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Mostra del Cinema. A Venezia le storie di donne tunisine ingannate dal Daesh

Angela Calvini sabato 31 agosto 2019

Una scena del film "Les èpouvantails” del regista tunisino Nouri Bouzid

«La loro regola è lo stupro». Zina è giovane e bella, ma lo sguardo è indurito mentre risponde a bruciapelo a Nadia, una tosta avvocato che vuole denunciare il traffico di giovani donne che il Daesh organizza dalla Tunisia verso il fronte siriano per farne schiave sessuali. Affronta un argomento scottante di cui nessuno vuole parlare, e non solo nei Paesi arabi, Les èpouvantails ('Gli spaventapasseri'), film coraggioso del regista tunisino Nouri Bouzid, classe 1945, passato al 76° Festival di Venezia nella sezione Sconfini.

Una coproduzione fra Tunisia, Marocco e Lussemburgo che tenta di aprire uno squarcio su una realtà scomoda: quella del ritorno a casa delle donne che volontariamente, ma perlopiù ingannate, si sono recate al fronte per supportare il jihad, finendo invece in un indescrivibile inferno di violenze e soprusi.

«Volevo realizzare questo film come testimonianza del periodo buio che la Tunisia ha vissuto durante il regime islamico dopo l’ultima rivoluzione – ci spiega il regista Nouri Bouzid – . Il mio obiettivo è rompere il muro di silenzio che ha avvolto le vittime e il loro isolamento e, allo stesso tempo, fare luce su questi avvenimenti. Ho colto l’opportunità di abbattere i muri che circondano questa storia dal 2013. Les épouvantails è un grido contro l’oblio che avvolge le vittime, simbolo della coscienza sporca della nostra nazione».

Una nazione, la Tunisia di oggi, secondo Bouzid, ancora in bilico: «Il jihad adesso non è più in primo piano, come aveva scelto di fare prima. Ora si è introdotta nella politica in modo malizioso e manipolatorio, l’ha divisa in tanti piccoli partiti, in cui sussistono partiti più tradizionalisti e una società civile molto europeizzata. Lo dico chiaro e netto: la mia visione del mondo non può incrociarsi con quella dei fondamentalisti».

L’impegno viene al primo posto per il regista tunisino, che scontò cinque anni di carcere in patria per le sue convinzioni politiche e la cui filmografia analizza con lucidità gli aspetti più problematici della Tunisia moderna. La storia di Les epouvantails comincia alla fine del 2013, quando Zina e Djo, entrambe ventenni, fanno ritorno in Tunisia dopo essere fuggite dal fronte siriano dove sono state sequestrate e stuprate ripetutamente, immagini che vediamo in angoscianti flashback. Mentre a Zina (Nour Hajri) è stato strappato dalle braccia da parte dei terroristi il bimbo di due mesi, figlio dell’uomo che l’ha sedotta e l’ha venduta ai combattenti, Djo sprofonda nel mutismo quando scopre di essere incinta, riuscendo a raccontare la sua terribile esperienza siriana esclusivamente attraverso il libro che sta scrivendo.

L’avvocato tunisino Nadia (la brava Afef Ben Mahmoud e la dottoressa Dora, volontaria di un’associazione umanitaria, le assistono nel lungo e travagliato processo di ricostruzione, ostacolato dal rifiuto delle famiglie originarie di riaccoglierle, dai pregiudizi della società e dall’angoscia che le attanaglia. Nadia è anche l’avvocato di Driss, un ventunenne omosessuale perseguitato a cui chiede di stare vicino con affetto a Zina.

«Sono un femminista: ho imparato tutto dalle mie sei sorelle. In più ho due figlie, di cui una regista – aggiunge Nouri Bouzid – Molte di queste donne le incontrate con grande fatica, vivono nell’ombra, si nascondono con la paura di subire vendette. Alcune erano partite come vivandiere o infermiere, altre per amore sedotte apposta da pseudo combattenti. Ma poi si sono ritrovate intrappolate in prigioni come schiave, costrette a subire terribili violenze sessuali continue da parte de loro carcerieri, alcune giovanissime sono state vendute più volte. Tutte le frasi che pronunciano le due giovani attrici nel film sono prese da loro».

Ora che queste donne stanno rientrando nel loro Paese, vengono rifiutati da tutti, nessuno le comprende, come ci spiega il regista. «Vengono colpevolizzate come se lo stupro fosse colpa loro, secondo una mentalità tradizionale araba molto antica, e non hanno alcun supporto medico, psicologico o legale pubblico. È una questione molto “imbarazzante” aggiunge il regista che nel film immagina invece una tosta avvocato decisa a denunciare i sequestratori. L’accettazione di queste figlie “perdute” è difficile anche per le famiglie: nel film il padre di Zina scaccia di casa e vorrebbe vedere morta questa figlia che lo ha “disonorato”. Salvo però scoprire che è stato proprio lui a vendere per primo la figlia al finto innamorato.

Mentre Zina è più reattiva e mantiene un atteggiamento ambiguo, che lascia perplesse tanto la dolcissima madre tanto la tenace avvocato, Djo (Joumene Limam) piange silenziosa e tira pugni contro il proprio pancione: traumatizzata, quel bambino figlio di sconosciuti, non vuole metterlo al mondo, anche perché conosce il destino che gli si prospetta. «I figli della jihad sono destinati a diventare combattenti, vengono presi da associazioni islamiste che li portano in strutture al fronte dove li educano alla guerra – racconta il regista – Oppure sono destinati ad essere rifiutati dalla società. E non mancano gli infanticidi. Insomma, queste donne più che di psicologi, hanno bisogno d’affetto».