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Architettura. Col PONTE pedoni e ciclisti arrivano prima delle auto

Leonardo Servadio domenica 23 novembre 2014
A Copenaghen è attivo da qualche settimana un elegante ponte chiamato Cykelslangen, «serpente ciclabile». Progettato da Wissing+Weitling, permette ai ciclisti di arrivare a un importante centro commerciale situato nel porto evitando le curve ad angolo retto che segue la banchina, dove camminano i pedoni, passando sopra l’acqua tramite un sinuoso ed elegante percorso panoramico lungo 235 metri, di pendenza minima. A tutta prima ci si potrebbe sorprendere: chi va in bicicletta a fare la spesa in un grosso centro commerciale? Ma a Copenaghen è usuale vedere tricicli dotati di piano di carico o biciclette con carrello al traino per trasportare i bimbi o borse anche pesanti. Qui la bicicletta è radicata nella cultura urbana, il 41% delle persone ci va al lavoro e il 55% dei cittadini la usa correntemente. Un altro importante ponte ciclopedonale sul porto è aperto già dal 2006, si chiama Bryggebroen: vi sono 9000 passaggi al giorno, è opera degli stessi progettisti (autori di molti ponti, tra i quali quello strallato che fa parte del lunghissimo collegamento fisso sul Baltico tra Copenaghen e Malmoe). Il ponte ciclopedale Cykeslangea a Copenaghen

 I percorsi ciclopedonali sono il nuovo cardine dello sviluppo urbano: sono lo strumento volto a permettere ai cittadini di recuperare un rapporto con le distanze e col tempo. Com’è noto infatti la velocità media di chi si sposta in città con l’auto è di circa 4 chilometri l’ora: la stessa di un pedone che si muova a passo moderato. E un ciclista viaggia molto più rapidamente. La differenza è che il pedone o il ciclista non ha problemi di parcheggio e non consuma carburanti, oltre a conservare un rapporto diretto con lo spazio abitato che lo attornia. La tendenza si sta diffondendo ad altre metropoli. Per esempio a Londra, dove il 24% del traffico nelle ore di punta avviene su bicicletta, il sindaco Boris Johnson ha proposto di costruire due percorsi assiali ciclopedonali che attraversino ad angolo retto tutta la città, e ovviamente richiederebbero molteplici scavalcamenti non solo del Tamigi ma anche strade carrabili. Il ponte ciclopedonale di Aarschot, in Belgio

La sua proposta dovrebbe giungere a compimento nel 2016, e sono emersi già diversi autorevoli progetti volti a rendere più facilmente ciclopedonabile la capitale. L’architetto David Nixon e l’imprenditrice Anna Hill hanno costituito il consorzio River Cycleway che propone una pista galleggiante su zattere che corra sul Tamigi, parallela alla riva sud, da Battersea a Canary Wharf: secondo i progettisti permetterebbe di ridurre di mezz’ora il tempo di percorrenza di quella tratta in bicicletta. Il costo sarebbe di 600 milioni di sterline e verrebbe ripagato col sistema del pedaggio. Un’idea di macchinosità utopica, dall’accentuato carattere futurista è quella proposta da Norman Foster con «Sky Cycle»: prevede una serie di strade sopraelevate ciclabili che corrono parallele alle linee ferroviarie, servite da ascensori per mediare la differenza di livello rispetto alla strada. Se il progetto di Nixon venisse realizzato avrebbe un impatto pesante sulla navigabilità del fiume e difficilmente incontrerebbe il favore dei ciclisti che non amano pagare ticket per il transito su 'ciclostrade' solo per risparmiare un po’ di tempo. Quello di Foster appare ancora più lontano dalla realtà: è frutto dell’idea che il traffico su bicicletta vada rimosso dalle strade per lasciare spazio alle automobili. Il che comporta di staccare i ciclisti dal contesto urbano, laddove la bellezza della bicicletta è proprio di consentire a chi la usa di godersi con calma la città. Lo scopo delle soluzioni favorevoli a pedoni e ciclisti dovrebbe essere non di allontanare le biciclette, ma di scoraggiare l’uso dell’auto – come avviene con la 'area C' a Milano, dove peraltro ancora le piste ciclopedonali stentano a trovare una diffusione soddisfacente. Ma il dibattito in corso a Londra è uno degli indici che sta cambiando il vento.  Progetti utopici a parte, in molte metropoli si sono prese misure esemplari. A Madrid per esempio nel corso degli anni recenti hanno risistemato le rive del Manzanares aprendo giardini lungo i quali è gradevole passeggiare, attraversati anche da piste ciclabili. Un’altra importante soluzione è stata trovata a Rotterdam, dove recentemente è stata completata la costruzione del ponte di Luchtsingel, articolato lungo 390 metri in tre direzioni. Costruito in assi di legno è stato finanziato tramite crowdfunding  (raccolta fondi libera tramite il web) e su ogni asse è inciso il nome di uno dei donatori. È frutto di un’iniziativa ampiamente condivisa dalla cittadinanza, e collega la zona nord della città col centro, rivitalizzando un’area dove è stato aperto un giardino pensile, disponibile per attività culturali e ricreative.  Grande partecipazione c’è stata anche per la realizzazione del nuovo ponte ciclopedonale tra San Francisco e Oakland: nel settembre del 2013 ne è stata inaugurata una prima porzione dopo anni di insistenza da parte di organizzazioni di cittadini. Quando sarà completato avrà una lunghezza di circa quattro chilometri e consentirà di passeggiare a piedi o in bicicletta sulla baia californiana: i pedoni sul marciapiedi, i ciclisti sull’asfalto. Niente automobili.  Le città, costruite per gli esseri umani, già colonizzate dalle auto, coi percorsi ciclopedonali pian piano saranno rese ai legittimi utenti: ma stando coi piedi e con le ruote per terra, non arrampicandosi su ipertecnologiche utopie.