Agorà

Ovidio. Le confessioni di un poeta esiliato

Giovanni D'Alessandro domenica 19 marzo 2017

Ovidio, poeta romano nato a Sulmona il 20 marzo del 43 a.C. e morto esiliato a Tomi il 17 d.C.

I poeti dell’antichità sono in genere avari di notizie sulla loro vita privata, quasi che un non dichiarato pudore gliel’avesse fatta ritenere insignificante, se non per gli aspetti artistici ad essa connessi. È quasi impossibile che parlino ad esempio della data e del luogo di nascita, o della loro formazione; raccontano semmai dove vivono mentre stanno scrivendo. Per loro non esiste il moderno dato anagrafico, esiste l’akmè, l’apice o fioritura della loro attività/produzione/ arte, e infatti è l’akmè ad esserci tramandata, per ogni autore, dagli storiografi antichi. Opposta ipotesi è quando le vicende della vita privata divengano motivi di generazione artistica, come l’amore di Catullo per Lesbia, o quello di Properzio per Cinzia; o lo strazio di Virgilio per la confisca degli amati fondi mantovani, traslata ed esorcizzata nelle Bucoliche e anche nelle Georgiche, quale amorosa ricoltivazione delle opere e dei giorni d’un mondo perduto, o tale paventato.

Ma c’è un’eccezione, e si tratta di Ovidio, che di sé ci racconta molto. Lo fa nell’ultima elegia del quarto libro dei Tristia, le «Cose tristi» – questo il titolo – che al poeta è toccato vivere da quando, attorno all’8 d.C., Augusto, per ragioni rimaste a noi sconosciute, gli ha ingiunto di abbandonare immediatamente Roma per essere relegato nella remota, barbarica e inospitale Tomi (attuale Costanza, in Romania), ai confini dell’impero, dove morirà a 60 anni, nel 17 d.C., dopo aver di continuo e invano implorato da parte del principe la grazia di un ritorno nell’amata caput mundi, o almeno in Italia. Due ricorrenze suggeriscono di parlare della straordinaria vita di Ovidio: col 2017 siamo nel bimillenario della morte; mentre domani ricorre la data della sua nascita.

Il poeta così ne scrive, rivolgendosi ai posteri: «Per sapere chi io, cantore di teneri amori, sia stato, leggetemi, o posteri. La mia patria è Sulmona, ricca di gelide acque, a 90 miglia da Roma. Lì io nacqui, nell’anno in cui caddero in battaglia entrambi i consoli»; e, quanto al giorno, «è il primo dei 5 giorni consacrati a Minerva Armata, in cui hanno inizio i combattimenti gladiatorii». L’anno è dunque il 43 a.C., in cui i consoli Irzio e Pansa vennero uccisi in battaglia combattendo contro Antonio, nelle prime fasi di guerra civile successive all’uccisione di Cesare, avvenuta alle Idi di marzo dell’anno precedente; e il giorno è il secondo tra i quinquatria (le feste dal 19 al 23 marzo, dedicate alla dea Minerva) in quanto in esso, precisamente, cominciavano i ludi gladiatorii: il 20 marzo del 43 a.C., dunque. Sulmona, nella terra dei Peligni (attuale Abruzzo centrale), gli diede i natali in una famiglia dell’ordine equestre di un certo rango, «con antenati illustri » – ricorda il poeta; il quale nello scrivere Sulmo mihi patria est regala per sempre all’odierna, piccola capitale della produzione di confetti, le parole che campeggiano sull’arme civica, con le quattro iniziali «S.M.P.E.» delle parole del suo verso.

Grande poeta, Ovidio? Meno di altri. Ma di certo: di grande, grandissima e irraggiungibile fortuna in tutta la letteratura dei secoli successivi, al punto di far parlare di un’età ovidiana, nel teatro in particolare, medievale e successivo. Circa i suoi esordi nella poesia è lui stesso a ricordarli, citando i poeti (Macrone, Properzio, Pontico, Basso, Orazio, Virgilio, Tibullo, Gallo) tra cui aveva mosso i primi passi, una volta abbandonata la carriera forense e quella magistratuale cui, dopo gli studi di diritto e oratoria, la famiglia l’aveva avviato. Lo rimproverava il padre, vedendolo dedito a un’attività di scarso reddito ( carmina non dant panem, scriveva il quasi contemporaneo Orazio: «Le poesie non procurano il pane»), e il ragazzo aveva anche provato a dedicarsi alla prosa di diritto, senonché, per quanto si sforzasse di dimenticare metrica e modi della poesia, questi lo inseguivano senza scampo – ci racconta – , per cui tutto ciò che scriveva «gli usciva in versi».

Ma i versi che presto lo consacrarono a Roma poeta dell’amore famoso, imitato e introdotto a corte, saranno anche causa della sua rovina. Proprio per un carmen et error, «una poesia e uno sbaglio» (su cui, a parte queste tre parole, si dirà vergognoso di scrivere di più) il poeta attirerà su di sé la collera di Augusto e il conseguente provvedimento di relegazione. Le ragioni di questo giallo dell’antichità restano ignote: forse per aver favorito, come cantore e paraninfo d’amore, relazioni clandestine della scandalosa Giulia, nipote di Augusto, anch’essa poi allontanata dal prozio; o per aver offeso o contrastato in qualche modo Livia, la perfida e potente consorte del principe: non lo sapremo mai. È un giallo cui sono stati dedicati anche vari romanzi, oltre a una massa di saggi. Di certo la poesia fu causa dapprima di fama, poi d’infamia per il sulmonese, nato 2060 anni fa. E certo Ovidio ha voluto trasferirci, con tanta precisione, la data della sua venuta al mondo come quella d’una vita, sulmonese e romana, che pareva assistita da benigne stelle, rivelatesi poi fallaci; d’una vita da lui per sempre rimpianta e mai più riafferrata, sulle remote rive del Mar Nero, la cui sabbia da 2000 anni lo copre.