Agorà

Idee. È vero progresso se di tutto l'uomo

Evandro Agazzi martedì 20 gennaio 2015
La nozione di progresso è entrata a far parte del senso comune da un paio di secoli, come frutto della cultura illuministica e, in senso lato, della modernità. Ciò dipende dal fatto che non si tratta di una nozione semplicemente descrittiva, ma che comporta anche un implicito, ma indispensabile giudizio di valore. Ossia, il progresso non è un semplice cambiamento, bensì un cambiamento verso il meglio e quindi implica un incremento di valore. Pertanto un giudizio di progresso dipende dal valore che si prende in considerazione. Ma c’è di più. L’idea di progresso investe un orizzonte temporale abbastanza vasto, e in certi casi può addirittura riguardare l’intero corso della storia umana, e proprio qui si coglie la profonda svolta rappresentata dalla modernità. La cultura occidentale infatti (come del resto la grande maggioranza delle culture) considerava lo stato iniziale del mondo e dell’umanità come uno stato di perfezione e felicità (mito dell’età dell’oro, mito dell’Eden, e simili) e la storia successiva veniva vista come un’inarrestabile decadenza. Di qui la tradizionale ammirazione per gli 'antichi' e l’invito periodicamente risorgente a 'tornare alle origini'. Fin dal Rinascimento, invece, la modernità si presenta con l’orgoglio di essere superiore agli antichi (magari addolcendo il giudizio con l’affermazione che noi vediamo più lontano di loro perché siamo come nani sulle spalle di giganti). Sta di fatto che, da allora, siamo tutti convinti che la storia 'va avanti' non solo nel senso di cambiare, ma anche di progredire. Tutto sommato, questa rimane ancora la mentalità corrente: oggi è diffusa l’idea che il progresso consiste nella scoperta o produzione del nuovo, ma si tratta, per un verso, di una indebita dilatazione di un criterio che, al massimo, vale per la produzione tecnologica e il mercato. Per imporsi sul mercato un prodotto deve vantare una novità che, in certo senso, rende obsoleti i prodotti concorrenti e magari gli stessi modelli anteriori della propria produzione. Per altro verso, tuttavia, si tratta della proiezione di quell’inversione della 'freccia del tempo' che la modernità ha promosso in tutti i campi. In realtà il giudizio di progresso ha bisogno di riferirsi a valori intrinseci e soprastorici, diversamente vale che «la storia del mondo è il tribunale del mondo» (Hegel) e anche le peggiori barbarie e atrocità si debbono accettare come frutto della storia. Fin qui abbiamo considerato il progresso come una categoria generale che riguarda la concezione della storia, ma si tratta di una categoria che si applica con frequenza anche ad ambiti di riferimento ristretti e specifici. In tali casi il valore rispetto a cui valutare un progresso è esso stesso specifico; quindi i criteri per valutarlo sono correttamente offerti all’interno di detto ambito. Tuttavia quando si considera un’entità complessa, le cose stanno diversamente (ad esempio, il 'progresso' di un cancro non corrisponde al 'miglioramento' del paziente). Questa osservazione si applica in particolare a quella che un po’ tutti considerano la fonte e la base del progresso umano, ossia la scienza, con le sue applicazioni tecnologiche. Si può infatti distinguere un progresso nella scienza da un progresso della scienza. Il primo è una combinazione del progresso che si realizza dentro le singole scienze e, in ciascuna, si valuta in base a criteri oggettivi (nonostante gli equivoci di certe epistemologie). Il progresso della scienza, presa nel suo assieme, si deve piuttosto valutare considerando il contributo che tale progresso interno reca al perseguimento di valori più ampi. Quali valori? Sono diversi e si collegano ai diversi aspetti del contesto in cui si svolge l’attività scientifica: valori umani individuali e collettivi, materiali e spirituali che, per di più non sono isolati né si pongono tutti sul medesimo livello . Una valutazione del progresso, quindi, richiede la determinazione di 'che cosa' debba procedere verso il meglio e possiamo convenire che si tratti dell’umanità, concepita non astrattamente: essa è la totalità ideale degli esseri umani, cosicché, in ultima analisi, la definizione del progresso dipende da una 'immagine dell’uomo' in cui appaiano le differenti dimensioni che 'dovrebbero essere rispettate e promosse'. La continua elaborazione di tale immagine (che deve compendiare i contributi delle scienze, della filosofia, delle arti, della religione) è il presupposto per individuare quei valori che consentono l’espressione di un giudizio di progresso. Data la complessità di tale immagine e di tale costellazione di valori, la prospettiva metodologica più utile per l’espressione di tale giudizio è quella sistemica (cioè ispirata alla teoria generale dei sistemi) e il progresso si può far consistere nell’ottimizzazione dei diversi valori, che passa attraverso la rinuncia alla 'massimizzazione' unilaterale di uno o pochi di essi a scapito degli altri. IL CONVEGNO. PROGRESSO, UNA PAROLA ABUSATA E AMBIGUA. Cosa si intende oggi con la parola "progresso"? Il progresso scientifico è l’unica forma di progresso umano? È solo una parte del progresso umano? O non ha davvero nulla a che vedere con esso? Sono alcune delle domande che saranno al centro del convegno "Progresso scientifico e progresso umano" che si tiene a Roma dal 22 al 24 gennaio nell’Auditorium Antonianum di viale Manzoni 1. Organizzato dal Sefir («Scienza e fede sull’interpretazione del reale», col supporto del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei; info: www.ecclesiamater.org) vede la presenza di scienziati, filosofi e teologi. Fra questi Evandro Agazzi (foto sopra), di cui qui pubblichiamo una sintesi della relazione, Antonio Marino, Piero Benvenuti, Carlo Cirotto e Giuseppe O. Longo. Le relazioni di apertura sono di Gennaro Cicchese, Antonio Sabetta e Giandomenico Boffi (foto sotto). «Progresso – sottolinea quest’ultimo – è parola usatissima e ambigua, perché non tutto il nuovo costituisce un passo in avanti».