Agorà

J'ACCUSE. Perché, Milano, fai morire i tuoi teatri?

Giacomo Poretti mercoledì 26 settembre 2012
I teatri preferiscono morire in estate, quando la gente va al mare o in montagna, e loro discreti, senza far rumore, al massimo con un’ultima triste replica se ne vanno verso la demolizione. A Milano la lista funebre dei teatri è lunghissima: Il Teatro Porta Romana è diventato un’agenzia di viaggi, il Ciak un condominio con portineria, il Teatro Girolamo è stato chiuso nel 1983 perchè dovevano rifare le porte di sicurezza e da allora nessun attore e spettatore è più entrato: forse non van d’accordo sul colore dei maniglioni antipanico. Del Teatro Lirico un giorno si dice che è morto, il giorno dopo viene dato l’annuncio che è vivo e riaprirà, ininterrottamente dal 1999: è chiaro che poi la gente fa fatica a credere sia alla resurrezione che ai sindaci. Per non parlare di numerose sale parrocchiali e di oratori: piccoli e sgangherati palcoscenici dove almeno tre generazioni hanno goduto per la prima volta della magia del teatro grazie a rappresentazioni di compagnie filodrammatiche composte dal dentista, dalla sarta, dai fresatori e dalle tessitrici del quartiere; le stesse filodrammatiche che avevano come regista il prete della parrocchia. Storie meravigliose quelle dei teatri di quartiere: chiunque si presentasse in oratorio per fare l’attore, il regista, che poi era anche il prete, lo accoglieva e gli assegnava una parte, anche se i ruoli erano già tutti coperti: voleva dire che ci sarebbero stati due o tre camerieri in più, i quali, muti, avrebbero accompagnato in scena il titolare della battuta «il pranzo è servito»; gli spettatori a volte si domandavano come mai per dire che era pronto da mangiare in teatro fosse necessario presentarsi in sette camerieri. C’erano poi dei quartieri dove la gente impazziva per il teatro, ma le persone si vergognavano a fare gli attori, e in quei casi il prete regista, faticava non poco ad allestire la compagnia: la battuta «il pranzo e’ servito» in ogni caso toccava sempre all’esordiente di turno. Una volta l’esordiente fu la signorina Astani, neolaureata in filologia romanza, timidissima, miope, ma quel ch’è peggio balbuziente. La mamma della signorina Astani era convinta che sul palco la figlia avrebbe iniziato a parlare fluidamente senza incepparsi, il prete e tutto il quartiere un po’ meno, ma la parte fu assegnata, perché comunque, come diceva il don, «si fa il teatro per divertirsi, stare insieme e imparare qualche cosa di nuovo». La sera del debutto la sala era colma e gli attori nervosi, il regista prete distribuiva consigli e benedizioni, in particolare alla signorina Astani. Quando lo spettacolo iniziava si passava il primo quarto d’ora a cercare di riconoscere se dietro una parrucca si nascondesse il sindaco o il commercialista, se la perfida megera era interpretata dalla parrucchiera o dalla maestra elementare e così via fino all’ingresso della signorina Astani: il pubblico che aveva appena finito di ridere a crepapelle perché il farmacista, vestito da regina, era inciampato nel suo abito, immediatamente si zittì, forse aveva compreso che ora lo spettacolo da farsa si sarebbe tramutato in tragedia. La signorina si posizionò nel mezzo della scena e stette in silenzio per un minuto: nemmeno il grande Eduardo osava sfidare il suo pubblico con tanta pausa! Per altri due minuti la signorina cercò di andare oltre «il pp... il pp... il ppppppp», ma non ci riuscì. Il prete si affacciò in quinta, il suggeritore dalla buca ripeteva ossessivamente la battuta, la mamma della signorina in platea rassicurava tutti che ora la figlia si sarebbe sbloccata. La signorina Astani si stava contorcendo in uno sforzo che probabilmente l’avrebbe portata nei pressi della morte, quando il regista, anzi il prete fece una cosa geniale: entrò dalla quinta, guardò la signorina e con un sorriso calmo e affabile chiese: «Per caso è pronto il pranzo?», la signorina fece di sì con la testa e smise finalmente di sudare. Il pubblico scattò con l’applauso più fragoroso della serata: la signorina abbracciava il prete, il farmacista abbracciava il commercialista, il prete li guardava male, la mamma in sala abbracciava tutti orgogliosa: sua figlia aveva debuttato a teatro! Ora che queste sale parrocchiali le frequentiamo di meno, che ci sono meno registi preti, anzi meno preti, quelle sale si chiudono, le sedie di legno scricchiolano e si riempiono di tarme. Anche il Teatro Ciak di Milano ha una storia particolarissima: il suo inventore, il compianto Leo Wachter, geniale impresario ebreo che riuscì a portare i Beatles in Italia, negli anni 70 inventa una formula che strabilia i milanesi: per il costo di un biglietto lo spettatore può vedere un film e uno spettacolo comico di un’ora. Leo Wachter con questa intuizione ha nobilitato teatralmente una forma di spettacolo, il cabaret, che salvo rarissime eccezioni lo si faceva in scantinati e discoteche. Da li sono passati tutti i comici italiani e le raffinatissime avanguardie europee. Nel 2007 hanno staccato l’insegna dal muro del teatro e l’hanno messa su un tendone di plastica: non è la stessa cosa, è come andare a teatro in campeggio: lo sai che prima o poi l’estate finirà. Ora il tendone di plastica è stato smontato, i picchetti e il telo sono stati messi insieme all’insegna in un’enorme zaino caricato su un camion che sta vagando per la periferia di Milano alla ricerca di un prato incolto, un terreno sfitto, magari anche una di quelle aree che si vedono dalla tangenziale dove la gente abbandona i vecchi televisori e i water; anche li sarebbe disposto a posizionarsi il teatro Ciak pur di uscire dallo zaino. Forse io sto solo invecchiando e non mi rassegno all’idea che il mondo cambia e si evolve: al posto dei libri su carta ci sono gli eBook elettronici, al posto del muretto e della piazza c’è facebook, anziché vedersi un film intero dall’inizio alla fine si preferisce vedere la scena clou su you tube, al posto del Teatro Smeraldo un supermercato. Mi chiedo se una città può permettersi di far morire i propri teatri. Più che appellarmi alla pigra, annoiata e demotivata borghesia della mia città, alla quale ricordo che si è sempre servita del teatro per gloriarsi di se stessa, ma anche per ridere di se e per vedere specchiati i propri difetti, autocritica che volentieri concedeva solo all’arte e in particolare al teatro; più che a lei, vorrei rivolgere invece una preghiera a tutti i farmacisti, alle maestre elementari, alle sarte, ai fresatori, ai commercialisti, i balbuzienti, a tutti quelli che sono saliti su un palcoscenico almeno una volta, che hanno fatto un corso di teatro, una scuola di mimo, un laboratorio di maschere teatrali; a tutti quelli che hanno visto uno spettacolo di burattini. Ecco a tutti loro voglio ricordare una cosa: voi lo sapete che il teatro è uno dei giochi più belli della vita vero? Vi sembrerà paradossale ma io credo che il futuro del teatro delle nostre città sia nelle mani dei desideri dei balbuzienti e della loro voglia di sogno e fantasia.​