Agorà

Esegesi. Paolo e l'Apocalisse: letteratura ebraica?

Giulio Michelini venerdì 14 gennaio 2022

Andrej Rublëv, “L’apostolo Paolo”, 1407

Sulle pagine di questo giornale da Massimo Giuliani è stato già presentato il primo volume dell’opera di Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri, Nuovo Testamento. Una lettura ebraica, dedicato ai Vangeli e agli Atti degli Apostoli, che Castelvecchi completa ora con un secondo libro, dedicato alle Lettere di Shaul/Paolo, e con un terzo, su Lettere e Apocalisse. In questo modo ognuno dei ventisette scritti neotestamentari è stato introdotto, e poi commentato – con particolare attenzione ad alcuni passi salienti – a partire da una prospettiva ebraica. Per essere più precisi, nel volume Lettere e Apocalisse si trova anche uno scritto non canonico, ma tenuto in gran conto dai cristiani, la Didaché. Studiato dai patrologi, rientra giustamente in quella letteratura giudaica nella quale possiamo a buon titolo annoverare anche il Nuovo Testamento. Dai volumi di Cassuto Morselli e Maestri non ci si devono attendere soltanto interpretazioni originali, ma emerge anche la preoccupazione che la lettura dei testi non conduca a quella teologia della sostituzione per la quale, scrivono gli autori, «l’ebraismo e tutti i suoi valori fondanti erano ritenuti il “vecchio” da cui liberarsi per fare posto al “nuovo”, ossia la fede cristiana». Affermazioni come questa provocano il lettore a riconsiderare il ruolo dell’ebraismo in rapporto al cristianesimo, lo invitano a rileggere i testi fondativi cristiani da un’altra visuale, e a utilizzare anche formulazioni più adeguate. Ad esempio, a riguardo dello scritto paolino alla “comunità messianica” di Roma (intendi i “cristiani”, termine che però per quel contesto potrebbe essere anacronistico), gli autori sottolineano che la parola “conversione” non è mai stata utilizzata da Paolo per descrivere la sua esperienza sulla via di Damasco; allo stesso modo i capitoli 9-11 della lettera, quelli che affrontano il ruolo di Israele nella storia della salvezza, non implicherebbero l’annuncio della conversione finale di Israele al cristianesimo. Affrontiamo le due questioni. I due studiosi propongono di tradurre il termine greco apobolè di Rm 9,15 non con “ripudio” ma con “messa da parte”; anziché leggere «il loro [degli ebrei] essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo» (traduzione CEI), avremmo pertanto: «la loro messa da parte è stata la riconciliazione del mondo». Si tratta di sfumature, tanto più che, come scrive Romano Penna, nonostante apobolè sia un termine certamente forte (“rigetto”, “rifiuto”), l’esclusione di cui si parla qui, in base al contesto, non può riferirsi a un disconoscimento divino di Israele. Insomma, una frase non deve mai essere estrapolata, e per quella riguardante il ripudio sarebbe sufficiente considerare l’insieme dei tre capitoli su Israele e Gesù Cristo. È però anche vero che le parole sono importanti, e il linguaggio può essere migliorato, soprattutto quando può portare a fraintendimenti. A riguardo della seconda questione, ovvero se Paolo prevedesse una salvezza per Israele anche senza l’accoglienza di Gesù come Messia, l’interpretazione dei due studiosi non verrebbe condivisa da molti esegeti. Ma l’approccio di Cassuto Morselli e Maestri è in linea con l’attuale posizione della Chiesa su un punto. In un documento del 2015 la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo ammette che è complesso conciliare la fede cristiana nel ruolo salvifico universale di Gesù Cristo con la convinzione di fede di un’alleanza mai revocata di Dio con Israele: «La Chiesa crede che Cristo è il Salvatore di tutti. Non possono dunque esserci due vie di salvezza, poiché Cristo è il redentore degli ebrei oltre che dei gentili ». Però, più avanti, chiarisce: «Ci troviamo davanti al mistero dell’agire divino, che non chiama in causa sforzi missionari volti alla conversione degli ebrei, ma l’attesa che il Signore realizzi l’ora in cui tutti saremo uniti». Insomma, i commenti dei nostri due studiosi agli scritti del Nuovo Testamento non risparmiano al lettore la fatica di pensare, chiedendogli di verificare i propri paradigmi interpretativi. Si veda, a mo’ di esempio, la spiegazione che Cassuto Morselli e Maestri propongono per il versetto del Prologo di Giovanni «Venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto» (1,11). Molti vi hanno visto un’allusione al rifiuto di Gesù da parte dei Giudei, ma già nei più recenti commentari si chiariva che nel Prologo non vi è traccia di una polemica antigiudaica (R. Infante), o che “i suoi” non ha valore soltanto in rapporto al popolo giudaico, ma al mondo intero (S. Grasso), fino ad arrivare ad affermare con chiarezza che qui “i suoi” rappresentano la chiusura del mondo a Dio (M. Nicolaci), coloro cioè che si pongono dalla parte delle tenebre. Illuminante il testo dall’apocrifo Libro di Enoc che Cassuto Morselli e Maestri citano, nel quale si legge che «la Sapienza venne a stare tra i figli degli uomini [leggi: tutti gli uomini] e non vi trovò posto». Innovativo è il commento all’Apocalisse. Se sappiamo che la data di composizione del libro è un problema, ed è stata collocata a prima del 70 d.C. (K. Berger), fino ad arrivare dalle persecuzioni di Domiziano del 95-96 o addirittura a quelle di Traiano, i nostri autori invece non vedono l’opera come una risposta alla persecuzione dei cristiani: lo sfondo in cui va compreso il libro sarebbe quello della distruzione del tempio di Gerusalemme da parte dei Romani, al punto che – scrivono – «la violenza letteraria così presente nel libro ha il suo corrispettivo nella violenza molto reale che conosciamo attraverso l’opera di Flavio Giuseppe », la Guerra Giudaica. In tal modo si evita, ancora una volta, di presentare l’Apocalisse come «un’opera “cristiana”», scivolando «nell’antigiudaismo e nella teologia della sostituzione», quasi che i cristiani fossero già separati dalla sinagoga. In conclusione, abbiamo davanti tre libri utili, soprattutto per coloro che credevano di sapere già tutto sul Nuovo Testamento, ma che ora sono sfidati da letture originali e provocatorie.