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CINEMA CON L'ANIMA. «Noi genitori uniti contro la malattia»

Luca Pellegrini venerdì 1 giugno 2012
Ci sono guerre che si stu­diano sui manuali di sto­ria, altre che si leggono an­cora, purtroppo, sui quotidiani. Ma ci sono anche guerre scono­sciute, che piagano il cuore. Valé­rie Donzelli e Jérémie Elkaïm hanno vissuto la loro: coppia fe­lice fino a quando al loro bimbo di diciotto mesi viene diagnosti­cato un tumore maligno al cer­vello. In quel momento sotto­scrivono la loro personale di­chiarazione di guerra e la conse­gnano al loro mondo, alle loro certezze, al loro futuro. Iniziano a combattere contro un nemico tenace e terribile. Ma lei che è re­gista, lui che è attore e il bambi­no che sappiamo avere oggi ot­to anni, non potevano dimenti­care.Le emozioni vissute sono diven­tate una sceneggiatura, scritta a quattro mani, e questa un film: La guerra è dichiarata, da oggi sugli schermi. Drammatico, mai sentimentale. Intenso e vivo dal­la prima all’ultima immagine. Venato anche di commedia, di musica, di sorrisi. Una confes­sione dell’anima. «Mentre io e Jérémie vivevamo questa dolo­rosa storia – racconta la regista e attrice francese – e ci chiedeva­mo perché capitasse proprio a noi, ci siamo detti che l’espe­rienza che stavamo vivendo un giorno si sarebbe prestata be­nissimo per diventare un film pulsante d’amore e di dolore, un film d’azione. Infatti, il mio pun­to di partenza non è stata la ma-­lattia, ma la storia di una giova­ne coppia e di come insieme l’af­frontano. Durante quel periodo difficile, avevo tenuto un picco­lo diario, la nostra piccola Bib­bia, per ricordarmi tutte le cose e le emozioni che vivevo e come evolveva la malattia di mio figlio. È stata la fonte della sceneggia­tura».Nel film usa tre nomi famosi per i protagonisti: Roméo, Juliette e il piccolo Adam.Nella coscienza collettiva i pri­mi due indicano un amore sen­za confini, così ho dato anche u­na tonalità universale a questa coppia, allontanando la loro sto­ria dalla nostra. Adam è il primo uomo, per noi il primo figlio: pur attraversando la malattia e il do­lore, rimane in vita. Quali regole si è data girando questa storia autobiografica co­sì intima?L’unico vincolo che mi sono po­sta girando il film è stata la fe­deltà assoluta a quanto era suc­cesso. Mi interessava raccontare una storia personale per condi­viderla con tutti. Jérémie ha u­sato una espressione perfetta per descrivere il nostro lavoro: «Ab­biamo eliminato tutto il brutto e condiviso con il pubblico solo il bello».Pensa che possa aiutare le ma­dri che hanno vissuto o vivono il suo stesso percorso?Non lo so proprio, la mia è una visione personale delle cose. For­se alcuni genitori soffriranno o si innervosiranno guardando il film. Ho avuto, però, un riscon­tro importante dai molti che hanno vissuto esperienze simili, hanno trovato un modo onesto e vero di descrivere le sensazio­ni, le preoccupazioni e le in­quietudini che si provano da­vanti alla malattia e di come ci si sente disarmati.Perché il dolore che vivono Ju­liette e Roméo alla fine, una vol­ta guarito Adam, li separa?Perché capiscono che nulla può essere più come prima. Anche perché lungo tutto il periodo in cui Adam è stato sottoposto ai trattamenti, hanno vissuto in o­spedale, soli e isolati da lui. Una esperienza che li trasforma. For­se c’è anche la necessità di se­pararsi in modo temporaneo per capire, per non sentirsi ancora soffocare.Come ha reagito suo figlio quan­do gli ha detto che avrebbe gi­rato un film sulla sua storia?Glielo abbiamo detto quando abbiamo cominciato a lavorare alla sceneggiatura. Non ha avu­to alcuna reazione particolare, anche perché lui era talmente piccolo quando ha vissuto la ma­lattia. È stato anche contento che si potesse trasformare questa sua esperienza, che lui sa essere sta­ta brutta, in qualche cosa di bel­lo, addirittura un film. Lo ha vi­sto con la nonna. Gli è piaciuto.