Agorà

L'anniversario. Trattato di Osimo, ferita ancora aperta

Lucia Bellaspiga mercoledì 11 novembre 2015
Osimo, «il trattato iniquo », il patto «firmato di nascosto» perché gli italiani non sapessero, «l’ultimo tradimento ai giuliani»... Sono passati esattamente 40 anni da quel 10 novembre 1975 quando a Osimo, cittadina in provincia di Ancona, in una villa privata, Italia e Jugoslavia siglavano – effettivamente di nascosto – il trattato con cui Roma rinunciava definitivamente alla cosiddetta zona B a sud di Trieste, ovvero all’ultima parte di Istria ancora non jugoslava. In fondo era un atto che confermava lo stato di fatto venutosi a realizzare dopo la Seconda guerra mondiale e sanciva quanto, in termini vaghi e apparentemente provvisori, aveva stabilito nel 1954 il Memorandum di Londra: zona A sotto l’Italia, zona B sotto la Jugoslavia... Perché allora tanta segretezza, ai limiti dell’inganno (di fronte a un’interpellanza parlamentare con cui l’Msi chiedeva se le voci di un prossimo Trattato del genere fossero vere il governo negò)? Perché un luogo tanto appartato? Di che cosa si aveva paura? E come mai per la prima volta un accordo di carattere diplomatico e internazionale non veniva condotto dai ministri degli Esteri, (per l’Italia Mariano Rumor, che lo firmò soltanto), ma da personaggi del mondo economico-industriale?  Ancora una volta vinceva la realpolitik, gli interessi e gli equilibri internazionali di nuovo passavano sulla testa degli italiani d’Istria. Nel 1975 erano trascorsi già 30 anni dall’ingresso cruento di Tito (1945) nelle regioni adriatiche d’Istria, Fiume e Dalmazia allora italiane, dalle tragedie delle foibe e quindi dall’esodo in massa. Due anni dopo, nel 1947, il Trattato di Pace aveva ceduto gran parte di quelle terre alla Jugoslavia e in teoria creato un Territorio libero di Trieste ( Tlt) che arrivava fin giù a Cittanova (oggi Slovenia e Croazia). Nel passaggio successivo, il Memorandum di Londra del 1954 creava l’ambiguità, affidando alla Repubblica socialista federativa di Jugoslavia solo l’“amministrazione civile” della zona B, senza mai parlare di sovranità, e lo stesso fece con la zona A all’Italia. «Allora si annunciò pubblicamente che l’Italia non avrebbe mai rinunciato alla zona B, ma di fatto lo stava facendo. Solo che fino al 1975 nessun governo italiano ebbe mai il coraggio di dirlo», commenta lo storico Roberto Spazzali, direttore dell’Istituto regionale della storia del Movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia, a Trieste noto come Istituto storico della Resistenza. Un’ambiguità, da parte di tutti, che vent’anni dopo sarà l’humus per il Trattato di Osimo: «Il vero obiettivo di questo trattato era attrarre Tito verso l’Europa e l’Occidente, premiarlo per la sua distanza dal blocco sovietico. Bisogna considerare che in quegli anni gli Stati Uniti d’America non erano ancora il Paese forte di Reagan, anzi, uscivano con le ossa rotte dallo scandalo del Watergate e dal Vietnam, così Tito, ormai da anni in rotta con l’Urss, andava accontentato », continua Spazzali. Persino l’Italia era più interessata a blandire il confinante regime, che era sì comunista ma non nel Patto di Varsavia, anziché tutelare i propri legittimi interessi. «Così Roma cedette sulla zona B senza pretendere nulla in cambio – continua Spazzali –. Ad esempio avrebbe potuto chiedere a Tito di costruire in Jugoslavia quelle infrastrutture, autostrade e ferrovie, che avrebbero aiutato a superare la crisi del porto di Trieste. La Jugoslavia fece esattamente l’opposto, lanciando alla grande il porto di Capodistria. Inoltre Osimo sollevava anche una grave questione economica: il trattato stabiliva una zona franca industriale a cavallo del confine italo-jugoslavo, dunque proprio alle spalle di Trieste, in cui dovevano sorgere nuove industrie... Ma da parte di chi? Non si capisce. Trieste aveva già perso i traffici marittimi, i cantieri, le industrie e la paura dei triestini era che l’arrivo di decine di migliaia di lavoratori jugoslavi avrebbe balcanizzato la città». Cosa in parte avvenuta, anche se oggi Trieste sa fare bene i conti con un equilibrio di convivenza ristabilito. «E come già era avvenuto con Nova Gorica, creata ex novo alle spalle di Gorizia, ultima città di fondazione in Europa, fatta proprio con l’emigrazione dai Balcani». Se Aldo Moro commentò Osimo come una «dolorosa rinuncia» dalla quale però si aspettava quella controparte mai arrivata, a sentirsi traditi furono in primo luogo gli esuli dalla zona B, certi che il Memorandum fosse solo transitorio, i quali fino al 1975 attendevano la restituzione delle loro case.  «Nessuno dice mai che infatti l’articolo 4 legalizzò tutti gli espropri fatti dal regime sui beni degli esuli», aggiunge Paolo Radivo, studioso della questione adriatica. «Ma anche i rimasti subirono lo choc, perché fino al 1975 avevano goduto delle tutele che il Memorandum garantiva rispettivamente alla minoranza italiana nella zona B e alla minoranza jugoslava nella zona A», tutele chiaramente vitali sotto un regime comunista, e che poi decaddero. Ieri a Trieste in tanti hanno partecipato alla commemorazione del “trattato iniquo” in piazza Libertà, sotto le bandiere pacifiche dell’Anvgd (Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) e dell’Associazione delle Comunità istriane. «Io sono stato per molti anni assessore e vicesindaco di Trieste e presidente della Provincia, nella Dc – racconta Renzo Codarin, presidente nazionale Anvgd –, una passione politica iniziata per l’indignazione contro questo trattato. Sono nato in un campo profughi, i miei genitori erano esuli dalla zona B, fuggiti da Capodistria perché non si poteva professare la propria religione né parlare la propria lingua. Il governo italiano, che aveva sempre definito provvisorio quel Memorandum, in gran segreto agiva all’opposto ed è questo il tradimento. Di nuovo eravamo noi giuliani a pagare i debiti dell’Italia alla politica internazionale. Pensare che sarebbe bastato aspettare pochi anni e il disfacimento della Jugoslavia non avrebbe preteso questo ultimo obolo al compromesso storico, che in quegli anni in Italia favoriva la sinistra». Ma la storia non si fa con i se e, riprende Spazzali, il contesto che richiedeva la «dolorosa rinuncia» era troppo ampio: «Proprio nel 1975, in estate, a Helsinki si era tenuto il primo dialogo tra i due blocchi, occidentale e orientale, un accordo rilevantissimo in cui si decise di smantellare le testate nucleari e soprattutto di non toccare mai più i confini esterni dei Paesi. Ciò chiamava Italia e Jugoslavia a concludere l’annosa questione del confine. Certo Roma fece tutto di nascosto dagli italiani stessi e senza nemmeno rinegoziare il giusto risarcimento agli esuli, che venne rimandato a incontri successivi: l’Italia stessa liquidava sommariamente questa faccenda, non tenendo conto dell’ordine affettivo e morale che muoveva questo suo popolo tanto sfortunato».