Agorà

Gli stereotipi tv. Più fiction che scuola

Mirella Poggialini mercoledì 2 aprile 2014
Nella ormai lunga storia della fiction tv la scuola appare con regolare scansione fra i temi trattati, via via cambiando intonazione e umori a seconda dell’epoca e dei problemi contingenti. Molti i titoli che il cinema ha proposto, molte le serie tv che hanno illustrato – ognuna a suo modo – quell’idea di "scuola", generalmente stereotipata e confusa, che si ha dell’istituzione e delle sue attività. Perché se il cinema ha fatto della scuola un tema vivo – si considerino alcuni titoli, L’attimo fuggente di Peter Weir, La classe di Laurent Cantet, ma anche Io speriamo che me la cavo della Wertmuller tratto dal libro di Marcello D’Orta e La scuola di Daniele Luchetti – la serialità televisiva si è adagiata nella figura di nobili maestri (ricordiamo Don Bosco e Don Milani, peraltro discusso, Alberto Manzi e gli eroi di Cuore, O’Professore con Castellitto e il Diario di un maestro di Vittorio De Seta), la tv ha scelto invece di descrivere la scuola con i toni della commedia, privilegiando le storie private degli insegnanti rispetto alle analisi dei ragazzi e delle loro attività. Hanno avuto successo di pubblico, le serie con peripezie e complicazioni che hanno fatto della scuola un palcoscenico: dai Ragazzi della terza C, autori Federico Moccia e Claudio Risi, agli alunni di professoresse spesso impegnate in vario modo, dalla Veronica Pivetti del longevo Provaci ancora prof a Luciana Littizzetto, in vario modo iperattiva, che abbiamo recentemente visto nella seconda serie di Fuoriclasse, non priva di sbavature. Ma è sempre mancato, in tutte queste trasposizioni più o meno di maniera, il rapporto con la scuola vera, quello con gli allievi (o alunni o studenti, che dir si voglia). Le vicende amorose degli insegnanti, le rivalità fra colleghi e le tensioni relative hanno dominato le sceneggiature, nelle quali i ragazzi – preferibilmente adolescenti inquieti ma in fondo generosi, tutti presi dai fatti loro più che dalla scuola – sono apparsi come coro, in piccoli drammi solitamente risolti con il sorriso di circostanza. Non si è mai riusciti davvero a dare il "senso" della scuola, dell’attività che vi si svolge, del lavoro – lo vorrei scrivere tutto a maiuscole – che vi si svolge in misura più o meno facile. Sarebbe noioso, in effetti, insistere sulla didattica, sui fini e sui metodi colti nel loro manifestarsi quotidiano. Ma "scuola" è rapporto, è dono, è costruzione, è presente che con cura e attenzione si fa futuro, e se pure le difficoltà si sono moltiplicate, negli ultimi decenni, e le priorità si sono spesso capovolte quanto a richiamo, la scuola rimane parte essenziale della vita di ognuno. E manca, in quello che la tv ha offerto sinora, la visione della scuola in azione, delle mattinate in classe, del lavorio minuzioso e anche arduo che ogni insegnante e ogni studente compie – o anche rifiuta – facendo di ogni lezione un fatto, una realtà essenziale. Solo Braccialetti rossi, negli ultimi tempi, ha saputo rendere il senso di una vita comune, di un gruppo – una classe, in fondo – in cui ognuno dà e anche prende, in una scuola esistenziale problematica e dolorosa ma resa con affettuosa immediatezza. Come si insegna? Come si impara? È una domanda importante, ancor più delle polemiche, dei dissidi ormai radicalizzati con le famiglie, delle tensioni sindacali, delle difficoltà pratiche. È sinora mancato sul piccolo schermo il ritratto vivo di un mondo che tutti noi abbiamo vissuto ma che si trasforma costantemente, definendo una società. Sarebbe bello che la tv e i suoi autori sapessero unire realismo e fantasia, invenzione e testimonianza, e della scuola potessero rendere, con semplicità e chiarezza, il significato, il lavoro, la bellezza di una continua creazione.