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L'intervista. OLLIVIER Chi marcia si salva

Daniele Zappalà giovedì 19 giugno 2014
«È difficile per tre settimane. Poi, la marcia ci cambia. Fu così per me la prima volta, verso Santiago. È così per gli adolescenti condannati che oggi cerco di aiutare. La marcia espelle la violenza accumulata e apre nuove piste contro la violenza profonda delle nostre società». Nella sua casa rustica in piena campagna normanna, fra gli arbusti spontanei in fiore che raccoglie e trasforma in dolci per gli ospiti, Bernard Ollivier racconta con calma la sua storia e i suoi itinerari. Sulle strade del mondo, ma anche lungo il pendio interiore. Ex giornalista economico divenuto a 60 anni autore del best seller internazionale La lunga marcia. A piedi verso la Cina (Feltrinelli) e di tanti altri titoli che sono seguiti (tra cui Una strada per ricominciare, edito in Italia da Terre di Mezzo), Ollivier sarà ospite sabato e domenica del Festival della Viandanza a Monteriggioni (Siena). Il percorso della sua associazione Seuil è adesso ritracciato nel libro Marcher pour s’en sortir (“Marciare per cavarsela”, Eres).Dopo la marcia solitaria di 12 mila chilometri in quattro anni lungo la Via della Seta raccontata nel suo best seller, crede di saperne di più sull’umano bisogno di “orientarsi”? «Non marcio mai solo per marciare. Cerco d’incontrare la storia. Prima dell’Oriente, ho seguito il cammino di Compostela a partire da Parigi, dato che interpreta la storia straordinaria della fine della costruzione dell’Europa cristiana. Grazie ai pellegrini di Santiago, i re spagnoli finanziarono la Reconquista. Ed è pure il cammino delle cattedrali e del romanico. La Via della seta mi attirava anche per questo. Perché siamo ciò che siamo? Da quelle piste, sono giunte la bussola e la polvere da sparo con cui gli europei avrebbero conquistato il mondo, ma pure la grande peste che ha sterminato gli europei». Anche un libro di viaggio su Santiago di Jean-Christophe Rufin è appena diventato un clamoroso bestseller in Francia. Sempre lo stesso bisogno di orientarsi in un continente un po’ smemorato? «Indubbiamente. E al contempo, la nostra è una civiltà che rischia di perdere l’uso delle gambe. Siamo sempre seduti. Cerchiamo di compensare con massaggi o pillole, ma il corpo non gradisce, perché siamo fabbricati per camminare. A partire dall’Africa, l’uomo ha conquistato il mondo a piedi, ma la modernità ce lo fa dimenticare. Sono partito per Santiago a 60 anni e quando mi sono accorto di poter fare 25 o 30 chilometri al giorno, ho capito di non essere vecchio. L’inizio di una rivelazione». A Monteriggioni si parlerà tanto della Via Francigena. Letteralmente, la strada nasce in Francia. Ma se si vuole, la Francia nasce pure da quella strada di viandanti che genera civiltà... «La marcia genera civiltà, certo, perché è così che la gente s’incontra davvero. Mi è capitato spesso in Oriente, soprattutto in Iran. Se il regime iraniano è mostruoso, la gente è invece di una generosità straordinaria. Marciare crea comunione fra gli uomini. L’ho toccato con mano». È pure una forma di filosofia? «Ho cominciato a marciare per non morire. A 60 anni, dopo la morte di mia moglie e la partenza dei miei figli, ero sconsolato, senza riferimenti familiari, depresso. Avevo tentato il suicidio. Sono partito per Santiago per continuare a vivere. È stata una rivelazione. Ho scoperto che la marcia è una terapia eccezionale che permette al corpo di ricostruirsi. Tutto riprende a circolare, il sangue come le idee. Sono tornato in vita».Lei parla di miracolo della marcia... «Non sono credente, ma credo nell’umanità. Impiego questo lessico e scrivo pure di dialoghi in marcia con gli angeli. Esprimo così la gioia, l’euforia della marcia. È una progressiva scomparsa del corpo. Si diventa spiriti viaggianti. La marcia non è un’attività fisica, ma spirituale. Nel Deserto del Gobi, ho coperto 68 chilometri in un giorno, un record personale che sorprende tanti. Ma non ho meriti particolari. La mente si trova libera, quasi insensibile alla sofferenza, disponibile ad assorbire». Si attendeva il successo in libreria? «Per nulla. Continua a stupirmi. Non credo di aver fatto un viaggio pieno di meraviglie, favoloso, da supereroe. I lettori, in genere, non mi considerano un avventuriero, un grande scrittore o un grand’uomo. Ciò che ha colpito tanti è stata la mia sincerità. Non so mentire. Ho scritto di paure, malattie, diarree. Mi sono espresso umanamente».La sua associazione Seuil cerca ormai di trasformare la marcia in una scuola di vita per adolescenti finiti nella devianza. Com’è nata l’idea? «Per caso, alla volta di Santiago. Una sera, in un ostello, degli sconosciuti mi hanno parlato di due giovani reclusi belgi passati di lì due settimane prima, condannati da un giudice a recarsi scortati a Santiago. Assurdo, ho pensato. Poi, ho scoperto l’associazione belga Oikoten che promuove quest’alternativa intelligente alle sbarre. È stata una rivelazione. Mi sono detto: se la marcia ha fatto rinascere un vecchio, deve far rinascere pure i giovani senza legami sociali. Aiutando questi adolescenti fra i 15 e i 18 anni, quasi sempre ladruncoli alla prima condanna, ho risolto pure i miei problemi. Nel maggio del 2000, ho fondato Seuil, che è oggi la mia vera priorità». Un’idea in marcia? «Il successo editoriale mi ha molto aiutato, finanziariamente e rendendomi credibile verso le istituzioni, a lungo scettiche. Oggi, dei polacchi, degli svizzeri e persino dei coreani mi contattano per fare lo stesso nei loro Paesi. In Francia, siamo saturati dalle domande. Si propaga insomma la verità semplice che ho scoperto sul cammino di Santiago: la società deve imperativamente occuparsi di questi ragazzi che sono sempre delle vittime, prima di trasformarli attraverso la prigione in veri criminali».