Agorà

Anniversari. Giorgio Petrocchi e l'alba dell'Italia in Europa

Carlo Ossola martedì 29 giugno 2021

Giorgio Petrocchi

Giorgio Petrocchi (Tivoli 1921-Roma 1989), filologo e critico letterario di vasti interessi culturali, fu bibliotecario presso la Biblioteca Angelica di Roma dal 1947 al 1955. Dal 1955 al 1961 insegnò la Letteratura italiana nell’Università di Messina, quindi alla Sapienza di Roma. Nel 1983 divenne socio nazionale dell’Accademia nazionale dei Lincei. I suoi primi interventi riguardano il teatro e la musica; seguono studi sulla letteratura dell’Ottocento: Edoardo Calandra, 1947, Fede e poesia nell’Ottocento e gli Scrittori piemontesi del secondo Ottocento, 1948. Si dedica poi al Cinquecento e a Torquato Tasso: Pietro Aretino tra Rinascimento e Controriforma, 1948 e Matteo Bandello. L’artista e il novelliere 1949; studi che culminano nell’edizione critica del Mondo creato, 1951, e nel volume I fantasmi di Tancredi. Saggi sul Tasso e sul Rinascimento, 1972.

Monumentale è il suo lavoro di recensione dei codici della prima tradizione della Commedia, culminato nell’edizione critica (quattro voll.) del poema “secondo l’antica vulgata”: vi attese dal 1957 al 1966-67. Diresse con Umberto Bosco la Enciclopedia dantesca ( Treccani, 1970-1976, 5 voll.). Oltre a numerosi altri saggi danteschi, hanno particolare importanza gli studi sulla novellistica, e la costante attenzione al Manzoni e alla letteratura religiosa, da san Francesco ai contemporanei: si vedano Scrittori religiosi del Duecento e Scrittori religiosi del Trecento, 1974, Segnali e messaggi, 1981. Un profilo di Giorgio Petrocchi è tracciato da G. Lucchini in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. LXXXII (2015). La ricerca di Giorgio Petrocchi ha sempre osservato, con finezza e pacato ascolto dei testi e degli autori, quel manifestarsi – in ogni opera di creazione – di «segnali e messaggi» d’interiorità, altrettanto l’«ardente luminosità» degli eroi manzoniani, quanto le «perplessità morali » del Tasso, giudicate con «magnanima, veneranda, dolce e mansueta» serenità, come avrebbe detto il suo Gioberti.

La figura e l’opera di Giorgio Petrocchi vengono ricordate oggi all’Accademia Nazionale dei Lincei, alle ore 17, con relazioni di Roberto Antonelli, Giacomo Jori, Benedetta Papasogli, Francesca Petrocchi e di chi scrive. Del suo stile critico dovremmo dire quanto lo stesso Petrocchi attribuiva a Borges: «con la sua sete inesauribile di esperire e di sapere, col suo sottilissimo calamo di pietà, con la sua ansia morale, la sterminata cultura, l’affabilità e il nitore della scrittura, il ritmo suggestivo della pagina». Egli ha sempre coltivato «Il sacrum commerciumdel vero con l’ideale»: con questa formula, così francescana, egli concludeva il suo acuto saggio su Manzoni e Dante (1974); è anche definizione che tiene insieme e giustifica le linee essenziali della ricerca dello studioso: la storia del sentimento religioso, il concertato del dialogo nel “vero” della condizione terrena dell’uomo, la creazione ideale di universi, in Dante e nel Tasso, visibili e soprattutto interiori, i mondi del pensiero e dell’infinito anelito della mente.

L’intreccio del «vero con l’ideale» discende, probabilmente, dal ricordo dei versi di Arrigo Boito: «Ho già sentito assai quel doppio morso / Del Vero e dell’Idea» ( A Emilio Praga), ma è qui conciliato nel concerto di dissonanze e consonanze che nasce dall’ascolto dei dialoghi manzoniani, culminante nella splendida analisi dell’irrequietudine dell’Innominato. Il dialogo, come dimostra il saggio La tecnica manzoniana del dialogo (Firenze 1959 e 1966) è l’artificio che permette di tenere insieme le dissonanze dell’umano: « I Promessi Sposi dovranno restituirci (e questo potrà avvenire quasi esclusivamente nel dialogo) la composita voce di questo ideale artistico di rappresentazione della bontà e della violenza, della carità e dell’ingiustizia, dell’inquietudine più aspra e della sempli- cità più vicina al sentimento di Dio».

Accanto a questo “concertato” dei toni del reale ch’egli faceva discendere dalla sua finezza di critico musicale (ricordo i suoi saggi degli anni Quaranta raccolti postumi, con prefazione di Gianandrea Gavazzeni: Letteratura e musica, 1991), sapeva auscultare i segnali dei mondi sognati, agognati, perduti, vagheggiati e spenti, come nello splendido volume: I fantasmi di Tancredi, 1972, che dialoga ad ogni pagina con l’Interpretazione del Tasso, 1951, dell’amico Giovanni Getto: entrambi orientati a individuare quella linea di spiritualità profonda che, nella letteratura italiana, va da Dante al Tasso e da questi al Manzoni. In questa parabola, saggio di luminosa sintesi è il contributo di Petrocchi, La religiosità, al quinto volume: Le Questioni della Letteratura Italiana Einaudi, 1986. In quel percorso sintetico l’autore ricorda la tensione che alla scrittura impone la visione mistica, sia essa «contemplazione diretta dell’Assoluto o la sua forma incarnata», ch’egli invera in una citazione vibrante di Angela da Foligno: «Una volta meditavo il sommo dolore che Cristo sostenne nella Croce, e pensavo ai chiodi delle mani e dei piedi che avevano portato la carne fin dentro al legno. Desideravo vedere tutto».

Giorgio Petrocchi è soprattutto l’artefice paziente dell’edizione critica della Commedia“ secondo l’antica vulgata”, preceduta da molti saggi danteschi tra i quali spicca L’attesa di Belacqua (in 'Lettere Italiane', 1954, 3), analisi che consuona con il “mito di Belacqua” proposto in quegli anni e dopo da Samuel Beckett: «Occorre anzitutto tener presente che Belacqua si trova nell’Antipurgatorio e che l’Antipurgatorio vive sotto la luce dell’attesa della purificazione. Tutte le anime attendono. Attendono i morti scomunicati, e con essi Manfredi, e girano lentissimamente, con un passo che sembra a Dante più quiete che moto. Attendono i neghittosi e giacciono immobili. Attendono i morti di morte violenta».

Appare ora, in occasione del centenario della nascita, un volume di rarioradi Petrocchi ( Classici del credere. Tasso, Manzoni, gli eredi di Dante, a cura di Francesca Petrocchi, Roma, Aracne) che, oltre ai saggi principali, sopra evocati, sul Tasso e sul Manzoni raccoglie alcuni ritratti di interpreti ed eredi di Dante nel Settecento di Gasparo Gozzi e di Lorenzo da Ponte. In quel contesto, il poema di Dante è il primo che segni il destino europeo dell’Italia, Giorgio Petrocchi richiamando un mirabile motto di Lorenzo da Ponte, 1787, all’imperatore Giuseppe II d’Asburgo: «Scriverò la notte per Mozart [ Don Giovanni] e farò conto di legger l’Inferno di Dante. Scriverò la mattina per Martini e mi parrà di studiar il Petrarca. La sera per Salieri e sarà il mio Tasso». Quasi un ritratto dell’opera magistrale di Giorgio Petrocchi.