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LE PAROLE DEL PAPA SU NIETZSCHE. Dioniso contro il Crocifisso

martedì 14 aprile 2009
La disputa fra Dioniso e il Crocifisso ha contraddistinto la storia del pensiero del secolo scorso, segnato così profondamente da Nietzsche e Heidegger. Giustamente le parole di papa Ratzinger del Giovedì santo hanno fatto discutere, ma come i pensatori cristiani durante il ’900 si sono confrontati con l’ateismo del filosofo autore di Così parlo Zarathustra? Quel Nietzsche che ha decretato la morte della metafisica in nome però di un delirio d’onnipotenza ancora più profondo; quel Nietzsche che si esalta autodefinendosi «il nuovo destino» o scrivendo: «Solo a partire da me ci sono di nuovo speranze» (Ecce homo); quel Nietzsche che vede se stesso «assiso al letto di morte del cristianesimo», affascinato da questo spettacolo «che è riservato ai prossimi due secoli d’Europa» (Aurora) e che può soddisfatto proclamare: «Cosa sono mai ancora queste chiese, se non le tombe, i monumenti funebri di Dio?» (La gaia scienza); quel Nietzsche, infine, la cui «dottrina dell’assenza della compassione del superuomo» è sensibilmente contraddetta dalla sua biografia: come pochi altri egli dovette ricorrere alla pietà nei confronti del prossimo.La critica cattolica al filosofo tedesco comincia con lo scrittore Giovanni Papini, che accusa il superuomo di Nietzsche di volersi sostituire all’umanità di Gesù, ma finendo per proclamare il declino e la morte dell’uomo stesso. Più profonda la riflessione operata da Emmanuel Mounier: per il fondatore del personalismo la sfida che Nietzsche porta al cristianesimo è essenziale ed egli si rammarica che i cristiani non la prendano sul serio. Nietzsche penetra come nessun altro all’interno della crisi della civiltà occidentale e dell’humus cristiano che l’ha permeata, rivela crudelmente ai credenti la loro infedeltà all’annuncio evangelico, la loro incapacità di vivere una fede vigorosa e piena. Mounier vede Nietzsche come un visionario incompreso: solo un cristianesimo all’altezza delle inquietanti domande nicciane può risolvere, o meglio «dissolvere, trasfigurare nella fede vissuta l’angoscia terribile posta da Zarathustra nel cuore della coscienza contemporanea» (L’affrontement chrétien, 1945). Anche per l’esistenzialista cristiano Gabriel Marcel la morte di Dio è un punto di partenza, «qualcosa come un trampolino per un balzo prodigioso, per uno slancio creatore» (L’homme problématique, 1955). Il Dio di cui Nietzsche ha sancito la morte è il Dio primo motore, il Dio della tradizione aristotelica: di ciò, dice Marcel, non si può che essere felici e trarre la conseguenza che il rapporto fra l’uomo e Dio deve passare da un legame formale e puramente causale a una relazione di libertà. L’opera di Nietzsche, la sua malattia è il simbolo dell’inquietudine lacerante del nostro tempo e rinvia  all’immagine spezzata dell’uomo moderno. La proclamazione della morte di Dio non è altro che il segno della «tendenza dell’uomo a glorificare se stesso partendo dalle realizzazioni della tecnica». Nietzsche fallisce il suo disegno di superare il nichilismo del pensiero moderno e il suo appello al superuomo non fa che aggravare la crisi.Anche per Jacques Maritain, che a Nietzsche dedicò meno attenzione rispetto a Mounier e Marcel, il filosofo tedesco ha contribuito a svelare «la religiosità senza fede della ragione hegeliana» (La philosophie morale, 1960). Altri cristiani si sono fatti interrogare dal visionario di Sils-Maria arrivando a conclusioni di più aperta condanna. È il caso del teologo Henri de Lubac: Nietzsche non ha solo dissolto il Dio della metafisica, ma ha portato un attacco frontale al Dio cristiano. Egli va considerato un nemico del cristianesimo e purtroppo «continua a drenare a sé anime nobili, a volte anche anime cristiane il cui accecamento fa fremere» (Il dramma dell’umanesimo ateo). Per De Lubac Nietzsche propugna il neopaganesimo, che è la vera malattia spirituale del nostro tempo. La sua confutazione di Dio precipita l’umanità nella barbarie e De Lubac ne vede la prova nell’avvento del nazismo che immerge l’Europa nella notte più sicura. Il teologo è allarmato perché il pensiero di Nietzsche non solo sfida il cristianesimo, ma lo corrode dall’interno. Lo stesso Marcel d’altronde, nell’ultima fase del suo pensiero, studierà insieme Nietzsche e Heidegger giungendo a respingerli entrambi e leggendo il loro itinerario come emblematico, della deriva di tutta una civiltà (si vedano i Cahiers pubblicati postumi nel ’79). Anche il pensatore russo Vladimir Solov’ev, noto per un suo scritto sull’Anticristo, ispiratore di Dostoevskij e contemporaneo di Nietzsche (curiosamente, sono morti ambedue nell’agosto del 1900, a pochi giorni di distanza l’uno dell’altro), dipingeva già quest’ultimo come il precursore dei nemici del Dio cristiano della fine dei tempi. Come si vede, il pensiero cristiano ha guardato con scrupolosità al filosofo tedesco.Per venire a tempi più vicini a noi, basti citare il filosofo francese Maurice Clavel, per cui il postmoderno è segnato soprattutto da Heidegger. Ecco il vero avversario del cristianesimo: il ritorno del neopaganesimo, il «conglomerato nicciano-heideggeriano» al quale si convertono, fra l’altro, molti marxisti. Non lontane appaiono le riflessioni dell’ultimo Luigi Pareyson, il maggior filosofo italiano dal dopoguerra, che ha immaginato un cristianesimo tragico come alternativa reale al nichilismo consolatorio.