Agorà

Letteratura. Le memorie dall'oltretomba di Machado de Assis

Alessandro Zaccuri martedì 11 agosto 2020

Machado de Assis (1839-1908)

Un romanzo è più della storia che racconta. Non che la trama non serva, pur non mancando gli scrittori che della trama fanno a meno senza che il lettore neppure se ne accorga. Ma anche quando una storia c’è (ed è magari la storia di una vita), molto dipende dal modo in cui si sceglie di raccontarla. Lo sapeva bene Laurence Sterne, il maestro di quello che per comodità potremmo chiamare “antiromanzo”. In realtà, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, apparse fra il 1759 e il 1767, sono semmai un iperromanzo, nel quale le convenzioni del genere vengono rispettate con scrupolo tale che, tra una digressione e l’altra, il protagonista riesce appena appena a nascere. Per mettere in discussione le pratiche narrative più consolidate e imprevedibili, dunque, non occorre rinunciare al romanzo. Lo si può espugnare, piuttosto, approfittando di una delle non rare crepe che con il tempo si sono aperte nel grandioso edificio di questo genere letterario.

Chi l’ha detto, per esempio, che il narratore debba ancora essere in vita? Non potrebbe essere, alla lettera, un morto che parla? D’accordo, uno dei primi modelli che vengono alla mente è cinematografico, e non romanzesco: Viale del tramonto di Billy Wilder, che nel 1950 affida il resoconto dei fatti a un personaggio che appare cadavere fin dalla prima sequenza. Intuizione geniale, non si discute, ma molti anni prima, nel 1881, era stato il massimo romanziere brasiliano, Machado de Assis (1839–1908), ad adottare uno stratagemma analogo in Memorie postume di Brás Cubas, pannello inaugurale della trilogia alla quale appartengono anche Quincas Borba del 1891 e Don Casmurro del 1899. Da poco riscoperto con entusiasmo negli Stati Uniti, Memorie postume di Brás Cubas torna adesso nelle librerie italiane nella versione di Daniele Petruccioli (Fazi, pagine 340, euro 18,50). Si tratta di un’ottima occasione per riprendere contatto con un autore di straordinaria importanza, molte delle cui opere sono rimaste sempre disponibili nel nostro Paese per iniziativa di editori come Lindau e lo stesso Fazi. Di origini modestissime e autodidatta instancabile, il meticcio Machado de Assis (il nome proprio, Joaquim Maria, viene solitamente omesso) rielaborò a modo suo la lezione del naturalismo francese, mediata nella fattispecie dal realismo della madrepatria portoghese. I suoi romanzi restituiscono un ritratto ironico e impietoso della società dell’epoca, come dimostra appunto l’autobiografia che Brás Cubas decide di dettare dall’oltretomba, come uno Chateaubriand minore, in un andirivieni di anticipazioni e precisazioni nel quale è evidente l’impronta di Sterne (il cui Viaggio sentimentale fu tradotto in italiano da Foscolo, per inciso, e la cui lezione fu assimilata da uno scrittore irregolare come Domenico Guerrazzi). Si pensi, tra l’altro, alla scoperta compiuta fin dall’infanzia dal protagonista, per il quale nulla al mondo conta più dello spadino che ha ricevuto in dono.

Per gli esseri umani è sempre così, commenta Machado de Assis per bocca di Brás Cubas: fingono di appassionarsi a chissà quale solenne missione, ma in effetti non tengono se non al loro spadino, ossia alla vanità del ben apparire, alla risibile gloriuzza del momento. Nato da una famiglia molto facoltosa e quindi libero da ogni preoccupazione finanziaria, anche Brás vorrebbe segnalarsi per una qualche impresa memorabile. Il problema è che, per lui, un progetto vale l’altro. Non gli dispiacerebbe diventare ministro, e allo scopo pronuncia alla Camera un notevole discorso sulle dimensioni dei chepì in uso nell’esercito imperiale (l’argomento risulta divertente, sì, ma solo finché non ci si ricorda quale sia il tenore degli odierni dibattiti parlamentari), ma più tardi, poco prima di ammalarsi e morire, si accontenterebbe di legare il proprio nome a un prodigioso unguento da Dottor Dulcamara. Tutto ha lo stesso valore per lui, il che significa che nulla vale veramente, eccezion fatta forse per l’amore verso l’irraggiungibile Virgília, prima fidanzata e poi amante, infine presenza quasi materna al capezzale del moribondo. Altro che la canna pensante di Pascal, protesta Brás: l’uomo è semmai un «refuso pensante», checché ne dica l’amico Quincas Borba (al quale sarà dedicato il romanzo successivo), ideatore di un sistema filosofico che dovrebbe garantire il trionfo della ragione umana. Ma anche l’”humanitismo”, da ultimo, non è che uno spadino agitato nel vento. È un pessimista dichiarato, questo memorialista buonanima. Per questo non è necessario condividere le sue convinzioni, sempre insidiate dall’ombra del nichilismo. Lui stesso provvede a confondere le acque, quando afferma: «Se leggiamo un libro è proprio per trovare rifugio dalla vita reale. Non che questa concezione sia necessariamente la mia; ma possiede un certo grado di verità, e poi se non altro è pittoresca. Comunque ripeto: non è la mia». Del resto, che antiromanzo sarebbe, se non prendesse di mira la retorica del romanzo?