Agorà

INTERVISTA A RINO GATTUSO. «Ora ringhio per i più deboli»

dal nostro inviato a Saronno (Varese) massimiliano Castellani venerdì 20 marzo 2009
Ha il mondo ai suoi piedi e lo ha anche stretto fra le mani, alzando la Coppa a Berlino 2006. Ma quando ti scruta con que­gli occhi scuri come il mare di notte a Schiavonea (il paese dove è nato 31 anni fa) ti accorgi che Gennaro Gattuso è rimasto se stesso, il figlio del figlio di “Mastro Lino”. Il ragazzo di Calabria, tutto cuore e ringhi, che si spaccava i piedi sulle pietre della spiaggia nelle infinite sfide a pallo­ne con quelle simpatiche canaglie di “Capa d’Acciaio” e “Uomo tigre”. Gli amici d’infanzia che Rino ritro­va ogni estate nella sua Schiavonea dove sta per realizzare un sogno: un campo di calcio. «Quando me ne sono andato da ca­sa a 13 anni - mi acquistò il Perugia - promisi a me stesso che se un gior­no fossi diventato famoso e avessi fatto un po’ di soldi avrei costruito un campo di pallone vero, visto che fino ad oggi ce n’è soltanto uno da tennis. A metà giugno questo sogno grazie alla mia “Fondazione Forza Ragazzi” si realizzerà». E non è l’unica donazione con cui rende omaggio a Schiavonea. «Arriveranno anche due pulmini per portare i bambini a scuola e agli al­lenamenti. Quello che c’è, l’unico, circola ormai da vent’anni. È tempo di rottamarlo...». A Londra ci sono mille taxi che girano con la sua faccia stampata sulle portiere con la pubblicità della Calabria. Ma quanti spot fa? «Tanti e ne farei ancora di più perché molto del ricava­to continuo a distribuirlo per tutti questi progetti. Io amo la mia terra, cerco di fare il massimo perché l’immagi­ne della Calabria non venga più as­sociata solo ed esclusivamente alla ’Ndrangheta. Certo, molto dipende anche da noi calabresi». Che cosa potete fare concretamen­te per cambiare la realtà? «Imparare a custodire il nostro pa­trimonio, come sanno fare qui al Nord. Cambiare la mentalità e fare in modo che le nuove generazioni sia­no padrone del loro futuro. Questo campo di calcio, i ragazzi di Schia­vonea dovranno sentirlo proprio, ri­spettarlo e curarlo e non fare come si vede spesso in Calabria che dopo 10 anni del bel progetto restano so­lo le macerie». Colpa anche delle istituzioni... «Potrei fare e dare molto di più, ma spesso la burocrazia ha bloccato i miei sforzi. In Calabria come in altre parti del Meridione capita che i tan­ti soldi che arrivano o non vengono utilizzati o spariscono misteriosa­mente. Corigliano Calabro, il mio Comune, si è salvato grazie agli ulti­mi due anni di commissariamento del vice Prefetto, Paola Galeone». Corsi e ricorsi: il suo sogno si realiz­za sempre grazie a un Galeone... «È vero - sorride - . Giovanni Galeo­ne mi fece esordire in B con il Peru­gia a 17 anni, ma il mio primo “mae­stro” di campo è stato Angelo Mon­tenovo. Un secondo padre, un insegnan­te severo: mi fece notare che avevo i “piedi di ferro”, tec­nicamente ero mol­to indietro rispetto ai miei compagni. Fu una gran delu­sione sentirselo di­re, ma se ho vinto tanto è grazie a quel­la prima frustata». Oggi i giovani non ascoltano più i professori e spesso non accettano le critiche. «Quando ero ragazzino non anda­vamo a giocare in Piazzetta, perché quello era il luogo degli anziani del paese... Eravamo una banda di sca­pestrati, ma ho imparato presto il ri­spetto del regole. È questo che forse manca ai ragazzi di oggi». Si dice che il calcio insegni le regole. «Il calcio è un ottimo strumento di e­ducazione, ma deve supportare gli insegnamenti della famiglia. Noi in campo abbiamo la responsabilità di trasmettergli quelli giusti, come la lealtà e la passione». “Ringhio” è l’idolo dei più giovani, le scrivono montagne di lettere. «Sono orgoglioso quando leggo che sognano di diventare come Gattuso. Mi preoccupo invece quando vedo che i genitori stressano i figli, dicen­do loro di fare il calciatore così gua­dagneranno una montagna di sol­di... Sbagliano e li illudono. Il calcio professionistico è una fortuna che tocca a pochi e l’uomo ricco non è quello che ha più soldi, ma quello che ha dei valori dentro». Messaggio da mandare a gran par­te dei suoi affezionati mittenti. «In questo periodo mi scrivono tan­ti adulti. Gente che, come tutta la mia famiglia in Calabria, fa fatica ad ar­rivare alla fine del mese». Anche il calcio è in piena crisi e si parla di tagli agli ingaggi. «Ci sono alcuni amici che giocano in serie B e non prendono stipendi da 6 mesi; e ci sono club che forse l’an­no prossimo non si iscriveranno ai campionati. Ho già parlato con Gal­liani, sono consapevole che anche noi calciatori con gli ingaggi più alti dobbiamo ridurre i compensi e ade­guarci allo stato di crisi se vogliamo salvare la baracca». Chi salverà invece i nostri club dal­lo strapotere degli inglesi? «Quando fino a ieri il Milan dettava legge in Europa, non ho mai sentito dire agli inglesi che il calcio italiano era superiore. Ricordiamogli più spesso che siamo noi i campioni del mondo in carica. Comunque penso che il mio Milan avrebbe eliminato questo Manchester...». Una considerazione che non pia­cerà a Mourinho... «Abbiamo detto che noi non parlia­mo più di Mourinho e lui deve fare lo stesso con il Milan ... - sorride - . A me piace molto e trovo che sia un al­lenatore e una persona molto intel­ligente. A volte dopo un’ora di con­ferenza magari “sbrocca” , ma io so­no l’ultimo che può parlare visto che commetto il suo stesso errore...». E quale sarebbe l’errore in comune con Mourinho? «Dire sempre quello che si pensa. In Italia è vietato, se lo fai poi ti trovi qualcuno contro. Ho detto che non posso accettare che due uomini si sposino in chiesa e Grillini mi ha massacrato. Me lo sognavo anche di notte... Un incubo». Difende la Chiesa, ma che rappor­to ha con la fede? «Credo in un Dio che sta sempre dal­la parte dei più deboli. Ho imparato a cercare del buono anche nella sof­ferenza. Il dolore di un infortunio al ginocchio è poca cosa, ma ti aiuta a crescere e a scavare dentro di te». Come vede il futuro del Milan? «A giugno Paolo Maldini smetterà e altri 3-4 giocatori se ne andranno. Ma la società ha già preso Thiago Sil­va, un campione, poi arriveranno al­trettanti giocatori da Milan». E il domani di “Mastro Rino”? «Fosse per me tornerei in campo su­bito... Spero di giocare fino a 34-35 anni. Poi appenderò la bandiera bianca, ma non starò mai un giorno lontano dai giovani: sono loro il fu­turo di questo grande Paese».