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Oltre la crisi. Vivere nella pandemia: quale sfera dell'umano ha la priorità?

Raul Gabriel venerdì 5 giugno 2020

Sono giorni in cui ondate incontenibili di opinioni, riflessioni, previsioni, profezie apocalittiche o salvifiche, si sono affiancate a quelle del contagio. Gli argomenti sono innumerevoli, ed è comprensibile. La situazione che si è generata intorno all’evento Covid-19 riguarda un intero modo di vivere, e di riflesso investe come un ciclone i modi di pensare e di credere, i riti sociali come quelli individuali. Tra tutti emerge un dilemma che sembra veramente impossibile da comporre in una soluzione univoca. Qual è la sfera dell’umano che ha priorità sulle altre? In estrema semplificazione: è più importante essere liberi o essere sani (posto che la garanzia assoluta su entrambe le categorie è impossibile da certificare)?

Irredentisti e addomesticati, civili e incivili, ribelli e osservanti dibattono, in modo spesso molto confuso, su una questione che probabilmente non ha una soluzione unica per tutte le stagioni. Vi sono gradazioni temporanee di limitazione che, nel rispetto del consesso civile, possono essere assunte come regola per il bene della comunità. Così come vi sono rischi accettabili che riguardano la salute che non possono essere evitati se si vuole semplicemente vivere. Per inciso, uno dei problemi di questi giorni è la allucinazione di una possibile vita asettica, generata da una comunicazione pervasiva e giocoforza superficiale, fatta per gran parte di slogan che purtroppo non riescono a parlare veramente al cuore della gente.

Ma un altro tema, che non vedo molto in auge, si innesta sull’enigma intrinseco al binomio salute– libertà. Il tema del rispetto. A mio parere il rispetto dell’uomo come uomo nella sua totalità è un prerequisito senza il quale ogni dibattito risulta profondamente distorto. E il rispetto è stato il grande assente di questa emergenza.

Non mi riferisco ai casi singoli dove abbiamo potuto assistere ad esempi di grande umanità, eroismi di corsia di ogni tipo, solidarietà e coraggio. Mi riferisco a un rispetto di sistema, per così dire. Emergenza non è licenza di tirare una riga su niente e nessuno. Emergenza non è facoltà di generalizzare, trattare le persone come una massa indistinta da manipolare, terrorizzare, costringere, a tratti offendere. Qualunque sia il fine. Si sono visti e si continuano a vedere politici e scienziati rivolgersi al popolo come si trattasse di una cosa.

I comunicati rituali, le disposizioni drammatiche per molti, le sentenze scientifiche spesso contraddittorie e certamente presentate in maniera confusa, vengono elargite senza un qualunque sforzo visibile di empatia umana, quasi si trattasse di impartire istruzioni a delle macchine. Indipendentemente dal contenuto delle comunicazioni abbiamo assistito ad una teoria di dirette televisive o social dove la oscillazione dell’atteggiamento variava tra la indifferenza persecutoria e la generale colpevolizzazione di un popolo che evidentemente non si stima e fondamentalmente non si conosce, salvo poi a beneficiare dei suoi voti.

Sono fioriti i novelli Savonarola del Covid–19, in apparenza minacciosi e supponenti, sceriffi dell’ultima ora, che, con comportamenti e frasari a volte inaccettabili, sembravano parlare a un nemico invece che ai membri della propria comunità. Due sono le possibilità: o costoro non sentono alcuna comunità, oppure sono totalmente carenti di empatia e compassione umana.

Si dirà che in tempi così duri non ci sono spazi per i convenevoli. E qui si fa un grande errore, umano ma anche strategico. La condivisione umana, la vicinanza, la solidarietà , il senso di essere comunque su un tragitto comune da cui uscire insieme, sono l’aspetto fondamentale delle relazioni umane, soprattutto in una emergenza planetaria come questa. Non sono convenevoli. Sono la testimonianza che l’altro ti considera uomo non per la tua esistenza biologica, non perchè sei un serbatotio di voti che però va tenuto a distanza, ma per il meraviglioso complesso che sei, fatto di sensazioni, aspirazioni, desideri e debolezze, fede e dubbio, per il quale un sorriso (sincero) può sortire un effetto mille volte superiore a valanghe di multe e procedimenti penali, gogna pubblica anticipata e fuori luogo, elicotteri senza cavalcata delle Valchirie, con i quali, in definitiva, l’amministratore persegue il cittadino ma condanna se stesso.