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La ricerca. Tv dei PICCOLI, affari da giganti

Giacomo Gambassi domenica 1 marzo 2015
Nell’epoca della grande fuga della pubblicità dal piccolo schermo, c’è una riserva indiana del pianeta televisivo italiano che non conosce la parola “crisi”: è la tv dei ragazzi. Un segmento all’apparenza minore dietro cui si nasconde un business in espansione, con cifre di tutto rispetto. A cominciare dal mercato degli spot che entrano nei programmi per under 14: in pochi anni è triplicato, passando dai 24 milioni del 2010 ai quasi 80 milioni del 2014. Non solo. Lo scorso inverno si è registrato un aumento esponenziale delle tariffe per le inserzioni. I costi di una réclame sono raddoppiati su Rai YoYo, Boing e Cartoonito o hanno segnato un più 52% in casa Super!. Come a dire: si possono fare ottimi affari con la tv dei più piccoli. E i network che vanno in onda in Italia lo hanno capito. Si spiega anche così l’esplosione dei canali per bambini e preadolescenti che negli ultimi anni è avvenuta da noi: oggi si contano ventidue reti, fra gratuite, a pagamento e via satellite. Un record che non ha equivalenti in Europea. Di fatto le emittenti puntano su una platea di sei milioni di spettatori (dai quattro ai quattordici anni), cui si aggiungono genitori e nonni ben disposti ad aprire il portafoglio per abbonarsi alle pay tv o a fare acquisti per figli e nipoti. L’ECONOMIA NASCOSTA  Eppure sulla natura economica della televisione per ragazzi «sembra permanere una specie di silenzio consensuale » fra emittenti, produttori, istituzioni, associazioni e mondo accademico. Lo evidenziano il secondo e il terzo rapporto su Televisione e infanzia realizzati da OssCom, il Centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica, e promossi da “Focus in Media” della Fondazione per la sussidiarietà insieme con Sky Italia.  Le cifre che girano attorno ai “baby” canali sono ritenute «un dato scontato, accettato senza margini di conflitto, a patto che le caratteristiche dell’offerta si attestino su livelli di compromesso accettabili», si legge nella ricerca che è frutto di tre anni di lavoro. Gli ultimi due studi verranno presentati martedì alle 9.30 nell’ateneo di Largo Gemelli a Milano. Al centro la sfida di «conciliare valore economico e valori culturali» in questo spicchio di tv che va considerato un «bene meritorio della società dell’informazione», spiega l’indagine. L’AFFARE DI CARTONI&C  La tv dei ragazzi non è solo piccolo schermo. Per una casa di produzione – ad esempio Hit Entertainment, che ha in portfolio serie animate come Sam il pompiere o Bob aggiustatutto – solo il 10% degli introiti deriva dai diritti di messa in onda televisiva, mentre il 37% scaturisce dalle licenze sui prodotti legati ai protagonisti dei programmi e il 48% dall’home video.  Emblematico il caso di Peppa Pig. Al servizio pubblico che la propone su Rai YoYo regala picchi di ascolto fino a 600mila spettatori e, quando la famiglia di maialini britannici compare sugli schermi, il canale rientra fra le dieci stazioni più viste nel Paese. Tutto ciò ha permesso alla Rai di quadruplicare i prezzi degli spot che all’ora di cena accompagnano Peppa Pig. Ma dietro il cartoon ci sono anche 4 milioni di libri e 500mila dvd venduti in Italia. Una fortuna simile (seppur in termini inferiori) hanno Violetta, la serie per adolescenti proposta da Disney Channel e Rai Gulp, o Dora l’esploratrice di Nickelodeon. UNA TV POCO ITALIANA  Oltre la metà dei programmi arriva dall’estero. Attingono soprattutto da librerie internazionali Boing e Cartoonito (gruppo Mediaset-Turner), K2 e Frisbee (oggi Discovery) ma anche Nickelodeon e Nick Jr (gruppo Viacom), che però si cimentano in qualche progetto nazionale. Si tratta di scelte connesse a ragioni economiche che, avverte lo studio, possono tradursi in una «colonizzazione » o in un’«uniformazione» culturale e che fanno venire meno uno dei fattori indicati dalla ricerca per costruire una “buona televisione”: il rapporto con le culture locali. Investono in produzioni nazionali la Rai con Rai YoYo e Rai Gulp, che vantano proposte come Calimero, La tv ribelleMelevisione; e poi DeAgostini che per i suoi canali DeAKids, Super! e DeAJunior ha varato trasmissioni come Missione cuccioli o Adriana, Tino & me; e anche la Disney che ha una divisione interna per realizzare In tour  o Life bites. Ma, chiariscono i rapporti, l’Italia non incentiva la realizzazione di titoli nazionali. Si è arenata nell’agone politico la “tax credit” introdotta per defiscalizzare le produzioni nostrane per bambini, come avviene in Francia o Gran Bretagna. E anche il limitato obbligo di assicurare almeno il 10% di programmi italiani ha ricevuto uno schiaffo dall’Agcom che ha concesso una deroga a Disney, Fox International e Discovery Italia. Il risultato è che le industrie creative nazionali hanno idee e professionalità, ma restano di piccole dimensioni. LA RAI IN BILICO  Il vero perno della tv dei ragazzi è la Rai, che non solo è leader negli ascolti (Rai YoYo è il canale più visto del settore) ma gioca anche un ruolo determinante nel favorire la realizzazione di programmi nazionali investendo ogni anno 15 milioni di euro.  Però il nuovo Contratto di servizio prevede che Rai YoYo non contenga pubblicità. Una decisione destinata a determinare una perdita di 10 milioni nelle casse di viale Mazzini. E in pratica la somma verrebbe spartita fra i concorrenti della tv di Stato. LE ATTESE  I due rapporti analizzano le “voci” di chi parla della tv per i più piccoli: i network, le autorità pubbliche, la società civile, gli studiosi. Grandi assetti nel dibattito sono le famiglie, la scuola e persino i ragazzi che «non hanno voce». Lo studio denuncia anche il congelamento del Comitato Media e minori: nonostante sia stato ricostituito tre anni fa, non ha pubblicato documenti o interventi di rilievo dal 2011.  Le conclusioni delle ricerche descrivono un Paese poco attento alla tv dei ragazzi. Lo dimostrano l’«orientamento prevalentemente sanzionatorio e di controllo delle authority», la «distrazione delle forze politiche sui temi della cultura e dell’educazione», l’«arretratezza della riflessione delle associazioni», i «limiti della ricerca scientifica», la «frammentazione della filiera produttiva».