuoso dell’attualità riscattato a elemento universale: «Mani di resina cercano ali / omadrenaveremi e mare, / o alla fine dell’inevitabile / aleggeranno nei tuoi fondali». Eccola, di nuovo, la discesa nell’abisso, subito contraddetta da una manciata di versi che ripetono - con minime, sottili variazioni - l’andamento delle Litanie lauretane. Lo spettro degli echi e delle citazioni è vastissimo, va da Pascoli a Joyce, da Dante a numerosi luoghi della Terra desolata e di altre poesie di Eliot («Nel tuo nulla è il mio tutto» è una locuzione che rinvia al celebre «Nella mia fine è il mio inizio » dei Quattro Quartetti). A dispetto di questa varietà di tessitura, il dettato di Nel nome della madre si presenta riconoscibile e compatto. Se in The Waste Land predominava la condizione storica e metafisica di orfanità o, meglio, di gettatezza nel mondo, qui subentra la consapevolezza di una discendenza che non può essere rinnegata né elusa. «Come il pulcino cerca le ali / poggiandosi sopra un’onda di piume, / dall’acqua raccolta nei polmoni / risaliva e affondava il pianto», recita il resoconto di un sogno nel quale, una volta di più, gli estremi del femminile e del materno finiscono per toccarsi. Ali e onde, emersione e precipizio. Il tema del volo, del resto, si ripresenta nella chiusa del poemetto, in un rincorrersi enigmatico di albatri, tordi, allodole e gabbiani. Manca la rondine, custode del nido e dell’intimità. Quello che non manca, in questo libro piccolo e inatteso, è invece il sentimento del sacro, il riconoscimento della vita come dono e come profezia.