Agorà

Idee. Mosca, la censura della memoria

Adriano Dell'Asta sabato 25 ottobre 2008
Alla fine degli anni Trenta Stalin commissionò un censimento i cui risultati non vennero mai resi pubblici. Almeno due dati erano improponibili per il regime. Da una parte c'erano le cifre della popolazione: troppo basse, rivelavano quante vittime fosse costata fino a quel momento l'edificazione del nuovo mondo sovietico; dall'altra c'era il fatto che più del cinquanta per cento della popolazione si era riconosciuto ancora credente dopo vent'anni di propaganda e di persecuzioni antireligiose: un'ulteriore sconfitta. Ma in cosa credeva quella maggioranza della popolazione se, nonostante il sacrificio e l'eroica resistenza di tanti martiri, non era riuscita nel corso di quei terribili venti anni a salvare i propri padri e pastori e non aveva impedito la distruzione quasi totale della Chiesa? Questa domanda provocatoria è risuonata in un convegno moscovita del dicembre scorso. Non si tratta ovviamente di minimizzare il valore e l'intensità della resistenza della Chiesa in Russia; quella domanda era stata posta da uno storico della Chiesa, profondo conoscitore e specialista proprio della storia dei martiri, generato alla fede, esattamente attraverso quella storia. Si tratta piuttosto di capire quali siano le caratteristiche che hanno reso e rendono una società civile più o meno capace di resistere a ondate di nichilismo radicale come quelle che costituirono il cuore del regime sovietico. Questa domanda va riproposta, in una prospettiva storica, preoccupata di ricostruire il panorama degli anni in cui si svolse quella tragedia; ma anche in una prospettiva legata all'attualità, preoccupata di sgombrare il campo da rappresentazioni un po' troppo frettolose della storia e della realtà russa e di affrontare, insieme europei occidentali e russi, il problema della ricostruzione di una società europea fedele alle proprie radici e capace di rispondere alle sfide del mondo contemporaneo, non ultima quella di un sempre risorgente statalismo al quale spesso non si sa contrapporre altro che una selvaggia assenza di regole. Si tratta di verificare il valore, la proponibilità o, addirittura, la presenza nel mondo russo di idee ed esperienze, come quella del principio di sussidiarietà o del personalismo, che hanno determinato almeno in parte la forza della società civile in Occidente. Inadeguate si rivelano in questo senso certe rappresentazioni ben consolidate della storia della cultura russa, secondo le quali la Russia viene comunemente rappresentata come un mondo cui sarebbero estranee le istituzioni e le forme di regolazione della vita civile dei paesi più evoluti e democratici dell'occidente: un tempo, si dice, c'era l'autocrazia zarista, poi è venuto il totalitarismo sovietico, e adesso avremmo un nuovo mostro che non si sa bene se è autoritario o totalitario, ma comunque non è una democrazia e non lascia reali spazi alla società civile. In realtà la questione si è rivelata molto più complessa ed è apparso chiaro come le difficoltà dell'attuale fase di transizione non dipendano affatto da una sorta di determinismo geopolitico, secondo il quale ogni male deriverebbe da una carenza congenita del carattere nazionale russo o dell'anima russa e della sua cultura. Certo le tradizioni sono diverse, ma non si può che restare sorpresi quando in un autore di fine Ottocento, ex terrorista in seguito passato al campo avverso, si leggono formulazioni così vicine al successivo principio di sussidiarietà occidentale: «In tutti i casi in cui le forze sociali sono in grado di far rispettare le regole universalmente obbligatorie, l'intervento degli uffici governativi è superfluo o addirittura dannoso, in quanto mina inutilmente i potenziali di autonomia della nazione. Dovunque sia consentito l'intervento diretto delle energie popolari - in forma di autogestione locale o di attività di singole associazioni o leghe locali - questo intervento diretto va favorito». E il caso non è unico e formulazioni simili si possono trovare anche in altri autori. Rilevare somiglianze e sintonie non chiude ovviamente le questioni, ma se mai le amplia: la censura e la violenza che hanno cancellato certe esperienze pongono ad esempio per la società attuale altri due problemi: il problema della memoria e quello ancora più scottante dell'educazione, di un'educazione che sappia differenziarsi dall'indottrinamento dell'epoca sovietica senza cadere in un vuoto che renderebbe l'educazione stessa impossibile.