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SPETTACOLO SOLIDALE. «Integrazione? Con la musica è più facile»

Andrea Pedrinelli venerdì 20 agosto 2010
«Formazione e integrazione». Sono queste le due parole che, assieme alla volontà di trovare nuove strade alla musica, danno senso alla Banda di Piazza Caricamento. Un’esperienza ben oltre i confini delle sette note iniziata nel 2007 a Genova da Davide Ferrari, Maestro ideatore e direttore artistico della Banda. Come dimostra anche il valido secondo album del gruppo, Nu-Town, edito da Promo Music con canzoni in più lingue, la Banda di Piazza Caricamento permette anzitutto a Ferrari di dare prospettive professionali nella musica a ragazzi che da diversi Paesi si sono trovati con le famiglie a vivere in Italia. E nella formazione attuale del complesso i 15 musicisti, tutti sotto i trent’anni, rappresentano ben dieci nazioni: dal Marocco a Brasile, Sri Lanka e Russia. Ma oltre i dischi c’è di più. Un percorso di concerti e di incontri (anche nelle scuole) che fa della Banda non solo esempio concreto, ma pure testimonianza vitale di un’integrazione possibile. Anche tramite la musica.Maestro, quante difficoltà ha trovato nel percorso?Devo dire non molte. Lo considero un piccolo miracolo italiano, essere riuscito con delle audizioni a creare un gruppo di ragazzi che oggi è quasi una famiglia.Però non sarà facile mettere insieme 15 culture…No. L’obiettivo è partire dalle singole tradizioni per rivisitarle in un orizzonte contemporaneo, senza che predomini una o l’altra. Lavorandoci su: dalle lingue alle danze.Dal primo al secondo cd cosa è cambiato nella Banda?Punto sempre più sull’italiano cantato da stranieri. Ho voluto anche Dolcenera di De André con il Gruppo Trallallero, portavoce della tradizione genovese: su quindici ragazzi solo due conoscevano De André, ed è inconcepibile che un musicista che vive qui e vuole lavorare qui non conosca la nostra cultura.Il pubblico come vi accoglie? Suonate pure all’estero…La possibilità di integrarsi la capiscono subito dal palco, con cinque frontman di cinque razze… Ma all’estero impariamo molto anche noi: l’abbiamo fatto suonando nelle banlieu di Montpellier o a Sarajevo, lo faremo nei prossimi concerti, specie in Croazia (il 22 agosto saranno supporter di divi locali in uno stadio, prima di proseguire il tour fra Puglia e Marche, nda).Pensa che la sua sfida possa essere ripetuta altrove?Ne sarei felice. Ogni anno faccio nuove audizioni, alcuni ragazzi hanno già collaborazioni con altri… Esistono già progetti simili, a Torino, Milano, Trento, anche se ognuno con una specificità in base al territorio. E a Genova non è una passeggiata… Ma spero ne nascano altri ancora, purché non diventi una moda.In che modo aggiungete all’arte la testimonianza?Quando scriviamo, perché sappiamo che rappresentiamo molto in un contesto di conflitti e perché i ragazzi raccontano spesso cose che hanno visto. E poi quando andiamo nelle scuole con i seminari. A Genova molte scuole hanno più stranieri che italiani, spesso con razzismi interetnici fra loro. L’anno scorso abbiamo fatto un lavoro sui canti di libertà di ogni Paese, quest’anno faremo qualcosa di simile sulla danza. Con saggio finale di ragazzi delle medie a maggio del 2011 al Teatro dell’Opera di Genova. Prima però, in settembre, sempre a Genova, lavoreremo anche a un concerto sulla tradizione letteraria nel Mediterraneo.Ma i "suoi" ragazzi, oltre la musica, cosa imparano?Per alcuni la Banda è stata una svolta. Hanno accelerato la loro integrazione in Italia. Girandola la conoscono. Si aiutano fra loro. E facendo musica capiscono che per vivere occorre avere un mestiere, fare dei sacrifici, assumersi delle responsabilità.