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L'ANALISI. Così Paolo VI cambiò lo «stile» della Chiesa

Michael Paul Gallagher venerdì 27 settembre 2013
Lo stile di Paolo VI, nei suoi vari significati, ha esercitato un’enorme influenza sul Vaticano II. Come spesso si dice, Giovanni XXIII ha fatto salpare con coraggio la nave, ma Paolo VI l’ha guidata felicemente in porto attraverso una difficile navigazione. Vogliamo menzionare solo un esempio dello stile, della sensibilità e della visione con cui Paolo VI ha interpretato e guidato il Concilio. Nel novembre 1962 la lettera dal Concilio indirizzata da Montini alla diocesi di Milano commentava il delicato dibattito riguardante le fonti della Rivelazione. Egli offre ai suoi lettori milanesi una sintesi affascinante di quella che chiama la «dialettica umana» che ci si deve aspettare in un Concilio e che egli vedeva presente già nel primo Concilio di Gerusalemme. Ma il suo resoconto della situazione della prima sessione conciliare rivela l’equilibrio tipico della sua dialettica, una caratteristica del suo stile di pensiero.Riguardo al tema della Rivelazione egli inizia evocando i timori e le perplessità di alcuni dei padri conciliari: era necessario riaprire tali questioni dopo le numerose prese di posizione del magistero nel passato? Come può essere trattata una questione teologica di questo genere se ci si chiede di evitare definizioni dogmatiche? Egli risponde che, considerando la complessità della Rivelazione, non dobbiamo essere stupiti dalla pluralità di modi di vedere e che le tensioni del dibattito danno prova dell’amore per la verità presente nei diversi oratori. Egli enumera nei termini seguenti gli elementi della dialettica: «Unità e cattolicità, antichità e modernità, fissità e sviluppo... visione delle cose nella loro radice e visione delle conseguenze che da essa derivano». Tutto ciò significa che la discussione conciliare sarà «complicata e vivace», ma la speranza è di offrire «nuova luce al mondo» riguardo alla profonda realtà della Rivelazione. Ancora una volta troviamo qui l’attitudine caratteristica della sensibilità di Montini, la sua capacità di essere consapevole senza paura della complessità moderna, e tuttavia con una prudenza tipicamente equilibrata, perché il suo ultimo orizzonte di interpretazione di questa «dialettica umana» è radicato nella fede e in un senso profondo della tradizione ecclesiale. Se passiamo a considerare alcune delle sue riflessioni nel periodo successivo al Concilio, un significato centrale spetta al discorso del gennaio 1966, rivolto ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede. Nel primo discorso papale di questo genere, dopo la chiusura del Concilio avvenuta esattamente un mese prima, Paolo VI sceglie di commentare il Vaticano II in termini di stile (anche se non usa questa parola). Egli parla di una Chiesa che adotta «di preferenza il linguaggio dell’amicizia» in contrasto «con l’atteggiamento che ha segnato alcune pagine della sua storia» e invita perciò gli ambasciatori a comprendere i testi del Concilio come «dichiarazioni di pace, di amicizia per il mondo moderno». In altre parole, l’assenza di condanne e lo stesso stile o linguaggio dei documenti simboleggia, per così dire, la fine di antiche ostilità fra la Chiesa e la modernità. Vale la pena di ricordare che il titolo editoriale dato a questo discorso è «Linguaggio dell’amicizia e invito al dialogo: note di "stile conciliare"». Il significato di questo discorso è che quando Paolo VI parla di linguaggio non è semplicemente questione di vocabolario, ma di una nuova relazione o stile, che incarna una mutata attitudine verso la storia e verso la complessa area della cultura moderna nel suo insieme. Appare chiaro che lo stile personale di Paolo VI – nell’espressione e nella visione generale – era inevitabilmente più ricco e complesso di quanto avrebbe potuto essere lo stile di un Concilio. E tuttavia è stata questa ricchezza e complessità del suo stile a guidare il Vaticano II verso i suoi grandi risultati. Lo stile di una persona, nel senso di una sensibilità incarnata e espressa di fronte alla realtà, sarà sempre più sottile dello stile di un testo, anche dello stile storicamente nuovo scelto per i testi del Vaticano II. Su questa linea, vorrei concludere con un ulteriore sguardo sullo stile dell’incontro di Montini con la modernità. Si tratta della sua straordinaria recensione, apparsa nel 1937, del Diario di un curato di campagna di Bernanos, romanzo pubblicato in francese l’anno precedente. La recensione è un capolavoro di complesso discernimento della complessità. Egli non era completamente convinto di alcuni dettagli del romanzo; era preoccupato per taluni rischi e rimaneva esitante riguardo a un’immagine eccessivamente paradossale della fede. E tuttavia giudica il libro magnifico, delicato, profondo, bello (tutte parole sue). Troviamo qui una chiave risolutiva per comprendere lo stile di Montini come disposizione che lo porta a far convergere tre orizzonti: un riconoscimento della complessità moderna, una preoccupazione per estremismi e squilibri e una celebrazione riconoscente della profondità spirituale in tutte le sue molteplici manifestazioni. In conclusione, alcune parole di questa recensione sono applicabili al di là della discussione di un importante romanzo e contengono qualcosa del suo umanesimo cristiano: la letteratura e l’arte, egli ci dice, sono tanto più potenti quanto più lo stile è nascosto, perché ala sua magia consiste nell’obliarsi per servire la realtà e il pensiero che vuole trasfondere la realtà... [ma ciò implica sempre] la segreta simpatia di chi vuole consolare e beneficare». Lo stile di papa Montini ha aiutato il Concilio a trovare il suo proprio stile di consolazione. Benché lo stile conciliare non possa essere identificato con il suo stile personale, è stata senza dubbio la sua sensibilità personale ed ecclesiale che ha dato forma al Concilio e ha guidato la sua navigazione verso la sua propria rilettura della realtà in uno stile pastorale differente.