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Cinema. Neri Parenti: «La commedia italiana è a rischio»

Angela Calvini giovedì 9 giugno 2022

Il 72enne regista fiorentino Neri Parenti sul set cinematografico

«Certo cinema popolare, con un aspetto curato e attori bravi, solo se ricomincia la sala si rifarà, ma non sono ottimista. Al cinema oggi non ci va più nessuno...». A lanciare l’allarme è il regista Neri Parenti, classe 1950, il re degli incassi italiani, dalla saga di Fantozzi ai “cinepanettoni” con Boldi e De Sica, che sarà ospite in un incontro pubblico in apertura di Castiglione Cinema - Rdc Incontradomani, 10 giugno, alle 18 in Piazza Mazzini dal titolo “Che commedia la vita!” condotto da Steve Della Casa. La manifestazione promossa dalla Fondazione Ente dello Spettacolo presieduta da monsignor Davide Milani, sino al 12 giugno proporrà film e incontri con Margherita Buy, Giuseppe Piccioni, Enrico Vanzina, Aurora Ruffino, Giulio Scarpati, Nora Venturini, Osvaldo Bevilacqua e Neri Marcoré. Sabato 11 giugno a Poggio Santa Maria (Castiglione del Lago) si terrà il seminario residenziale “Politiche culturali e scenari economici per il futuro del cinema italiano” che discuterà sulle soluzioni per risollevare cinema e audiovisivo dopo i recenti sconvolgimenti. E proprio di questo parliamo con Neri Parenti.

Neri Parenti, sembrano lontani oggi i tempi in cui il suo film record, Natale sul Nilo, nel 2002 incassava 28,3 milioni di euro.

Erano altri tempi. È un dato di fatto che al cinema non ci va più nessuno, per adesso, al contrario dei concerti e dei teatri. C’è tutta una fetta di cinema popolare che sopravvive solo con il conforto di incassi buoni. È inutile fare un film da 7 milioni per incassare 200mila euro. Gli ultimi tre anni sono stati spazzati via, il mio ultimo film è andato sulle piattaforme. Ho tre progetti già scritti e finanziati nel cassetto ma sono fermi. Meglio vanno i film d’essai: costano poco, hanno agevolazioni fiscali e con quello che ti danno le piattaforme riesci a girarli.

Vuole dirci che la commedia all’italiana è a rischio?

La cartina di tornasole, a parte me, è che tutti gli attori comici non fanno film, a partire da Checco Zalone. Verdone è andato su Amazon, Ficarra e Picone su Netflix. I re del botteghino aspettano tempi migliori e intanto fanno serie tv. Se fai 8 puntate guadagni come con un film. I guadagni dei nostri film si basavano anche su un ritorno della Siae, ma da varie piattaforme che hanno la sede legale all’estero, non prendiamo niente.

Ma secondo lei oggi non c’è bisogno di una risata per alleggerire le angosce?

Non è sempre matematico che quando si vivono cose brutte ci sia voglia di ridere. È quando quando le cose vano bene, che c’è un occhio meno severo. Oggi con la pandemia e la guerra, si immagina cosa direbbero se uscisse una commedia surreale delle mie?

In effetti la comicità piuttosto grassa dei cinepanettoni le ha attirato molte critiche negli anni.

Da ragazzo volevo fare il critico cinematografico: è la mia nemesi totale con quello che mi hanno detto negli anni (ride, ndr). È normale che una persona che recensisce Godard e Buñuel, poi vede Natale sul Nilo o Natale a Miami e lo stronca. Certo, noi lo sapevamo benissimo di fare delle cose eccessive, ma il divertimento del pubblico veniva prima di tutto. Ogni film era figlio di quello prima, magari in quello dopo spingevi meno, a volte ti sorprendevano certi attori che venivano riconfermati. C’era sempre una riunione i primissimi di gennaio con gli autori in cui si analizzava il risultato del film. Si andava in sala, in giro per l’Italia, a vedere la gente come reagiva e si faceva un summit.

Lei ha scelto un’altra strada rispetto alla sua famiglia.

Il papà è stato rettore dell’Università di Firenze, ha fatto il primo censimento in Cina negli anni 60, ha creato il servizio opinioni Rai che oggi è diventato l’Auditel. Era così importante che a casa non stava mai. Ai nostri i cani davamo il nome dei primi ministri che incontrava in quel momento in ogni parte del mondo. Con questa incombenza, io e miei due fratelli non potevano che scegliere strade diverse.

Lei come ha scelto il cinema? A fare cinema sono capitato per caso, sono arrivato su un set a Roma nel 1970 e mi sono innamorato. A me piacevano i film di avventura, Robin Hood, Ivanohe, più tardi mi sono appassionato ai film di Mel Brooks. Intanto piano piano sono diventato aiuto regista di tutti registi della commedia all’italiana, Pasquale Festa Campanile, Steno, Giorgio Capitani. Io comunque la comicità ce l’avevo nelle corde sin da quando curavo la parte comica del giornalino universitario.

A lanciarla è stato il lungo sodalizio con Paolo Villaggio con cui ha girato buona parte della saga di Fantozzi.

Il mio primo piccolo film era stato a 27 anni John Travolto da un insolito destino, una parodia de La febbre del sabato sera . Il produttore Goffredo Lombardo, quando capì che Villaggio voleva fare il regista da solo dopo essersi diviso da Luciano Salce, hanno pensato di mettergli accanto come co-regista un ragazzino, ma di esperienza come me, che non gli facesse troppa ombra. Perché il regista non è solo un artista, ma tante cose, un ingegnere, un costumista. Anche se Villaggio aveva 20 anni più di me, siamo stati tanti anni insieme perché avevamo una fiducia professionale reciproca.

Quei film, con la risata, raccontano e criticano l’Italia dell’epoca...

Fra le righe di Fantozzi c’era una critica sociale importante, che certo non c’era nei cosiddetti “film di cordata” con tanti attori come I pompieri. Negli anni 70 e 80 in Italia sono successe tante cose. In Russia lo aveva fatto Gogol di mettere sotto la lente di ingrandimento una categoria non interessante per la grande letteratura come quella degli impiegati. In Fantozzi c’è tutta una critica del mondo impiegatizio, dei megapresidenti, dell’ipocrisia dei colleghi. La serie sulle vacanze con Boldi e De Sica invece era un affresco divertente, ma che non entrava nel merito. Lì erano tutti ricchi…

Quali sono gli attori che è felice di avere scoperto?

Hanno preso il volo coi miei film Fabio De Luigi, Alessandro Siani e Claudio Bisio. Che poi hanno mantenuto le promesse.