Agorà

Dibattito. Musei ecclesiastici, forzieri o cantieri? La sfida dell'identità

Alessandro Beltrami mercoledì 17 maggio 2017

È considerato un documento fondamentale: ma quanto della Lettera circolare sulla funzione pastorale dei musei ecclesiastici, emanata nel 2001 dalla Pontificia commissione per i Beni culturali della Chiesa, ha trovato reale attuazione? E come può essere integrata e aggiornata alla luce delle trasformazioni che investono, anche in modo drammatico, la società? Sono le domande al centro del convegno organizzato dall’Associazione dei musei ecclesiastici italiani (Amei) e dall’Università Gregoriana, in programma domani a Roma nelle aule dell’ateneo pontificio. Convegno che vedrà l’introduzione di Nunzio Galantino, segretario generale della Cei.

«La Lettera è stata scritta con una forte capacità di guardare avanti» commenta Domenica Primerano, direttrice del Museo diocesano tridentino e presidente di Amei. «È un documento ampio e articolato, che analizza il museo ecclesiastico sotto molti punti di vista: dalle funzioni alla governance all’allestimento… Il tipo di museo che emerge non è un istituto di conservazione, ma che deve vivere nel rapporto con la comunità». Quale comunità, però? Rispetto a 16 anni fa la società è cambiata: «È un passaggio che richiede un aggiornamento. Oggi il nostro territorio è abitato da persone che provengono da Paesi diversi. Una realtà che i nostri musei conoscono quotidianamente, per esempio attraverso le scuole, e sulla quale siamo convinti sia necessario attivare una riflessione. Inoltre nella Lettera si parla di volontariato: che è certamente una risorsa, ma attenzione ad affidarvi in modo esclusivo la vita del museo, ci sono a rischio competenze e continuità».

Da questo punto di vista Primerano lancia un allarme: «Accanto a casi di diocesi che credono e investono nei progetti, stiamo registrando un diffuso ritirarsi dall’impegno. Riceviamo molte segnalazioni di riduzioni o mancati rinnovi di contratti a conservatori, chiusure dei servizi della didattica, tagli delle ore di apertura. Ma sguarnendo il personale viene meno la possibilità dare corso a quanto indicato dalla Lettera. Se negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita dei musei ecclesiastici, ora temiamo che il processo virtuoso si possa fermare».

Non è per fortuna quanto sta accadendo a Reggio Calabria, dove il Museo diocesano “Monsignor Aurelio Sor-È rentino” ha aperto nel 2010 e sta diventando un punto di riferimento. Un percorso iniziato nel 2002 grazie «all’avvio del progetto museografico con incontri, scambi e confronti in seno ad Amei, facendo frutto di esperienze più longeve» racconta la direttrice Lucia Lojacono. «Un percorso al quale hanno collaborato più figure professionali, dallo storico dell’arte all’architetto museografo, dal liturgista al teologo, attenendosi a quanto indicato nella Lettera, documento che per noi è stato un vero e proprio vademecum». Un museo di piccole dimensioni – ma «la consapevolezza della necessità di ampliarne gli spazi è ormai chiara e prossima a soluzione» – che, però, opera secondo gli standard attuali, a partire dalla didattica, «in un contesto certo non facile. Il museo deve molto al contributo annuale dell’8x1000, che integra l’investimento da parte della curia diocesana, la quale mostra una crescente sensibilità verso necessità e potenzialità del museo. Attenzione e fiducia che vediamo aumentare anche nel territorio diocesano: da privati e da parrocchie cominciano a pervenire spontaneamente donazioni o affidamento di opere in deposito. Il Museo diocesano è sempre più avvertito come un “bene comune”».

A Reggio Calabria il Museo diocesano è parte attiva del tentativo di costruire una rete che proponga un’offerta turistico- culturale integrata nella città sullo Stretto. A Susa don Gianluca Popolla ha fatto di “rete” una parola d’ordine: il Centro culturale diocesano coordina la biblioteca, l’archivio storico e il Sistema museale diocesano, ramificato nel territorio. Ha fondato la Cooperativa Culturalpe ed è tra gli ideatori di “Tesori d’arte e cultura alpina”, che con associazioni, enti pubblici e fondazioni bancarie promuove la tutela e la valorizzazione della valle per rendere economicamente sostenibile lo sviluppo culturale e sociale delle comunità locali. «A Susa – dice – abbiamo scelto di costruire un sistema museale per rispettare la complessità del territorio e stimolare le comunità nel gestire e valorizzare il proprio patrimonio. All’inizio è stato difficile, perché la valle è grande e le comunità poco abituate a condividere il lavoro. Nel tempo si è creato un bel gruppo di volontariato culturale e grazie alla formazione è cresciuto il loro livello di responsabilità». Ma per Popolla la sfida non è conservare: «Il patrimonio culturale non è ciò che viene esposto per i turisti, ma custodito come memoria della comunità perché possa costruire un futuro. Magari diverso dal passato, ma generato da quel Dna».

Una linea che Popolla, incaricato regionale per i beni culturali ecclesiastici, propone a tutto il Piemonte: «Le 17 diocesi promuovono il patrimonio culturale come strumento di inclusione sociale, una tipologia di welfare attraverso la cultura che stimoli il dialogo interreligioso. Il museo ecclesiastico oggi deve essere la sorgente identitaria capace di generare memorie aperte. E deve essere un museo “resiliente”, che renda le nostre comunità mature, non spaventate da un nuovo che entra nei nostri territori». Eppure la coscienza del museo non come semplice rassegna di bellezza ma come strumento culturale è ancora poco diffusa: «Da una parte – prosegue Popolla – abbiamo sacerdoti impegnati, ma che vivono la frattura tra sociale e cultura. Non riescono a capire come questa possa essere uno strumento di inclusione. Dall’altra, invece, sacerdoti che vivono la cultura in senso conservatore, come i mattoni del muro che consente di fermare il tempo. Ma c’è un altro elemento da considerare: anche molti sacerdoti italiani di domani saranno persone provenienti da altri continenti. E anche loro avranno bisogno di una mediazione culturale per custodire questo patrimonio».

Per “risintonizzare” i musei ecclesiastici occorre affinare gli strumenti. Anche prendendoli a prestito dal mondo dell’impresa culturale: «Ma non per monetizzare i risultati, quanto per rendere più efficaci ed efficienti i processi che portino al raggiungimento dei fini postisi da un ente religioso » spiega Stefano Monti, docente alla Gregoriana di Management delle organizzazioni culturali e partner di Monti&Taft. «In un’epoca ambigua tra laicismo tecnologico e fondamentalismi, il patrimonio culturale religioso assume rilevanza eccezionale. Oggi più che mai le istituzioni culturali religiose dovrebbero interrogarsi sulla gestione per migliorare l’impatto spirituale del loro operato». Se c’è una povertà materiale a cui far fronte, ce n’è anche una spirituale e culturale, non meno grave, che rischia invece di essere negletta: «C’è una enorme domanda di spiritualità nel consumo culturale occidentale, un dato in crescita costante. È un’istanza davanti alla quale il patrimonio culturale religioso non può trovarsi impreparato».