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Cinema. Tarkovskij, il regista russo che disturbava Mosca

Vito Punzi lunedì 4 aprile 2022

Il regista russo Andrej Tarkovskij, oggi avrebbe compito 90 anni

In un tempo in cui morde feroce e diffusa la tentazione di procedere a insensate e ignobili censure di artisti, perfino defunti, e relative opere semplicemente perché russi, il Bergamo Film Meeting ha resistito e come da programma ha proposto il 25 marzo scorso la proiezione “acusmatica” del film Stalker, uno dei capolavori di Andrej Tarkovskij (1932-1986), il regista che oggi, 4 aprile, avrebbe compiuto 90 anni.Per ricordarlo qui riprendiamo in mano i taccuini autografi scritti dal russo tra il 1970 e il 1986 e conservati a Firenze (A. Tarkovskij, Diari. Martirologio, a cura di Andrej A. Tarkovskij, trad. di N. Mozzato, Edizioni dell’Istituto Internazionale A. Tarkovskij 2014, p. 688, € 45,00).

Fu Tarkovskij stesso a titolare l’insieme di questi scritti Martirologio, concependoli come un vero e proprio elenco delle sofferenze e delle umiliazioni: ostilità da parte del regime comunista dell’URSS (in particolare dopo l’uscita del film Solaris, nel 1972, la pellicola che avrebbe dovuto rappresentare la risposta sovietica a 2001: odissea nello spazio), traversie burocratiche, vicissitudini umane (la lontananza dal figlio Andrej, cui a lungo non fu permesso di lasciare Mosca). Eppure dalla lettura di queste pagine, dense di concretezza («Mi sono messo a dieta e mi sono dato una regola di vita», scrive nel maggio 1978), ma anche di riflessioni filosofiche e religiose suscitate da letture, incontri, colloqui.

Nell’insieme si tratta di un lungo e appassionato elogio della vita, anche nei momenti più difficili, come negli ultimi mesi, quando il regista, pur cosciente della malattia e della fine prossima, non esitava, se in forze, a lavorare, a scrivere, a preoccuparsi della famiglia. A metà tra il diario personale e la storia universale, il volume è di facile consultazione anche grazie al minuzioso indice per nomi, località e cose notevoli. Incontrati, o semplicemente citati, sono in qualche modo presenti Fellini, Bergmann, Kurosawa, Angelopoulos, Antonioni, Zanussi, Kluge. Ma ci sono soprattutto Tonino Guerra e Franco Terilli (sceneggiatore il primo e produttore il secondo) che dalla fine degli anni Settanta saranno fino all’ultimo gli amici italiani a lui più vicini.

E i giudizi del russo, sempre schietti, non guardano in faccia a nessuno. Così scrive dello svedese, il 15 settembre 1984: «Oggi per la prima volta ho visto Bergmann in carne e ossa. Nel corso di un incontro con i giovani del Film Instituet […] un uomo sicuro di sé, piuttosto freddo, superficiale, che si rivolgeva ai suoi alunni trattandoli come bambini». Antonioni invece viene citato il 25 luglio 1975, «l’unico tra i registi decenti» che al Festival di Mosca «abbia dichiarato che avrebbe immediatamente abbandonato il festival se non gli avessero fatto vedere Lo specchio’», il film di Tarkovskij, uscito nel 1974, che segnò l’inasprimento dei rapporti tra il regista e il regime sovietico.

Assiduo lettore di autori di lingua tedesca (oltre che dei grandi romanzieri russi), efficace nella sua sinteticità il giudizio sullo svizzero Max Frisch, datato 4 luglio 1975: «E’ una bella mente, ma troppo intelligente per essere un buon scrittore; è preciso. È molto gentile, assomiglia ai suoi personaggi. Anche questo non depone a suo favore». Un filo rosso di questi Diari è rappresentato dal rapporto con l’Italia, dove Tarkovskij ha trovato amici, collaboratori, quasi ovunque aiuto concreto, e tanta bellezza capace di suscitargli il ricordo della sua patria, fisica e spirituale: accade per esempio nella chiesa romanica di Santa Maria di Portonovo, in riva al mare, a ridosso del Monte Conero, il 3 maggio 1980: «Sull’altare vedo all’improvviso un’immagine della Madonna di Vladimir. Incredibile! Trovare improvvisamente nella chiesa di un paese cattolico un’icona ortodossa. Non è un miracolo questo?».

A Roma Tarkovskij si ritrovò a festeggiare il compleanno del 1982 insieme a grandi donne e uomini del cinema italiano. Quello che segue è quanto riportò di quella giornata nei suoi taccuini: «La mattina ha telefonato Tonino [Guerra] da Madrid per farmi gli auguri. Stava andando al Prado e poi, alle 4, alla corrida. Ha telefonato Jure Lina senza sapere che era il mio compleanno. Poi Leyla sempre da Stoccolma. Dopo mi sono riaaddormentato e ho sognato di essere a Madrid con Tonino, su una terrazza molto in alto. E lui si avvicina talmente al bordo della terrazza che io, spaventato, lo prego di allontanarsi dal parapetto. Lui fa un passo indietro. Sono arrivati i telegrammi di Saša Sokurov, Jura e Anna Riverov, Kokoreva e Veročka Semënova, di Marina [Tarkovskaja]... di un gruppo di giovani di Ivanovo. Proprio quelli. La sera c'è stata una cena, offerta da Rondi, da Cesarina, un ristorante frequentato dal gran mondo. C'erano Lizzani con la moglie, Fellini e Giulietta Masina, Rondi e io con Lora. É stata una cosa in un certo qual modo estremamente gradevole. Da li ho cercato di mettermi in contatto telefonico con Mosca, ma inutilmente. L’operatore ha detto che a Mosca era stata agganciata male la cornetta. Ora sono già a casa: Lora ha prenotato una chiamata per me e sto aspettando che chiamino. Chissà, forse riuscirò a parlare con Larisa».

Del regista ha parlato frattanto il figlio Andrej Andreevic Tarkovskij, presidente dell'Istituto internazionale che porta il nome del grande cineasta, ricordato ieri durante un evento per i 90 anni dalla nascita organizzato a Palazzo Pitti a Firenze. «Mio padre - ha detto - ha fatto il suo primo film sulla guerra, su un bambino combattente contro i nazisti, ha vissuto da bambino durante la guerra, sapeva che cos'è. Sarebbe stato inorridito, non ci sono scuse per le guerre, non ci sono guerre positive e negative, la guerra è istruzione, è pura violenza senza senso. Lui aborriva la guerra quindi sarebbe stato per lui molto difficile vivere questo periodo».

«Doveva essere una celebrazione - ha aggiunto - ma purtroppo dobbiamo far i conti con quello che sta succedendo, con questa
terribile guerra, che spero finisca presto. Sta portando delle conseguenze terribili anche per il popolo russo e per l'arte. Parlare oggi di lui è ancora più attuale quindi sono molto felice di parlarne qui, in Italia, a Firenze la città dove scelse di vivere e lavorare, e qui a Palazzo Pitti, il suo museo preferito, dove ci sono le opere che amava di più». Per Tarkovskij jr., l'opera del padre «resta attuale, stasera proiettiamo il suo ultimo film, Sacrificio, il suo testamento spirituale. Forse una delle opere cinematografiche più importanti che ci riportano proprio allo scontro tra l'uomo e la guerra».