Agorà

"Bellissima" al Maxxi. Alle origini del made in Italy Quando la moda stupiva davvero

Annalisa Guglielmino martedì 16 dicembre 2014
​Più che abiti, leggende. Più che sartorie, salotti buoni dell'Italia migliore, quella del secondo dopoguerra. Sono gli anni dal 1945 al '68 quelli celebrati nella mostra "Bellissima - L'Italia dell'alta moda", al Maxxi di Roma fino al 3 maggio 2015. Un racconto corale (foto, filmati, modelli, testimoni) alle origini del made in Italy. Dedicato alle creazioni d'autore che hanno decretato il successo planetario dell'alta moda italiana, attirando nelle "maison" non più d'oltralpe il mondo del cinema e le teste coronate. Una moda che era già puro design e che andava a braccetto con l'arte: a Roma le sartorie popolavano le stesse strade degli atelier degli artisti e dei bar da loro frequentati: via del Babuino, via Margutta, via di Ripetta. A sottolineare la complicità tra arte e moda gli abiti di Emilio Schuberth e delle Sorelle Fontana, di Germana Marucelli e Mila Schön, di Sarli e Simonetta, di Capucci e Gattinoni, di Fendi, Balestra, Biki, Galitzine, Pucci e Valentino che "dialogano" - tra sperimentazione e alta manifattura - con le opere di Lucio Fontana, Alberto Burri, Paolo Scheggi e Massimo Campigli, e ancora Carla Accardi e Giuseppe Capogrossi. Un periodo di eccezionale vitalità che trova una sintesi nella parola "bellezza". Da cui il titolo della mostra curata da Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo e Stefano Tonchi - che non può non richiamare il titolo di un film di quegli anni, "Bellissima" (1951) di Luchino Visconti. La mostra è puntellata - oltre che dai gioielli di Bulgari - dagli scatti di tre grandi fotografi che hanno raccontano i "paesaggi" della moda di quell'epoca: Pasquale De Antonis, Federico Garolla, Ugo Mulas.  Agli abiti da sera, da giorno e da cocktail (questi ultimi veri e propri canovacci per le più ardite e futuristiche interpretazioni) si affiancano nel percorso del Maxxi le creazioni per il cinema. Come il celebre "pretino" delle sorelle Fontana realizzato per Ava Gardner: un abito redingote "di ispirazione ecclesiale", recita la guida, in lana con profili in rosso, cappello cardinalizio con cordone e nappe, catena con croce. Il modello si chiamava in origine “Preghiera del mattino” e apparteneva alla Collezione “Linea Cardinale” per l’autunno inverno 1956 – 1957 Il modello ebbe clamore di stampa per l’odore di scandalo che un simile modello avrebbe potuto provocaro: ma non fu così. Le sorelle Fontana avevano chiesto il permesso al Vaticano anche per l'uso del Rosario e l'abito - entrato nella mitologia e diventato un punto di riferimento nella storia del costume - era una citazione senza caricatura, quasi un omaggio a uno stile elegante e impeccabile. Il simbolo, oltre che di quegli anni, di una moda che sapeva davvero stupire. Senza eccessi e senza volgarità. Simbolo di quell'Italia che non è più la stessa di oggi. E che arte e moda - pure quando rispecchiano il declino - sembrano invocare ancora.