Agorà

OLOCAUSTO. E' ora di assolvere l'ebreo Mulmerstein?

Anna Foa venerdì 31 maggio 2013
Il recente documentario di Claude Lanzmann, L’ultimo degli ingiusti, presentato al Festival di Cannes e non ancora apparso sui nostri schermi, ha autorevolmente riproposto la questione assai dibattuta del ruolo dei Consigli ebraici nella realizzazione dello sterminio nazista. Se cioè i Consigli ebraici preposti dai nazisti a gestire la vita dei ghetti abbiano avuto una funzione di collaborazione con i nazisti oppure si siano adoperati, ove più ove meno efficacemente, in modo da far sopravvivere, con l’esistenza dei ghetti, anche il maggior numero di ebrei possibile. È noto che i sopravvissuti, che avevano spesso veduto deportare vecchi, donne e bambini in base alle selezioni gestite da questi Consigli, hanno dato generalmente un giudizio molto negativo del loro ruolo. Chaim Rumkovski, il presidente del Consiglio del ghetto di Lódz, morto ad Auschwitz; Adam Czerniaków, presidente di quello del ghetto di Varsavia, suicidatosi nel 1942 quando non riuscì a impedire la deportazione della maggioranza degli ebrei del ghetto; Benjamin Mulmerstein, l’ultimo presidente del Consiglio ebraico di Terezin, sopravvissuto alla Shoah; tutti hanno avuto nel dopoguerra una pessima fama. In Israele, Rudolf Kastner, accusato di «aver fatto un patto con il diavolo», cioè con Eichmann, per salvare gli ebrei ungheresi, fu prosciolto, ma dopo essere stato assassinato da un fanatico. Nel giovane Stato di Israele, l’enfasi era posta sulla resistenza armata ai nazisti, non sui tentativi necessariamente compromissori di salvare il salvabile eseguendo i loro ordini. Gli eroi erano i combattenti del ghetto di Varsavia, non coloro che avevano intavolato trattative coi tedeschi. Mulmerstein, rabbino viennese, unico sopravvissuto dei membri del Consiglio ebraico di Terezin, fu nel dopoguerra imprigionato dai comunisti cechi, processato per collaborazionismo coi nazisti e assolto. Gershom Scholem, che basava il suo giudizio sulle informazioni ricevute dai reduci di Terezin, dichiarò che avrebbe voluto vederlo impiccato. Nel 1947 si stabilì a Roma, ma le accuse di collaborazionismo lo inseguirono qui, nonostante la sua assoluzione. Nella postfazione scritta oggi al libro sul ghetto di Terezin, già edito nel 1961 dalla Cappelli e ora ripubblicato dall’editrice La Scuola, il figlio Wolf racconta con parole molto accorate e polemiche le vicende dell’ultimo periodo della vita del padre: «Morì nel 1989 dopo lunghe sofferenze, dovute alle esperienze vissute negli anni di "quelle tenebre" e nei successivi. L’allora rabbino capo di Roma, Elio Toaff, che gli aveva negato nel 1983 l’iscrizione alla Comunità, nel 1989 gli vietò la sepoltura nella tomba della moglie. … Infine, chi scrive fu mortificato nel 1989 col rifiuto di recitare in Sinagoga la preghiera in ricordo del padre, perché avesse "parte del mondo futuro"». Rav Toaff motivò le sue decisioni con le informazioni negative che aveva ricevuto su di lui.  Mulmerstein fu sepolto al limite del  cimitero di Prima Porta, in uno spazio che ospita ora anche le tombe di alcuni reduci della Shoah. Con il documentario di Lanzmann, basato anche su una lunga intervista da lui fatta a Mulmerstein a Roma negli anni Settanta, ci troviamo di fronte a una sua sostanziale riabilitazione. Il libro di Mulmerstein (Terezin. Il ghetto-modello di Eichmann) è un testo di straordinario interesse, in cui l’autore descrive minuziosamente questo ghetto modello, creato vicino a Praga per imprigionarvi gli ebrei praghesi e molti ebrei tedeschi, in gran parte "prominenti", cioè personaggi che nella vita precedente erano stati autorevoli politici, artisti, studiosi, scienziati: un luogo in cui a sopravvivere erano soprattutto i vecchi e non gli uomini in grado di lavorare, al contrario di quanto successe altrove. Mulmerstein descrive anche nei particolari l’operazione di maquillage del ghetto realizzata dai nazisti nel 1943 in occasione tanto delle visite della Croce Rossa che della realizzazione del documentario propagandistico nazista «Hitler ha regalato una città agli ebrei», i cui protagonisti furono, a film finito, tutti deportati ad Auschwitz. Sono vicende su cui oggi molto è stato scritto, ma che allora erano sconosciute alla maggior parte non solo dei lettori ma anche degli studiosi. Interessato evidentemente a provare la sua innocenza, Mulmerstein privilegia nel suo pur lungo testo, rispetto ai tanti aspetti della vita di Terezin di cui molto si è parlato negli ultimi anni, come la vita dei bambini, la musica, l’arte, la questione della gestione del ghetto e dei rapporti con i nazisti fino alla liberazione nel maggio 1945. Proprio per questo il testo mette in luce senza filtri il terribile dilemma di fronte a cui il suo autore si è trovato di fronte: salvare il ghetto e quindi la vita di una parte dei suoi abitanti a spese dell’altra parte, oppure lasciare che tutto fosse distrutto. Nel testo emerge anche con evidenza il conflitto interno ai nazisti fra quanti erano interessati, in vista della sconfitta, a trattare con gli Alleati usando la vita degli ebrei come ostaggio e quanti volevano la loro eliminazione totale, non ultimo Adolf Eichmann, uno dei massimi protagonisti di questa vicenda.  Ci stacchiamo da questa lettura sconvolgente senza aver sciolto il dilemma che assillò per tutto il resto della sua vita anche Mulmerstein, quello di cosa si sarebbe dovuto fare in quella situazione, ma anche facendoci l’idea che egli fece quanto riteneva meglio per salvare il ghetto e i suoi abitanti. E che in ogni caso la colpa non era di quanti tentavano di mantenere in vita il ghetto, operando scelte terribili in una situazione comunque estrema, ma di chi li aveva collocati in questa condizione, i nazisti. Il resto appartiene alle responsabilità individuali di coloro che si fecero intermediari fra le vittime e i carnefici, che lo abbiano fatto  per dovere o per altre meno nobili ragioni,  quali il potere e la sopravvivenza. Mulmerstein, la cui maggior colpa è stata forse soltanto quella di essere sopravvissuto, è stato assolto dai tribunali. È forse arrivato il momento che sia assolto anche dalla storia.