Agorà

L'inchiesta. Oggi si parla l’inglesorum

Giacomo Gambassi martedì 15 dicembre 2015
È inglese o latino? La domanda sorge spontanea quando ci imbattiamo in parole come media, audit, monitor, server ma anche plus o junior. Soprattutto se si sente pronunciarle all’anglosassone: così media diventa “midia”, audit si trasforma in “odit”, plus viene  detto “plas” e junior è traslato in “giùnior”. Beata ignoranza, verrebbe da osservare. Perché, magari per darsi un po’ di tono, si sceglie di conversare in inglese con vocaboli che affondano le loro radici nell’antica Roma. C’è chi arriccia il naso. E ha anche ragione. Però qui siamo di fronte a una sorta di latino di ritorno, che attraverso l’inglese penetra di nuovo nell’italiano. Di fatto la lingua di Cicerone si traveste da quella di Shakespeare e riappare nella sua terra d’origine: la nostra Penisola. «L’inglese – spiega Raffaella Setti, collaboratrice dell’Accademia della Crusca e docente di glottologia e linguistica all’Università di Firenze – è “la lingua non neolatina con più latinismi”. Ciò significa che anch’essa ha attinto molto e continua ad attingere a quel serbatoio che è il lessico latino. Basti ricordare che il 65% del vocabolario attuale inglese deriva dal latino, direttamente o indirettamente, molto attraverso il francese. L’inglese, forse non è così noto, ha incorporato molte voci latine anche nella loro forma originaria come bonus, campus “città universitaria”, focus, stadium. Siccome oggi è senza dubbio la lingua veicolare a livello mondiale, i suoi vocaboli entrano nelle altre lingue. E, accanto agli anglismi veri e propri, arrivano anche quelli che come base hanno parole latine, ma sono passati dalla pronuncia inglese».  Aggiunge Giovanni Adamo, responsabile dell’Osservatorio neologico della lingua italiana dell’Iliesi-Cnr: «Se è vero che l’inglese conserva nel suo patrimonio lessicale molti vocaboli di origine latina, nel prenderli in prestito talvolta abbiamo l’impressione di ritrovare qualcosa di familiare, come nei casi di media e sponsor, mentre altre volte possono sembrarci a prima vista sconosciuti, come può accadere per audit ». Tutor o summit sono altri casi esemplari di questa triangolazione fra latino, inglese e italiano. Ed entrambi vengono declamati all’anglosassone: “tiutor” e “sammit”. «Se vogliamo marcare la distanza dalla loro origine – sottolinea Adamo –, possiamo pronunciarli più o meno correttamente in inglese. Ma se, come accade nella maggior parte dei casi, li consideriamo elementi del nostro lessico, anche se nella loro veste di parole “affittate”, possiamo tranquillamente pronunciarle in modo a noi più familiare, ossia secondo la prassi anglosassone». E la Crusca che cosa ne pensa della lettura “storpiata” degli anglo- latinismi? «Sul sito dell’Accademia – afferma Setti – è stata pubblicata una risposta dalla quale risulta chiaro come anche i dizionari non siano del tutto allineati su questo problema. In particolare per summit e mass media la conclusione è che non è sbagliata nessuna delle due pronunce». Comunque la prestigiosa istituzione per la tutela dell’italiano mette le mani avanti: non può essere consentito un approccio a maglie larghe. «La minore conoscenza diffusa del latino, accanto alla sua perdita di prestigio nei confronti dell’inglese, nuova lingua “universale” – chiarisce la docente di Firenze – produce anche una serie di obbrobri, per cui parole o locuzioni latine vengono pronunciate secondo le regole dell’inglese. Allora iter può diventare “àiter”, junior “giùnior”, sine die “sain dai”».  Anche plus, ultra, super, iper vengono troppo spesso scambiati per anglicismi. «Prendiamo plus – nota Adamo –. Lo usiamo soprattutto come elemento che si aggiunge ad altre unità lessicali, come in pluslavoro e plusvalore. Pronunciarlo “plas”, come spesso si sente fare, può far sorridere, ma può anche servire a ridestare la nostra attenzione sulle “migrazioni lessicali” di cui sono oggetto molte parole, o anche parolette, come in questo caso». Poi ecco junior o senior. «Sono parole autonome entrate sempre per la mediazione dell’inglese anche nei significati moderni che hanno assunto – sottolinea Setti –. Per i due vocaboli era stato proposto di utilizzarli per distinguere il titolo di dottore con laurea triennale da quello di dottore con laurea magistrale, ma sia a livello normativo sia nell’uso hanno poi prevalso queste ultime denominazioni». Persino il dizionario dell’informatica e del mondo digitale – dove naturalmente prevale l’inglese – è condito di latinismi. In Italia, però, molti li considerano nati oltre Manica. Invece computer viene da computare, video da videre, audio da audire, client da cliens. «Il latino insieme con il greco – afferma Setti – costituisce ancora l’elemento principale per formare neologismi della tecnica e della scienza: è “un collante della comunicazione universale”, come recentemente l’ha definito Gian Luigi Beccaria nella nostra rivista Crusca per voi. Del resto è proprio la base latina a garantire la similarità delle forme nelle diverse lingue (l’inglese che le ha rilanciate, ma poi tutte le lingue neolatine che si ritrovano nelle radici latine) e, di conseguenza, una maggiore facilità di comunicazione tra lingue diverse nelle terminologie specialistiche ». Il responsabile dell’Osservatorio neologico cita come «esempio significativo» il vocabolo digit. «In inglese significa “cifra che si conta con le dita”, proprio perché deriva dal latino digitus (“dito”). Ho l’impressione che, almeno inizialmente, abbiamo fatto un po’ di fatica per assimilare con la parola, che ci ritornava attraverso l’inglese, anche il suo corretto significato, fondamentale d’altra parte per l’informatica dove tutto deve essere rappresentato per mezzo delle cifre binarie 0 e 1. Ma questa difficoltà è ormai superata, tanto che da digit abbiamo ricavato derivati pienamente italiani come digitale, digitalizzare e digitalizzazione».  A conti fatti dobbiamo ringraziare l’inglese che ci fa riscoprire il latino? «I linguisti hanno chiamato questi vocaboli – sostiene Setti – latinismi moderni, perché si tratta di parole introdotte in inglese in tempi recenti e con significati riadattati al contesto comunicativo contemporaneo». E Adamo tiene a precisare: «Sono parole che a suo tempo hanno viaggiato sulle vie attraverso le quali si diffondeva la cultura latina, entrando a far parte di quel grande processo che è stato definito di translatio culturae, un vero e proprio percorso di trasferimento del bagaglio culturale dell’umanità, che dalla più remota antichità continua a riproporsi fino ai giorni nostri. E può accadere che questi termini compiano un viaggio a ritroso e, seppur con minime modificazioni formali, si arricchiscano di accezioni nuove».