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Intervista. Il regista Livermore: «Porto il cinema al Festival di Rossini»

Pierachille Dolfini venerdì 5 agosto 2016
Il dubbio, forse, a qualcuno potrà venire. Opera lirica o film? Perché seduti su una poltrona del Teatro Rossini di Pesaro potrà sembrare di essere al cinema. « Ciro in Babilonia l’ho immaginato come un kolossal del cinema muto in bianco e nero. Il turco in Italia, invece, è la copia perfetta di di Federico Fellini», racconta Davide Livermore, regista torinese che firma due dei tre spettacoli in cartellone quest’anno al Rossini opera festival. La donna del lago, Ciro in Babiloniae Turco in Italia i titoli dell’edizione numero trentasette della rassegna, in programma dall’8 al 20 agosto a Pesaro, patria del musicista e da sempre luogo della memoria viva delle sue opere. «Un dittico cinematografico nato quasi per caso – riflette Livermore – perché Ciro è una ripresa dell’allestimento del 2012, mentre il Turco è una nuova produzione e quando me l’hanno offerta, rileggendo la storia, ho pensato subito alla celebre pellicola di Fellini». Come le è venuto in mente questo accostamento, Livermore? «Me lo ha suggerito il libretto perché la vicenda dell’opera è perfettamente sovrapponibile a quella immaginata da Fellini: Rossini e il librettista Felice Romani raccontano del poeta Prosdocimo che cerca il soggetto per una commedia e lo trova nella storia di Fiorilla sedotta dal turco Selim, in    il regista Guido Anselmi è in cerca di un soggetto per un film e incontra strani personaggi che gli daranno lo spunto». Quindi avremo una Fiorilla vestita come Claudia Cardinale e Prosdocimo che sembra Marcello Mastrioianni? «Esattamente. Nella mia regia non solo richiamo , ma lo cito e lo ricalco il più possibile riproponendo le scene che hanno fatto la fortuna della pellicola e sono rimaste impresse nell’immaginario del pubblico. Ma chi non conosce il film vedrà semplicemente Il turco in Italia. Lo spettacolo inizia con un breve dialogo di Flaiano: in scena cantanti rappresentano loro stessi e introducono il gioco del teatro nel teatro. Tutti i personaggi dell’opera saranno poi una proiezione della fantasia di Prosdocimo, ma ad un certo punto si ribelleranno pretendendo di avere una vita propria. Così come capita nel film di Fellini». Detta così potrebbe sembrare una delle modernizzazioni che oggi vanno di moda all’opera… «Ma non c’è una nota o un’intuizione di Rossini che venga stravolta. Nel corso delle prove sono stato il primo a sorprendermi di come la sovrapposizione funzioni alla perfezione. In fondo Rossini e Fellini sono figli della stessa terra, figli dell’Adriatico, uno di Pesaro e l’altro di Rimini, separati da pochi chilometri. E sono stati soprattutto entrambi capaci di assecondare le istanze che venivano dalla società del loro tempo, assimilandole, facendole proprie e raccontandole. Lo dimostra una volta di più Il turco in Italia, una partitura dove non c’è una pagina che non abbia un senso. Non compresa, però, al debutto quando fu un insuccesso». Come mai? «Forse per il suo essere un melodramma di mezzo carattere, non un’opera buffa e nemmeno un’opera seria. Qualcosa a metà. Che è poi quello che a me affascise na maggiormente, perché la drammaturgia presenta un profondo scavo dei personaggi e soprattutto, da parte di Rossini, una arguta critica della società del tempo e, forse, anche di oggi: Fiorilla è una donna incapace di emanciparsi, Geronio il marito possessivo. Nell’opera non c’è la risata, ma una sottile ironia che va raccontata. Io lo faccio con il linguaggio del cinema». Linguaggio che ha utilizzato anche per Ciro in Babilonia. «Metto in scena questa partitura come fosse un kolossal del cinema muto, in bianco e nero e con i colori del cinema del tempo, il rosso per la battaglia, l’azzurro per il sogno. Ho giocato con le ingenuità del libretto e le ho fatte dialogare con le ingenuità del cinema quando muoveva i suoi primi passi, nei primi anni del Novecento quando Torino era la capitale della nuova arte». Due spettacoli su tre al Rossini opera festival 2016, quasi un “risarcimento” per le critiche ricevute dal suo Barbiere di Sivigliarealizzato all’Opera di Roma per i duecento anni della partitura. «Non lo vivo così, anche perché a Pesaro sono di casa. I fischi al mio Barbiere sono stati da parte del pubblico della prima, le repliche hanno invece raccolto solo applausi. Non è piaciuta l’idea di un cartone animato che, con ironia, vedeva i più noti dittatori di tutti i tempi venire decapitati da un rasoio. Certo, un po’ di amaro in bocca questa esperienza me l’ha lasciata: pensavo che il nostro paese aves- fatto pace con il passato e avesse imparato a guardare anche con un pizzico di ironia alla sua storia. Ma gli ultimi 25 anni dimostrano che si può manipolare l’informazione dando in pasto alla gente spazzatura attraverso la tv e facendola passare per cultura». Un fallimento anche della politica che nel nostro paese mette da sempre in un angolo la cultura. «In Italia i politici affidano la gestione della cultura a gente che è emanazione diretta della politica e il più delle volte senza competenze specifiche. La cultura dovrebbe essere al di sopra della contrapposizione partitica e fatta da artisti, perché se la gestisce un politico sarà per la politica, se fatta da un artista invece sarà a vantaggio della cultura». In Spagna, dove lei è sovrintendente del Palau de les arts di Valencia, le cose vanno meglio? «Diciamo che all’inizio del mio mandato ho chiesto autonomia dalla politica. Fare il sovrintendente oggi è un modo diverso di rispondere alla mia vocazione al sociale: prima di fare il cantante e poi il regista sono stato educatore e ho lavorato nelle cooperative sociali e nelle carceri minorili dove ho visto cosa possono fare efficaci politiche culturali, educare alla bellezza. Sono nato in un quartiere popolare di Torino, ho vissuto il decentramento culturale degli anni Settanta e ho cercato di riproporre questa esperienza nella gestione del Teatro Baretti. Ora applico quel modello di teatro per tutti a Valencia. Ho imparato che è facile non fare debiti, che è facile non dare il monopolio ad agenti di cantanti e direttori, che è facile far sentire al pubblico il teatro come proprio, basta tenere presente che il teatro è un bene  pubblico, non qualcosa da gestire privatamente».