Agorà

Intervista. Nek: cara figlia ti scrivo

Lucia Bellaspiga martedì 22 settembre 2015
«Parlare con tua figlia, dirle le cose fondamentali della vita, può essere complicato », anche se ti chiami Nek. Meglio allora scriverle un intero libro, «l’eredità che le lascio per quando saprà leggerla. Le parlo di me e di sua mamma, le racconto pensieri, paure, gioie, consigli. Le metto me stesso nero su bianco». In un mondo in cui omologarsi è la scelta comoda e l’obiettivo finale è piacere a tutti, il libro di Nek, Lettere a mia figlia sull’amore (Rizzoli, pagine 198, euro 17,00), è il colpo di frusta schioccato in aria che ci sveglia dal lungo torpore: al cantante più amato dalle giovani generazioni (e non solo), quello che ha sbancato l’ultimo Sanremo con Fatti avanti amore e conquistato anche i critici più supponenti, di piacere a tutti non interessa un bel niente, all’apparire preferisce l’essere, e pagina dopo pagina applica uno dei principali consigli dati alla piccola Beatrice, «Prendi sempre posizione. Sarà tuo sacrosanto diritto esprimere il tuo punto di vista personale con tutta la convinzione che riterrai giusta». Un atteggiamento che oggi si può permettere, ma che in passato pagò caro: era il 1993 quando a Sanremo arrivò terzo fra i giovani con il brano In te.  Il suo talento artistico era già innegabile, eppure la sincerità con cui affrontò il tema dell’aborto le procurò molti guai. «Avevo ventun anni ma le idee chiare. Mi ero ispirato alla storia vera di un amico e raccontavo il dramma dell’aborto dal punto di vista del padre che desidera la nascita di quel figlio. Si scatenò l’inferno, i giornalisti ma anche l’ambiente artistico non me lo perdonavano, iniziarono a dire che la mia musica era troppo orecchiabile, poco d’élite. Io non mi sono spostato di un centimetro, in punta di piedi ho accettato tutto, mi indignavo solo quando ero chiuso nella mia stanza, ma dall’altra parte avevo la gente e questa era con me. E quest’anno a Sanremo ho conquistato tutti rifacendo ciò che ho sempre fatto: Fatti avanti amore è un pezzo pop, non ricercato, e ha un testo che porta avanti valori forti. Questo mi dice che se si crede in qualcosa bisogna restare fermi, coerenti con se stessi, non snaturarsi pur di avere consensi». Il libro, proprio come Fatti avanti amore  – la canzone più trasmessa dalle radio dopo il Festival –, fa intuire un invito pressante, un messaggio pieno di energia. «L’amore è la forza che manda avanti il mondo e la vera natura dell’uomo è aspirare sempre a qualcosa di alto: è l’insegnamento che do a Beatrice già adesso che ha cinque anni. Se capisci questo, anche il dolore serve a crescere, ti aiuta a distinguere le cose veramente importanti da quelle inutili. Prima o poi capita a tutti di soffrire, di cadere, perdere le forze e voler mollare tutto, ma se riponi la tua fiducia in Qualcuno di superiore trovi sempre la forza per rialzarti. Io e mia moglie Patrizia abbiamo fatto insieme un percorso di fede che ci ha permesso di superare anche i momenti bui e ancora oggi quando uno resta indietro l’altro lo aspetta, se in me la fede cede c’è lei che mi tende la mano e viceversa». Non deve essere facile “ammettersi” credenti, nel mondo dello spettacolo. La sua franchezza potrebbe essere un esempio per la marea di giovani fan, ma certo richiede coraggio. «L’ho scritto a Beatrice nel libro: chi ha fede in Gesù è visto come un alieno, in certi ambienti. Per me è stato spesso motivo di disagio, mi sono sentito fuori posto, ma anche in questo non mi sono spostato, sono rimasto fedele a me stesso. Ed evidentemente ho fatto bene. La mia fede è diventata matura grazie all’incontro con Nuovi Orizzonti, la comunità di Chiara Amirante, lì ho incontrato persone che nello sguardo avevano qualcosa che è difficile descrivere... direi la rilassatezza di chi nella vita ha passato di tutto ma ora conosce la verità e te la vuole donare, che ti guarda e ti dice “attaccati a me, ci penso io a te”. Loro avevano perso tante battaglie ma avevano vinto la guerra e io volevo capire che cosa li rendeva così speciali. Ed erano ex prostitute, ex assassini, ex drogati. Prima il mio Gesù era lontano, dogmatico, invece con loro ho capito le cose in concreto: perché è importante la confessione? Cos’è il battesimo? E come mai un abbraccio ha il potere di spazzare via la morte interiore dell’uomo più infelice? Ecco, questa è la forza dell’amore: non giudicare gli altri, abbracciali. Non c’è storia, se dai amore a una persona la cambi». Lei però scrive che siamo sì fatti per amare, ma «nonostante noi». «È un dato di fatto: cadiamo nell’iniquità, siamo spesso incapaci di capire a quanta bellezza possiamo aspirare, travalichiamo anche i nostri limiti... Ma attenzione, non voglio screditare l’essere umano, anzi, siamo davvero creati per amare, abbiamo sempre un nostro bellissimo obiettivo e nessuno ce lo tocca, perché – io credo – c’è un Padre che non si stanca di aspettare. Basterebbe sapere questo per essere sempre felici, invece oggi vedo troppi cristiani tristi, che quasi si vergognano, ma come si può? Se credi alla Resurrezione cosa ti può fare paura?». Quali limiti travalichiamo? Che cosa intende? «Siccome io, Filippo Neviani, credo che la vita è sacra, allora non posso metterci mano. Non posso decidere del suo inizio e della sua fine. Non posso uccidere il feto e nemmeno l’anziano o il malato. Ci sono cose che l’uomo può solo contemplare e tra queste c’è quel puntino di vita nascente, motivo di sbigottimento come il mistero della nascita. Così come l’universo, che ne sappiamo noi? E pensiamo all’amore, tutti lo abbiamo provato ma nessuno lo ha toccato, di che natura è? Da dove proviene? L’uomo si dà spiegazioni facili per chetare l’animo, ma questo significa rinunciare ad alzare lo sguardo». Non ha paura del successo? «In passato è anche capitato che ne fossi travolto. Il successo ti monta la testa, rischi di perdere il contatto con la realtà e crederti superiore agli altri. Ancora dopo anni mi vergogno di quel giorno in cui, dopo che Laura non c’è mi aveva dato una fama inarrestabile, risposi un secco no a una madre che mi chiedeva l’autografo, facendo piangere la sua bambina... Non si è mai al riparo, il rischio resta, per questo anche ora il livello di guardia deve sempre essere alto: occorre dominare il successo, se no alla fine vivi in funzione di lui e diventi un mercenario. Le dico con franchezza che anche nei momenti di stanca, quando manderei tutti al diavolo, faccio un respiro e mi dico: “Filippo, abbi rispetto”, e cerco di accontentare tutti. Un piccolo esempio: subito dopo Sanremo a un evento firma-copie di Varese c’erano 750 persone e io ho autografato 750 dischi, baciato 750 persone e scritto a ognuno qualcosa di diverso. Poi però è sacrosanto che io difenda i miei momenti di padre e di marito, voglio ritagliarmi gli istanti in cui stare con la mia famiglia in modo normale, poter entrare in un supermercato con mia figlia...». E invece dell’oblio non ha paura? «A ogni artista, anche i più grandi, capitano momenti in cui appaiono meno... L’importante è rialzarsi e crederci, se fai della sconfitta la tua verità non credi più in te stesso e nemmeno ti vuoi più bene e questo è molto pericoloso. Dovesse capitarmi, anche allora metterò da parte l’orgoglio, che è un pessimo nemico, e continuerò per la mia strada, imperterrito, guidato dall’amore per quello che faccio».