Agorà

LONDRA. Usain Bolt entra nella leggenda Prima doppietta 100-200 alle Olimpiadi

Alberto Caprotti venerdì 10 agosto 2012
Corsia sette. Mostra i muscoli, muove le mani mimando il vento, chiede silenzio. Poi si mette in posa, il solito arco, il suo logo. Lui è disteso, “cool man”. Ride, parla, fa segno con le dita. Blake fa il segno del giaguaro, ma non riuscirà a mordere, Weir prova a fare il clown pure lui, ma sembra già uno sconfitto. Per gli altri non c’è posto, arrivano dopo, la loro Olimpiade finisce sul podio, ma tra parentesi. C’è solo Bolt, oro di forza, ancora, frenando persino un po’ nel finale. Tre giamaicani davanti a tutti, un trionfo annunciato. Manca solo il tempo da leggenda nella notte che ha regalato al keniano David Rudisha oro e primato mondiale negli 800 metri. Bolt si accontenta di un 19’’32, due centesimi più che a Pechino, lontano ma non troppo da quel 19’’19 che stabilì nel 2009 a Berlino. Ma è un dettaglio, è solo il prossimo traguardo. I 200 metri dopo i 100, a Londra come a Pechino, record su record. Nessuno mai nella storia ha vinto entrambe le prove di velocità pura in due edizioni consecutive dei Giochi. Un mostro Bolt, un marziano giullare con i razzi sotto ai piedi. Non serve catalogarlo, non fai a tempo. Conta che c’è solo lui. Ancora lui. Non riescono a prenderlo. Bolt ha reinventato l’atletica, l’ha impacchettata e se la è messa in tasca. C’erano un milione di richieste per la finale dei 100 metri. E una coda infinita ieri sera per entrare all’Olympic Stadium. Tutti lo conoscono, tutti lo vogliono, chi assiste dal vivo ai suoi show conserva il biglietto come una reliquia. Imbattibile, patria di piedi veloci, tanti. La Giamaica festeggia ancora. Ma Usain corre con la bandiera di tutti, è avversario di nessuno. Ha un allenatore giamaicano, Glenn Mills, un manager irlandese, uno sponsor tedesco (Puma), pubblicizza una multinazionale delle bibite americana (Gatorade). Fulmine del mondo. Con un solo problema: cosa dovrà inventarsi ora per non stancare? Altre vittorie non servirebbero: la notizia che vale, adesso è solo quando perde. Altri record? Quelli sì, piacciono sempre, allungano la leggenda. Un buon rifugio allora è il passato, il confronto.Bolt, Lewis, Owens. Epoche diverse, musiche differenti, dal reggae, alla disco, al jazz, eppure la domanda è sempre quella: allora, tra di loro, chi è il più forte? Carl Lewis ha marchiato gli anni ’80 e ’90: 9 medaglie d’oro olimpiche e un argento, tre record mondiali. Una fama costruita in 17 anni di grande carriera. Classe, versatilità, stile. Un cigno veloce, il più veloce. Contro di lui tutti si miglioravano e Ben Johnson si drogò. La grande differenza è che Lewis correva e saltava: un re anche nel lungo. Specialità che Bolt, per fortuna, non pratica. Lewis volava sul mondo, dieci anni senza una sconfitta. Primo oro olimpico a 23 anni nell’84, l’ultimo a 35 nel ’96. Ha fatto molti soldi e non li ha buttati via. Oggi ha 51 anni, abita nel New Jersey, possiede una società di marketing e si occupa di un paio di fondazioni benefiche. Ha provato con la politica, voleva candidarsi per i democratici, l’hanno rimbalzato. È stato un campione, ma non è mai stato simpatico. Lo accusano: troppo bianco, troppo poco nero, troppo dandy, troppo poco maschio. Si merita la battutaccia di Reagan che in campagna elettorale andò a chiedergli il voto: «Ho fatto molto per voi». Lewis: «Per noi neri?». Reagan: «No, per voi ricchi». I piedi della velocità non hanno gli stessi calli, ma chi frantuma 100 e 200 metri ha vincoli di sangue che attraversano i secoli. Di Lewis si disse che era il nuovo Owens, di Bolt si è detto che è il nuovo Lewis. Solo Owens non ha avuto specchi col suo passato. Perché è stato un vento nero, improvviso e strepitoso. Nel 1935 cinque record del mondo migliorati e un altro eguagliato. Hitler a Berlino ’36 non gli volle dare la mano, ma nemmeno Roosvelt lo invitò alla Casa Bianca. Essere più veloci degli altri non contava se eri il nipote di uno schiavo. Owens correva sulla terra, senza le scarpette di oggi che ti mettono le ali, senza integratori, senza computer. Ma anche senza la carica di esplosiva gioiosità di Bolt, miliardario con le ali. Owens, invece, rischiò di essere cacciato dall’università perché per mantenersi aveva fatto l’ascensorista e dovette restituire la paga: 159 dollari. Bolt è una giraffa che ride. Corre perché le sue gambe hanno bisogno di scatenarsi. Lewis che era un cigno delicato: volava verso il traguardo per ribadire che la perfezione era nella leggerezza. Owens era soprattutto un americano nero che batté un tedesco bianco davanti ai baffetti di un pazzo. Storia e svolta, non filosofia. La stessa, in piccolo s’intende, che ha scritto una volta ancora Usain Bolt ieri sera. Lui, il più grande, perché ha plasmato la velocità come bellezza, gioco, gesto che lascia meraviglia. Oggi non ha più rivali, bisognerà costruirli.