Agorà

IL PERSONAGGIO. Il frate che faceva parlare le pietre

Marco Roncalli venerdì 22 ottobre 2010
Sono trascorsi due anni dalla morte di padre Michele Piccirillo, eppure in molti, in tante parti del mondo continuano a sperimentare il vuoto aperto dal suo addio. Il frate che faceva parlare pietre e mosaici e dava voce ai cercatori di pace richiama la formula che la Scrittura dice di Mosè: «Il suo ricordo è in benedizione». Lo dimostra il volume che, per l’occasione, Custodia di Terra Santa e Studium Biblicum Franciscanum hanno pubblicato (Michele Piccirillo francescano archeologo tra scienza e Provvidenza, a cura di Giovanni Claudio Bottini e Massimo Luca, Edizioni Terrasanta, pp. 182, euro 18). L’opera, corredata di parecchie immagini, oltre a proporre un profilo biografico a più voci, con i capitoli salienti della vita e le tappe dell’attività – scavi, restauri, mostre… – ricavate dalle schede da lui compilate e dalle note redatte per gli Acta Custodiae Terrae Sanctae o il Notiziario della facoltà di Scienze bibliche e archeologia di Gerusalemme, presenta anche una fitta bibliografia che registra contributi scientifici, saggi e conferenze. Un’occasione dunque per cominciare il regesto di tanto lavoro fatto da padre Michele: insomma, la sua eredità di archeologo e biblista apprezzato dalla comunità accademica internazionale, nell’attesa della miscellanea di studi scientifici affidata a padre Carmelo Pappalardo e a Leah Di Segni, ma anche di un profilo completo che ci dica qualcosa in più sulla sua parabola umana e spirituale, a partire dalla vocazione e dal primo approdo a Gerusalemme, nel settembre 1960. Un itinerario costellato di soddisfazioni, fra scoperte rilevanti (come il mosaico del diaconicon del «Memoriale di Mosé» nel ’76 o l’identificazione di Umm er Rasas, la biblica Kastron Mefaa, nell’86), pubblicazioni monumentali (The Mosaic of Jordan nel ’93), congressi internazionali (come quello del centenario della Carta musiva di Madaba nel ’97) e una miriade di incontri con i pellegrini in Terrasanta (senza dimenticare la visita su Monte Nebo di Giovanni Paolo II nel 2000)… Un itinerario che pure lo vide osservatore – talvolta poco diplomatico – dei conflitti israelo-palestinesi. Fatti sin qui abbastanza noti. Ma c’è qualcosa di nuovo che le pagine di questo libro preannunciano, toccando la dimensione meno nota di padre Michele: quella interiore. Lo documentano schegge dai diari di Piccirillo, conservati presso lo Studium Biblicum Franciscanum. Iniziando con l’arrivo di padre Michele in Terrasanta, le agende si «sdoppiano» dal 1973, quando – per ragioni di lavoro – l’attività scientifica inizia ad avere due appoggi logistici: Gerusalemme e il Monte Nebo in Giordania; il diario del Nebo si chiude al 30 maggio 2008, l’agenda di Gerusalemme il giorno dopo. Il 2 giugno padre Michele lascia Gerusalemme senza farvi più ritorno. Anche in ospedale però – tra giugno e ottobre 2008 – non manca di annotare su un block-notes nomi, numeri telefonici, incontri, considerazioni sulla salute che palesano insieme la sua fede. Vale la pena di leggerne qualcuna. Il 15 maggio, trovandosi a Roma con il pensiero agli esami più approfonditi al pancreas, Piccirillo scrive: «Giobbe mi ricorda lo spirito giusto con cui bisogna affrontare questa stagione della vita che per tanti è iniziata molto prima: "Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?". Con fiducia, fede e serenità». Il 24 luglio, in attesa che i medici decidano, annota: «Non rinchiudermi ma continuare a sorridere anche se non capisco fino in fondo la gravità del mio male. Nascondermi nelle piaghe del Signore come in un luogo caldo e rassicurante. Questa ora è la mia vera battaglia, non il vivere che è nelle mani di Dio». Il 14 agosto a Livorno in ospedale annota: «Ho sempre sognato di morire davanti a un plotone di esecuzione o come i martiri coscienti di quanto facevano. Era forse letteratura. Ora è un momento di vero pericolo. Ho sempre pensato al rischio della fede. Ora è il momento di pregare per questo abbandono fiducioso, per una coerenza cristiana che è partecipazione alla Passione di Gesù per il bene della Custodia, dello Studium, del Nebo e per la pace in Medio Oriente». Il 6 settembre riflette: «Mai come in questi giorni mi sono sentito in una nube d’amore, che mi ha dato quella serenità che non è mai venuta meno». E il giorno dopo: «Sono stato operato e ho vissuto questi giorni durante le due domeniche nelle quali l’insegnamento di Gesù parla di discepolato e di croce, forse mi dico che solo ora ho iniziato a essere cristiano prendendo e accettando in serenità la mia croce».Il 10 settembre in un riquadro scrive: «Dentro una nube protettiva che è la misericordia di Dio e le preghiere di quanti si sono ricordati di me». Quattro giorni dopo insiste: «Spero proprio di non uscire dalla nube!». E aggiunge: «Tempo di potatura/ per sfrondare i due tronchi della Croce/ che germoglieranno a nuova vita la mattina di Pasqua». Con il suo addio padre Michele ha rivelato a molti quanto fosse stimato e amato per il suo lavoro e la sua personalità. Forse però c’è ancora qualcosa che attraverso i suoi frammenti diaristici può insegnarci . E questa volta non si tratta di archeologi o di esegesi biblica.