Agorà

Lutto. Joe cocker, l’ultimo ruggito

Massimo Gatto lunedì 22 dicembre 2014
Da ragazzino Joe Cocker sognava di diventare Ray Charles. Ma col tempo il primo riferimento che veniva in mente ascoltandolo non era tanto “The Genius” quanto piuttosto un Marvin Gaye portato a cantare più di diaframma che di gola. Ed è così che molti se lo ricordano ora che se n’è andato con quella voce rugginosa che forse non aveva più la potenza devastante dei tempi di Woodstock, ma sapeva ancora scavare fra i sentimenti per adagiare qua e là febbricitanti tenerezze. Il destino l’ha colto nel suo amato ranch in Colorado, a settant’anni, facendogli abbandonare la partita con un carcinoma ai polmoni che lo svuotava ormai da mesi.  «Per un’intera generazione Woodstock è stato il simbolo di amore, pace e musica» ricordava. «Poi si cercò di farlo rivivere svilendone il messaggio, senza rispetto per i princìpi di allora. E che senso ha continuare a celebrare il nulla?». Woodstock, per lui, era una pagina chiusa. «Non rimpiango tanto i tempi quanto le persone. Rimpiango gente come Hendrix o la Joplin, ad esempio. Con Janis avevamo lo stesso manager: un giorno ci propose di registrare un duetto e fui io a dire di no. Non me lo sono mai perdonato». I primi passi Cocker li aveva mossi nel ’60, quando debuttò alla batteria nei Cavaliers, il gruppo di “skiffle” del fratello Victor, ma il successo l’aveva conosciuto grazie a Woodstock e a canzoni come Majorine, scritta a due mani con l’inseparabile Chris Stainton, o all’acclamatissima cover di With a little help from my friends dei Beatles incisa nel ’68 con Jimmy Page alla chitarra. «Credo che le cose migliori siano le prime. With a little help from my friends e Mad Dogs & Englishman, nate in un periodo molto duro ma anche molto creativo. I miei anni Settanta, invece, vorrei dimenticarli». Quegli anni Settanta bruciati dall’alcool e dalla droga, presi di mira da uno stuolo di comici come il Joe Belushi di Saturday night live. Il riscatto sarebbe arrivato nell’82 grazie a quella Up where we belong, duettata con Jennifer Warnes nella colonna sonora del blockbuster con Richard Gere Ufficiale e gentiluomo, arrivata fino all’Oscar. Un colpo di coda completato nell’86 nuovamente con la complicità del grande schermo e di un’altra cover, quella You can leave your hat on scritta da Randy Newman nel ’72 e inserita nella colonna sonora del film 9 settimane e ½ con Kim Basinger e Mickey Rourke. Meno esaltanti gli anni Novanta con hit quali When the night comes, N’oubliez jamais e quella That’s all I need to know composta da Eros Ramazzotti per l’album Across midnight, ma incisa a due voci solo due anni dopo in Eros live. Con Zucchero, che non ha mai nascosto di ispirarsi a lui, cantò invece negli eventi a tre con Miles Davis di Rimini e Viareggio. Mi sento soltanto di dire che Joe era mio fratello di sangue di anima e di cuore» ricorda il soulman di Roncocesi. «E devo a lui il coraggio di insistere con l’amore e per l’amore del blues. L’ultima volta che ci siamo visti durante il mio tour americano era in forma straordinaria. In questo momento mi stanno passando per la mente i tantissimi ricordi, le emozioni che abbiamo vissuto assieme». «Joe mi mancherai per sempre – scrive sui social la rockstar di casa nostra Gianna Nannini –. Grazie della tua anima nella voce, avevamo fatto dei festival rock insieme, non dimenticherò mai il nostro incontro. Un abbraccio nel volo». L’ultima prova discografica di Joe Cocker Fire it up risale al 2012, seguita l’anno successivo dall’album dal vivo di quel tour.