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Motori. Márquez e Hamilton, la pista consacra una grande coppia d'assi

Roberto Brambilla martedì 23 ottobre 2018

A dividerli, dopo l’ultimo week end tra Motegi e Austin, solo il fatto che uno, Marc Márquez, abbia già potuto festeggiare l’ennesimo titolo mondiale, il settimo in carriera, quinto in MotoGp e l’altro, Lewis Hamilton, abbia dovuto rimandare l’appuntamento con il suo pokerissimo iridato in F1. Due fenomeni, lo spagnolo e l’inglese che anche nel 2018 hanno mostrato quello che distingue i vincenti dai campioni. Marc l’ha fatto dominando grazie a una moto, la Honda, pressoché perfetta, cresciuta e coltivata a partire dal 2013 quando il ragazzo di Cervera è entrato e non in punta di piedi nella classe regina delle moto, al suo talento, ma anche grazie alla testa. Márquez, uno che in passato rischiava il tutto per tutto ogni gara anche quando non era necessario, è stato abilissimo nel gestire il campionato, in particolare quando le Ducati di Dovizioso e Lorenzo si sono avvicinate.

Su 16 Gran Premi il catalano è arrivato per 13 volte a podio, praticamente sempre. Lewis invece, è riuscito ad accaparrarsi di fatto il Mondiale (in Messico basterà arrivare davanti a Sebastian Vettel) grazie a una seconda parte di stagione fenomenale, con sei successi nelle ultime otto gare, frutto dell’ottimo lavoro di sviluppo dei tecnici Mercedes ma anche della capacità dell’inglese di sbagliare poco, o soprattutto meno di una Ferrari, che mai come in questa stagione sembrava poter contendere alle Frecce d’Argento il titolo piloti. Modi diversi di vincere un campionato, personalità differenti, quasi opposte, ma in comune, oltre al talento, la tecnica, la grinta, lo spagnolo e il britannico hanno un tratto: quello di essere e essere stati dei predestinati. E di aver mantenuto le promesse.

Marc, figlio di una segretaria e di un operaio con la passione delle moto, soprattutto fuori pista, a otto anni era campione catalano di “minimotocross”, a 12 conquistava il campionato regionale e a 15 esordiva nel Motomondiale, categoria 125. Pochi mesi dopo il debutto sarebbe diventato a Donington in Inghilterra il più giovane spagnolo a conquistare un podio a 15 anni e 126 giorni e nel 2010 avrebbe conquistato, poco più che 17enne, il suo primo titolo mondiale, sempre nell’ottavo di litro, iberico più precoce di sempre a riuscirci. E da quel Mondiale, vinto con la Derbi, davanti a Terol e all’attuale rivale in MotoGP Pol Espargaró a Marc l’etichetta di predestinato e di vincente non gliel’ha più tolta nessuno e il debutto in MotoGP nel 2013 con la Honda ha fugato i dubbi restanti. Nel suo anno da debuttante Márquez ha abbattuto record in serie ma soprattutto si è laureato campione del mondo dopo aver battagliato da veterano con Jorge Lorenzo, diventando, a 20 anni e mezzo il più giovane di sempre a conquistare un titolo nella classe regina, meglio di un altro ragazzo terribile come Freddie Spencer nel 1982. Da lì non si è più fermato, vincendo ma anche mostrando uno stile di guida innovativo, a tratti eccessivo, ma soprattutto efficace tanto che gli ha permesso, insieme a una moto quasi sempre perfetta, di mettersi dietro in tutti i circuiti e in tutte le condizioni campioni, non ultimo Valentino Rossi.

E se lo spagnolo abbatteva primati di precocità in serie dell’inglese si parlava fin dalle categorie giovanili. Era entrato nel programma di sviluppo dei piloti della scuderia inglese (poco più che bambino aveva incontrato Ron Dennis, patron del team e gli aveva detto presentandosi «Un giorno correrò con le tue auto») e ha percorso a suon di vittorie (l’ultimo nel mondiale GP2) i gradini che conducono alla F1. L’ha fatto portandosi dietro la fama di pilota talentuoso, duro e soprattutto con una feroce voglia di arrivare. Le stesse caratteristiche che tutti hanno notato in quel ragazzino quando nella stagione 2007, dove alla fine sarebbe stato secondo, si era seduto sul sedile della McLaren e aveva stupito tutti, per capacità e talento motoristico, vincendo il suo primo titolo mondiale nel 2008, così giovane come nessuno nella storia. Qualità che Lewis, il cui padre Anthony aveva fatto fino a quattro lavori contemporaneamente per supportare la sua carriera sembrava aver perso dopo un paio di stagioni anonime alla McLaren e che ha ritrovato alla Mercedes, dove era andato nel 2013, facendo di fatto una scommessa sul suo futuro e su quello della scuderia. E ha vinto.

Il ragazzo di Stevenage, dal 2014 ha perso un solo campionato, quello del 2016, conquistato dopo tante polemiche da Nico Rosberg, quello che oltre a essere il suo compagno di squadra, era stato uno dei suoi migliori amici ai tempi dei kart e delle formule minori. Due piloti, due campioni, il cui prossimo obiettivo è quello di entrare nella leggenda. Il 25enne Márquez, già recordman di pole in tutte le categorie, ha appena eguagliato l’australiano Mick Doohan per i titoli in MotoGp e si trova a distanza di tre Mondiali da Giacomo Agostini, primatista con otto successi nella classe regina. Lo spagnolo, mantenendo questo rendimento e al momento senza grandi rivali sul lungo periodo vista anche l’età di Rossi e di Jorge Lorenzo, potrebbe abbattere tutti i record. E lo stesso, potrebbe fare Hamilton, che si deve guardare soprattutto da una Ferrari in costante miglioramento, ma mai capace fino ad ora di effettuare il sorpasso definitivo. Lewis a quasi 34 anni sta per eguagliare i cinque Mondiali di Fangio, è già il pilota ad essere partito per più volte dalla prima posizione (81) e sogna i sette titoli iridati di Michael Schumacher, un traguardo che lo proietterebbe nell’Olimpo del motorsport. Dove potrebbe incontrare il suo fratello predestinato su due ruote.