Agorà

Storia. Paolo VI il Papa col «fazzolettone»

Antonio Maria Mira giovedì 19 marzo 2015
«Non si preoccupi, ci sto io dietro le Sue spalle!». È il gennaio 1945 e monsignor Giovanni Battista Montini, allora sostituto della Segreteria Vaticana e il più stretto collaboratore di Pio XII, così tranquillizzava Osvaldo Monas, presidente del commissariato centrale dell’Asci, sulle positive intenzioni del Papa sull’appena rinato movimento scout, che riprendeva il cammino a quasi vent’anni dalla soppressione decretata dal regime fascista. Un cammino difficile del quale fu convinto sostenitore il futuro Paolo VI. Un’amicizia tra Montini e gli scout poco nota, ma profonda. Che parte da quando giovane sacerdote, tra il 1923 e il 1924, fu assistente del gruppo scout Roma XXIII, e continua poi da Arcivescovo di Milano e da Pontefice. Segno anche della grande attenzione di Montini verso i giovani e le problematiche educative. Insomma davvero un "papa col fazzolettone". In occasione della "storica" route nazionale ai Piani di Pezza, nel 1986, il cardinale Sebastiano Baggio, anche lui grande amico degli scout, affermava che «la ripresa in Italia del movimento scout cattolico nel dopoguerra deve molto, moltissimo, a monsignor Montini», parlando di una vera «impresa».Un’attenzione che è cresciuta negli anni. La racconta, per la prima volta in modo completo e organico, il bel libro Giovanni Battista Montini e lo scautismo (Studium, pagine 190, euro 15,00; da domani in libreria), scritto da Paola Dal Toso, docente di Storia della Pedagogia all’Università di Verona e scout, con la prefazione (che anticipiamo in parte a lato) del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, anche lui scout. «Montini conosceva molto bene lo scautismo – spiega l’autrice –. Anzi sembra proprio un capo scout. In occasione dei tanti incontri col movimento fa discorsi senza alcun formalismo, di grande profondità e attualità. Sempre sottolineando la grande opportunità pastorale dello scautismo». Scritti contenuti nella seconda parte del libro e che vanno dal 1944 al 1977, e nei quali, scrive la Dal Toso, si può «cogliere come la stima di Montini nei confronti del metodo scout vada crescendo progressivamente nel corso del tempo». Un metodo che, anche da papa, definisce sempre con l’aggettivo «magnifico». Eppure, si legge nel libro, «sul rapporto tra Montini e lo scautismo non si è finora indagato in maniera adeguata» anche se «è fondamentale per favorire la rinascita in maniera autonoma rispetto al progetto di Gedda, che ipotizza un’organizzazione ombrello che raggruppi tutte le organizzazioni di ispirazione cattolica». Molte pagine del libro sono così dedicate al progetto di Luigi Gedda, storico presidente nel dopoguerra della Gioventù italiana di Azione Cattolica (Giac) e poi della stessa Azione cattolica. Un «disegno», scrive la Dal Toso, che consisteva «nel costruire in maniera egemonica un fronte cattolico italiano compatto in funzione essenzialmente politica, riunendo tutto l’associazionismo cattolico in un’unica organizzazione monolitica, gerarchicamente strutturata al centro e alla periferia, in grado di fiancheggiare e, se del caso, controllare il partito dei cattolici». Niente di più lontano dallo spirito scout. Ed è proprio questa la preoccupazione che Monas andava a riferire a Montini. Anche perché Gedda intendeva «far rinascere lo scautismo cattolico come un’articolazione dell’Azione cattolica, una sua semplice specializzazione». Lo scautismo, invece, anche durante il fascismo era riuscito a mantenere la propria autonomia. È la stagione delle "Aquile randagie", scout in clandestinità che ottennero l’appoggio di Montini. Così racconta nel libro don Andrea Ghetti, "Baden", fondatore delle "Aquile randagie": «Monsignor Montini si è espresso sull’opportunità di continuare lo scautismo dicendo che "conveniva" continuare a conservare il metodo e lo spirito dello scautismo nella prospettiva di un futuro per mantenere vive le forze nel caso di ritorno a una libera forma di vita sociale perché avrebbero contribuito al rinnovamento del mondo giovanile, pur non sottovalutando il pericolo che la vita clandestina comportava». Montini, che era anche padre spirituale di don Ghetti, conta molto sui giovani col fazzolettone. E proprio per questo, spiega ancora l’autrice, «opera, media, consiglia su come rapportarsi con Gedda e con l’Azione cattolica». Ma fa anche di più. «Ospita gli incontri dei capi della rinascente Asci, li sostiene economicamente per poter riprendere le attività». E addirittura si attiva per «richiedere tramite la Santa Sede all’industria spagnola i tessuti indispensabili per le divise». Alla fine la mediazione di Montini ottiene di mantenere l’autonomia del movimento scautistico, pur invitandolo (lo farà anche da Papa) a non isolarsi, a collaborare con le altre associazioni. Sa, e lo ripete, che lo scautismo, «stupendo gioco organizzato», è «un’educazione seria, forte e simpatica e, direi, come integrativa di quella cattolica, come utile e indispensabile». Un movimento che, dice nel 1977, indica ai giovani «un ideale attraente ed esigente, preoccupato di un’educazione autentica della fede e delle virtù umane di generosità, lealtà, purezza, coraggio che qualificheranno il servizio a cui sono chiamati nella vita familiare, professionale, civica, ecclesiale». Parole che dimostrano il particolare rapporto coi suoi fratelli scout. Ai quali lascia un messaggio: «È di una gioventù come la vostra che ha bisogno il nostro mondo. Della vostra franchezza, della vostra semplicità, della vostra spiritualità dovete far dono alla società e specialmente alla nostra gioventù».