Agorà

Idee. Neurobiologia e libertà, scienza fuori strada

Andrea Lavazza giovedì 21 luglio 2022

Louise Bourgeois, “Spider”, 1997. L’opera sarà esposta nella retrospettiva “Louise Bourgeois: The Woven Child” che aprirà oggi alla Gropius Bau di Berlino

Già il titolo sembrerebbe valere la lettura del volume: Neurobiologia della volontà. Una delle proprietà umane più importanti, che caratterizza la persona ed è insieme elusiva per le sue oscillazioni capaci di segnare la storia individuale e quella collettiva, finalmente spiegata in termini scientifici. Sebbene l’impresa sia tutt’altro che compiuta, fornire un quadro aggiornato e comprensibile della ricerca risulta utile a studiosi di tante discipline quanto a chi cerca semplicemente di capire meglio l’essere umano. Siamo riusciti a dare conto dell’acrasia, la debolezza della volontà per cui sappiamo che dovremmo smettere di fumare, ma puntualmente accendiamo un’altra sigaretta? Qualcosa i neuroscienziati hanno appurato, seppure in via provvisoria: per esempio, che la forza di volontà si dà in quantità limitata, si esaurisce, si riforma e si può anche allenare. Tuttavia, l’autore, Arnaldo Benini, già neurologo a Zurigo e attivissimo divulgatore, nella sua breve trattazione (Cortina, pagine 154, euro 15,00) non ne parla. Si concentra invece sulla scoperta recente, sorprendente e rivoluzionaria che la volontà, dalla prospettiva degli esperimenti neuroscientifici, non è libera. O, meglio, non appare libera. Difficile sopravvalutare le conseguenze di un tale ribaltamento di visione. Per il diritto, l’organizzazione sociale, la nostra stessa esistenza. Il dibattito si è acceso da qualche decennio, ramificato e complesso, tra esperimenti, analisi teoriche e proposte operative (chiudere le prigioni dato che è ingiusto punire chi non è responsabile dei propri atti, una delle più controverse). Una guida ragionata sarebbe benvenuta. Ma fin dalla prima pagina si rischia di essere condotti fuori strada. Benini confonde il dualismo tra mente e corpo con l’alternativa tra libertà reale o illusoria. Il primo riguarda una posizione che non trova più favore tra gli specialisti e poco anche nel pubblico colto, mentre l’autore lo attribuisce a tutti i non scienziati e in particolare ai credenti. La seconda è indipendente dal fatto che esista un’anima immateriale: la gran parte dei difensori della libertà umana accetta che il cervello sia la sede della volontà. Questo però non significa che abbia ragione Libet con i suoi studi in cui l’avvio dell’azione a livello cerebrale avviene prima che ne siamo consapevoli, mostrando quindi che le decisioni sono prese in modo inconscio e, pertanto, non libero nel senso classico. L’ostilità preconcetta verso i filosofi (che gli fa trascurare il compatibilismo, diffusa posizione intermedia) induce l’autore a liquidare in meno di una pagina (la 33) giganti come John Searle e Robert Nozick e la studiosa che meglio di tutti oggi sa unire competenze scientifiche e teoretiche sul tema: Adina Roskies. Salva solo il meno quotato Mark Balaguer, arruolandolo come suo alleato nella crociata a favore dell’empirismo. Peccato che non lo legga per intero e gli sfugga che si tratta di un libertario, cioè un difensore del libero arbitrio, conoscitore dei meccanismi nervosi e della meccanica quantistica. Benini è giustamente angosciato dalla violenza gratuita e raccapricciante che l’uomo continua a ideare e infliggere ai propri simili. Cerca quindi di riannodare i fili della ricerca che scava nei meccanismi biologici dell’aggressività. E incappa in un altro equivoco fuorviante, equiparando il processo di scelta con i contenuti della scelta. Possiamo capire come si impara a camminare, ma non è lo stesso se Madre Teresa si dirige verso un povero per aiutarlo o Adolf Eichmann verso un ebreo per portarlo nel lager. In un florilegio di scollegate citazioni letterarie e di gratuite punzecchiature alla religione cattolica, si perde il filo di quello che davvero sappiamo della neurobiologia della volontà. Anche perché gli esperimenti fondativi sul libero arbitrio sono ampiamente descritti, mentre viene trascurato tutto quello che è successo nei laboratori negli ultimi anni. L’ipotesi che la decisione sia guidata dal potenziale di prontezza nelle aree motorie è stata sfidata dalla teoria secondo cui c’è una fluttuazione casuale dell’attività neuronale. Al di là dei tecnicismi, ciò significa rivalutare una concezione della libertà meno deterministica e più vicina a quella consueta. Tanti elementi concorrono alla scelta, oltre una certa soglia scatta la decisione che non sarà consapevole ma rispecchia l’insieme delle motivazioni che ci guidano, tradotte in impulsi nervosi. Non sarà nemmeno questa la spiegazione definitiva, un resoconto completo chiede di considerarla ed, eventualmente, confutarla. Perché potrebbe anche essere che il libero arbitrio non esista. Resta una domanda legittima: perché parlare di un libro simile? Per mettere sull’avviso il potenziale lettore: molto autorevole e prestigiosa la collana in cui è inserito, assai ben fatta e invitante la quarta di copertina...