Agorà

LETTERATURA. Addio a Salinger, il genio schivo che scrisse «Il giovane Holden»

Fulvio Panzeri venerdì 29 gennaio 2010
Se ne è andato, chiuso nel suo mistero di scrittore che ha scelto l’invisibilità e, almeno fino ad ora, il fatto di essere l’autore di un solo libro irripetibile, che ha segnato non solo la letteratura americana, ma anche il modo di interpretare e leggere il mondo giovanile. È morto, all’età di 91 anni, Jerome David Salinger, l’autore de Il Giovane Holden, pubblicato nel 1951 e subito diventato un "cult" non solo in America, ma in tutto il mondo. Era nato, il primo gennaio del 1919, ed era cresciuto a Manhattan. Poi lo scrittore si era trasferito a Cornish nel New Hampshire, riducendo progressivamente i contatti, vivendo da recluso, per decenni, tanto che molti hanno pensato che la sua esistenza fosse legata ad una leggenda metropolitana. Lo scrittore fino all’inizio degli anni Ottanta ha rilasciato pochissime interviste. Da allora il silenzio più assoluto – tanto che le edizioni dei suoi libri escono senza risvolto di copertina e senza notizie dell’autore –, rotto solo dal libro della figlia Margaret, L’acchiappasogni, che racconta i difficili rapporti con i componenti della sua famiglia, scritto tra dolore e necessità di capire la figura paterna, il suo isolarsi dal mondo, quel suo desiderio di creare un paradiso terrestre tra i campi di segale, un sogno che spesso, per lei bambina, diventava una specie di incubo, come l’immagine di un padre «che ha trascorso l’intera esistenza a riversare il proprio cuore nella scrittura».Salinger non ha mai più effettuato apparizioni pubbliche, né pubblicato nulla di nuovo dal 1965, anno in cui era apparso sul New Yorker un suo ultimo racconto. Rarissime sono le sue fotografie, mentre molti risultano i libri di chi ha cercato di indagare su questo mistero, di violare questo esilio volontario, come quello dell’inglese Ian Hamilton autore di una biografia non autorizzata, In cerca di Salinger, che ha avuto anche degli strascichi in tribunale. Autore anche di pochi altri libri, Nove Storie e Franny e Zooey, Salinger ha legato il suo nome e forse anche il suo destino a Holden Caulfield, protagonista de Il Giovane Holden, romanzo che si appresta a festeggiare i suoi sessant’anni, ma che continua ad attrarre «con una tenerezza curiosamente personale, quasi con possessività», come dice Hamilton, lettori vecchi e nuovi, perché non è solo un libro che ha segnato un’epoca, ma che ha cambiato il modo di osservare il mondo giovanile, mettendo a fuoco il tema della generazionalità, attraverso il suo giovane personaggio che è diventato il simbolo dell’adolescente ribelle e confuso in cerca della verità e dell’innocenza al di fuori degli artifici creati dal mondo degli adulti. In realtà Salinger si riferisce ad un grande classico della letteratura americana e ne reinventa le istanze, rileggendo le contraddizioni dell’America degli anni Cinquanta. Infatti riprende la lezione dell’Huckelberry Finn di Mark Twain e ne rilegge contenuti e modi di rappresentazione della realtà giovanile, in modo tanto efficace, anche a livello di scelte linguistiche, da diventare emblema delle problematiche e delle ansie di libertà che accompagnano il passaggio verso l’età adulta. Accolto come "romanzo generazionale", radicato fortemente nella realtà americana, Il giovane Holden è poi diventato un libro "esemplare", tale da superare il contesto generazionale di riferimento ed essere scelto come rappresentativo di altre realtà generazionali, anche delle più recenti. Si potrebbe dire che Holden Caulfield è in grado, ancora oggi, di diventare l’alter ego, in tutto il mondo, del giovane come individuo in cerca di sé, nella difficoltà dei rapporti, nelle questioni esistenziali e familiari che deve affrontare. Il giovane Holden diventa uno dei primi casi in cui la letteratura non resta rinchiusa in se stessa, ma diventa parte di un modo di "interrogare il mondo", con rabbia e disinibizione, senza preclusioni di sorta, inventandolo diversamente anche in contesti sociali assolutamente diversi, di compromettersi con il disorientamento giovanile, senza giudicarlo e senza ricorrere ad intenti educativi. Da qui la sua continua rinascita tra nuovi e diversi lettori, che ne determinano un’attualità che, a ragione, Romano Giachetti, trova non tanto «nelle risposte che non si è saputo dare, bensì nell’aver posto le domande che tutti avrebbero voluto saper articolare». È questo il motivo per cui il mondo giovanile continua a trovare la voce che gli appartiene in questo "classico" che ha declinato un’ansia di cambiamento, in cerca di un’autenticità.