Agorà

Calcio. Prati, 70 anni da Pierino la «Peste»

Andrea Saronni martedì 13 dicembre 2016

È ancora un fusto, i lineamenti sono ormai intagliati nel legno del tempo, ma è sempre ben visibile l'asciuttezza dell'atleta, lo sguardo chiaro del conquistatore di aree di rigore, e non solo. Anche Pierino Prati oltrepassa la linea dei 70 anni senza tuttavia intaccare l'immagine che ha tramandato, quella del cannoniere-beat, i gol - tanti - a calzettone abbassato alla George Best, e poi a lunga zazzera al vento, nella gioia dei tifosi del Milan, e poi della Roma, non dimenticando la Nazionale.

L'attaccante nuovo, giovane e grande, chiamato a recitare il ruolo di finisseur e additivo al Diavolo di Nereo Rocco che tutto conquistò con una squadra che - fatta eccezione proprio per Prati - era imperniata su solidi vecchiacci: che diamine, gente come Schnellinger, Malatrasi e Sormani veleggiava intorno ai 30 anni, Cudicini ne aveva 33, Hamrin, scandalo, vedeva i 35. Il leader, Gianni Rivera, era ormai un esperto 25enne e aveva trovato in questo longilineo ragazzo cresciuto nella miniera di pepite che era la Milanello degli anni '60 il giusto terminale per i suoi lanci al goniometro, per le sue intuizioni; Prati partiva nel corridoio e il suo capitano lo raggiungeva con palloni semplicemente perfetti.

L'abbagliante zenit nel cammino di Prati giunse presto, in una sera di maggio del 1969, lui aveva 22 anni: maglietta rossonera numero 11, frangetta semi-beatlesiana appena sopra gli occhi, calza abbassata a "cacaiola" (Brera dixit) sugli scarpini, Pierino rinominato con assai poca fantasia "La Peste", anticipò la banda larga aprendo una connessione ad altissima velocità con l'ispiratissimo numero 10, che gli servì due dei tre assist buoni per firmare il tonitruante 4-1 all'Ajax ottimo e abbondante per la seconda Coppa Campioni milanista. Terminati i '60 portando a casa pelle e Coppa Intercontinentale da Buenos Aires - i gentiluomini dell'Estudiantes gli spaccarono la testa, corsero voci di morte sull'aereo di ritorno - Prati sentì e visse appieno i '70: il capello lungo, la basetta, una Milano più aperta, fors'anche troppo per un giocatore. Pubalgie e infortuni non aiutarono certo la Peste a uscire da un lungo periodo di ripiegamento, tradotto dal presidente milanista Buticchi in uno scadimento definitivo.

Già a soli 26 anni, l'addio al Milan, in realtà un arrivederci del cuore, che alla fine è rimasto rossonero nonostante quattro anni alla Roma in cui, almeno nel primo periodo, si è tolto lo sfizio importante di dimostrare a suon di gol che la Peste non era stata ancora debellata dai difensori e dall'usura che anch'essi provocano. Se Rivera gli ha dato molto, Riva - in Nazionale - gli ha tolto qualcosa, Zoff e Albertosi gli hanno parato molto ma non tutto, con Burgnich sono stati derbies roventi: ma l'importante è che lì in mezzo, in quel tratto bellissimo del nostro calcio e del nostro campionato, ci fosse anche lui, il Pierino, scatti, gol e camicie a fiori aperte sul petto, bellissimo frutto dei suoi tempi che ha saputo rimanere tale: se ancora oggi è un fusto,una ragione ci sarà.