Agorà

Festival. Muti, il silenzio e la musica contro l’orrore

Pierachille Dolfini martedì 5 luglio 2016
Nel silenzio, che a volte sa essere più assordante di qualsiasi rumore e di qualsiasi parola urlata, sembra quasi di avvertirli i colpi secchi dei kalashnikov. Le mitragliate di Dacca, arrivate improvvise e inaspettate durante una cena, si fanno sentire nel silenzio che, rapido, scende tra i 3500 raccolti al pala De Andrè. Lo chiede Riccardo Muti «per ricordare le vittime del terrorismo in Bangladesh». Pubblico in piedi. Non importa se chilometri e chilometri di distanza separano Dacca e Ravenna, i colpi e le urla disperate sembrano a pochi passi. Perché l’eco del terrore arriva prepotente, amplificato dai social che mettono in rete le immagini in presa diretta delle stragi.«Le vittime sono tutte uguali. Tutte le vittime, di qualsiasi conflitto. Ma a Dacca il tributo più alto di vite lo hanno pagato Italia e Giappone» riflette Muti. Un applauso che vuole essere un abbraccio a chi piange. Italiani e giapponesi sono seduti fianco a fianco sul palco. Un caso, forse qualcuno lo chiamerebbe disegno, aveva pianificato già da tempo la serata di domenica, durante la quale i ragazzi dell’Orchestra giovanile Luigi Cherubini e quelli della Tokyo Harusai festival orchestra avrebbero suonato le stesse note, quelle di Verdi e di Arrigo Boito, per celebrare i 150 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone (il concerto verrà trasmesso il 6 agosto su Rai 1 in seconda serata). Il viaggio di ritorno de “Le vie dell’amicizia” di Ravenna Festival, che a marzo hanno fatto tappa nella capitale giapponese, per far rientro alla base nel cuore del festival della cittadina romagnola. La festa era pronta. Invece Le vie dell’amicizia hanno dovuto ancora una volta, come hanno fatto ogni anno dal 1997, lenire un dolore.«Dai palchi dove si fa musica non si dovrebbero lanciare proclami politici. Ma la realtà, oggi, ce lo impone perché ci mostra come ogni volta che cresce l’ignoranza crescono terrorismo e criminalità» dice Muti. La follia umana e la violenza ancora una volta irrompono, prepotenti, sulla strada dei viaggi che da vent’anni hanno portato la musica tra le ferite del mondo, tra le macerie ancora fumanti di Sarajevo e sull’abisso della voragine di Ground Zero a New York l’indomani dell’11 settembre, sulle coste del Mediterraneo a Mazara del Vallo tra i pescherecci che salvano i migranti in arrivo dall’Africa e tra i palazzi ingabbiati nei ponteggi dell’Emilia piegata dal terremoto. Pellegrinaggi in musica sempre guidati da Cristina Mazzavillani, anima infaticabile di Ravenna Festival che per il 2017 sogna l’India. Oggi la ferita che sanguina è quella di Dacca. Ma bruciano ancora Istanbul, Bruxelles e Parigi. «L’ignoranza che alimenta il terrore la si combatte con la cultura che non sono spettacoli-evento o manifestazioni cretine. Sostenere la cultura vuol dire iniziare a trasmetterla ai piccoli, partire dalle radici, perché se si tagliano le radici la pianta non cresce» dice dal podio Muti che viene insignito dell’Ordine del Sol Levante, il massimo riconoscimento attribuito dall’imperatore nipponico. Il direttore d’orchestra attacca gli inni nazionali. Kimi ga yo, «che il vostro regno possa durare mille generazioni». Poi Fratelli d’Italia. Li suonano e li cantano insieme italiani e giapponesi.Poi tocca a Giuseppe Verdi. E fa un certo effetto vedere il primo violino che con i suoi tratti orientali trascina i compagni sulle note della Sinfonia del Nabucco. Gli italiani sembrano avere nel “dna” il Giuseppe Verdi più patriottico, quello che attraverso le vicende del popolo ebraico deportato a Babilonia chiedeva libertà per l’Italia. Ma il compositore parla anche a chi è nato dall’altra parte del mondo, duecento anni dopo. E parla anche al nostro oggi. Muti lo sa, ci crede da sempre. Tanto che ascoltato avendo negli occhi le immagini nere del terrore il programma disegnato dal maestro suona come un viaggio dell’anima tra dolore e speranza.«Gli arredi festivi giù cadano infranti. Il popol di Giuda di lutto s’ammanti» cantano gli ebrei sui quali incombe la minaccia di Nabucco. Risuonano le voci dei cori del Teatro Petruzzelli di Bari e del Friuli Venezia Giulia. Avverti lo sgomento di chi si sente inerme di fronte alla violenza. E anche ad Attila «l’alma in petto s’agghiaccia pel terror». Ma il re degli Unni, al quale da voce Ildar Abdrazakov, ha anche «rossor del mio spavento». Un Verdi giovanile. Poi risuona il Verdi maturo. Quello che nei Ballabili del Macbeth e nella Sinfonia de La forza del destino riflette sul destino che incombe sull’uomo. Far calare qui il sipario vorrebbe dire mettere all’angolo la speranza. Arrivano invece le parole dei Lombardi alla prima crociata.«Gerusalem, la grande, la promessa città» l’invocazione che si leva da lontano. Quella Gerusalemme per cui nell’Antico Testamento non si cessa di chiedere pace. «Possa nostr’alma coll’estremo fato in grembo a Dio volar» la speranza che sorregge il cammino dell’uomo. Ecco la preghiera che Muti fa risuonare con Verdi. Per poi «raccontare il paradiso» con Boito e con il suo sconquassante prologo del Mefistofele. Un paradiso profondamente umano quello dello scapigliato Boito per dire che «l’eterna armonia dell’universo» che invocano angeli e cherubini (le “Voci bianche” del Teatro alla Scala) è prima di tutto armonia tra i popoli sulla terra. Trombe e tromboni impregnano l’aria. Piatti e timpani si confondono con un applauso che non vuole spegnersi. Poi, improvviso, ancora il silenzio.