Agorà

Musica. «Le vie dell'amicizia» con Muti arrivano fino a Kiev

Pierachille Dolfini martedì 3 luglio 2018

John Malkovich e Riccardo Muti sul palco a Kiev domenica scorsa (Foto Silvia Lelli)

Gli occhi di Kiev sono occhi tristi. Gli occhi della sua gente che, solo a incrociarli di sfuggita, ti restano addosso. Al luna park con un vecchio tiro a segno sul lungofiume. Nella chiesa di San Vladimiro, dove decine di candele sottili sono accese davanti all’icona del principe che convertì al cristianesimo la città. Interrogano perché sono occhi che vanno oltre. Oltre il cielo, spazzato da un vento insolitamente freddo per l’inizio di luglio. Occhi che, forse, vedono ancora fumo e sangue lì dove i marchi dei negozi, gli stessi di Milano e di New York, dicono che anche per l’Ucraina di Taras Shevchenko e Mikail Bulgakov è venuto il tempo della globalizzazione. Occhi che vedono ancora il fumo e il sangue di piazza Maidan, fumo di copertoni per oscurare la visuale ai cecchini, sangue di chi è caduto nella rivoluzione del 2014. I loro occhi ti guardano dalle foto fissate con un giro di spago agli alberi della collina dove quattro anni fa si combatteva: il palazzo del governo, più avanti il parlamento; sotto gli alberi una grande croce in legno e poi i volti incisi nel marmo per non dimenticare. «Un aiuto per i figli degli eroi caduti» dice, in inglese, una ragazza mentre ti offre un braccialetto intrecciato di fili gialli e blu. Ce ne sono a centinaia sulla collina, appesi agli alberi, messi intorno a un lumino spento, legami di memoria con il recente passato. Hanno i colori dell’Ucraina. Paese dove si muore ancora per la libertà. «A poche centinaia di chilometri da qui, nel Donbass. Molti dei miei familiari hanno combattuto a Maiupol dove, da quattro anni, per fortuna le armi tacciono» racconta Alina mentre ripone in fretta la sua viola nella custodia.

Piove su Kiev. Piove su piazza Santa Sofia. Le cupole dorate della cattedrale ortodossa, voluta nel 1037 da Jaroslav I, riflettono i lampi. Il coro, da poco seduto, prima prova a ripararsi con gli spartiti, poi scappa. Ma nessuno dei diecimila arrivati a Santa Sofia per ascoltare Riccardo Muti si muove. Il direttore d’orchestra ancora una volta si è fatto ambasciatore di pace attraverso la musica per Le vie dell’amicizia di Ravenna festival. Ventiduesima tappa, Kiev, di un pellegrinaggio laico partito nel 1997 dalle macerie di Sarajevo. «Il nostro non è un messaggio politico, ma di fratellanza. Che poi, a ben guardare, è un messaggio profondamente politico» avverte Muti, convinto che «la musica spesso fa quello che politici e diplomatici non riescono a fare». Si aprono gli ombrelli. Sul palco si coprono i microfoni e si ritirano le partiture. Lo Stabat Mater e il Te Deum di Giuseppe Verdi, il Nabucco del «musicista che non è solo italiano, ma appartiene e parla a tutto il mondo» come ricorda Muti. E poi il Lincoln portrait dove Aaron Copland mette in musica le parole del presidente americano. Al quale dà voce John Malkovich. Che, in attesa che spiova, asciuga la partitura con il phon. «Non vorrei essere uno schiavo, ma non vorrei essere neppure un padrone» il messaggio di Lincoln che, per l’attore di Chicago, è «ancora oggi attualissimo».

Smette di piovere. Ma poi il temporale riprende. «Il cielo ha cominciato a piangere per ricordarci che siamo piccoli uomini di fronte ai grandi eventi di cui crediamo di essere padroni » riflette, poetica, Cristina Mazzavillani, anima del Ravenna festival, che si è inventata Le vie dell’amicizia. Non si arrende di fronte alla pioggia. Guarda negli occhi i musicisti raccolti nella cattedrale di Santa Sofia che non può non far pensare alla bizantina Ravenna. I ragazzi dell’Orchestra Cherubini e i colleghi dell’Orchestra dell’Opera nazionale Ucraina, quelli dell’Orchestra municipale Renaissance arrivati, come Alina, da Mariupol. Dove Muti avrebbe voluto andare a suonare. Progetto, però, accantonato. «Senza di loro saremmo stati più poveri e meno significativi» dice la signora Muti mentre Ivan, anche lui di Mariupol, per scaldarsi suona qualche nota con il suo trombone. «La situazione è politicamente complicata e si fatica a vedere una via d’uscila ta di quella che non è una guerra civile, ma una guerra politica fatta con le armi. Noi lottiamo per l’unità e l’indipendenza del nostro popolo. I russi non sono nemici, sono nostri fratelli, ma noi non vogliamo essere i fratelli minori» racconta. Deve, però, salire sul palco dove il coro (o, meglio, i cori: quello dell’Opera di Kiev e il coro Credo, l’ensemble Lyatoshynsky e le formazioni del Conservatorio nazionale e del Collegio di Mariupol) è di nuovo schierato.

Dopo un’ora e mezza di attesa inizia il concerto. Una voce fuori campo – in uno stile che non può non ricordare parate e fasti militari dell’Urss – annuncia l’arrivo del presidente ucraino Petro Poroshenko. Parla di Europa e attacca Putin dopo che Muti ha diretto gli inni nazionali. «La nostra presenza qui non vuole essere una presa di posizione politica per una parte o per l’altra, ma l’auspicio di una conciliazione attraverso la musica» avverte il direttore che ha scelto un programma certo impegnativo, ma ricco di significati spirituali, seguito in silenzio dal pubblico, alle prese, dopo la pioggia, con i 13 gradi segnati dal termometro. Lo Stabat Mater e il Te Deum di Verdi nel loro canto quasi gregoriano e nel loro raccontare per immagini solenni, come i mosaici bizantini, danno corpo a un dolore, quello di Maria, che è il dolore di chi ancora soffre di fronte a un figlio (un popolo) che muore, ma anche a una speranza che è quello dell’affidamento. Pagine forse penalizzate dall’amplificazione della piazza, ma che nelle prove, che Muti ha aperto agli studenti del Conservatorio regalando loro una lezione di musica e di vita, hanno impressionato per lo scavo chiesto e ottenuto, grazie anche al direttore dei cori Bogdan Plish, da Muti.

Il Lincoln di Copland trova nella voce di Malkovich un’universalità che è la stessa che Verdi mette nelle sue opere. Che parlano dell’uomo all’uomo. Cambio di leggii tra musicisti italiani e ucraini e tocca a Nabucco affidato alle voci degli ucraini Liudmyla Monastyrska e Sergii Magiera. E all’intensità del coro per il Va’ pensiero «canto di un popolo oppresso che mi ha fatto pensare alla mia terra ferita dalla violenza e che ho cantato con il dolore nel cuore» racconta Evgenij, corista di Mariupol mentre, finito il concerto, si asciuga le lacrime. «Studiamo musica mentre in lontananza si spara. Non è facile». Oggi si torna a Ravenna. «Perché un ponte unisce sempre due città» conclude Cristina Mazzavillani. Al Pala De André le telecamere riprenderanno il concerto che sarà trasmesso da Rai 1 in seconda serata il 16 luglio, con immagini della trasferta a Kiev. Italiani e ucraini ancora una volta insieme a fare musica. Ci sarà anche Evgenij. Che poi tornerà a Mariupol. Perché un proverbio ucraino dice: «Servirai lì dove sei nato».