Agorà

Arte. Addio a Giancarlo Vitali. Fu «scoperto» da Giovanni Testori

Giovanni Gazzaneo giovedì 26 luglio 2018

Giancarlo Vitali nel suo studio di fronte al Lago di Como, a Bellano (Carlo Borlenghi)

Giancarlo Vitali è morto mercoledì 25 luglio nella sua casa di fronte al Lago di Como, a Bellano, dove era nato e dove aveva scelto di vivere. “Scoperto” da Giovanni Testori nel 1983, era celebrato la scorsa estate in una grande mostra diffusa organizzata dal Comune di Milano in quattro sedi (Palazzo Reale, Castello sforzesco, Casa del Manzoni e Museo di Storia Naturale) curata dal figlio Velasco, che in quell’occasione aveva dichiarato ad “Avvenire”: «Il modo migliore per comprendere la struttura filologica di tutta la sua opera, è partire dal suo mondo più intimo, che è il bacino da cui ha sempre attinto». I funerali si terranno a Bellano, venerdì 27 alle 11 nella chiesa di San Nazaro e Celso. Lascia la moglie Germana e i figli Velasco, Sara e Paola

Proponiamo un ampio stralcio dell’articolo pubblicato su Luoghi dell’Infinito 219 (luglio/agosto 2017)

Giancarlo Vitali, l’universo sul lago

di Giovanni Gazzaneo
Giancarlo Vitali è un uomo radicato. Radicato nella sua terra, terra di vette, le Prealpi, e di orizzonti d’acqua e di cielo, il lago di Como. In quel piccolo mondo antico che è Bellano le radici sono strade e case e soprattutto relazioni: la famiglia, le amicizie, ma anche gli incontri di un momento fatti di rapidi saluti e sguardi silenti. Delle radici di questo spicchio di Eden, dove il tempo passa sempre uguale, nel ciclo delle stagioni e in quello delle generazioni, Giancarlo Vitali ha fatto vita e arte. Quasi un contraltare a questo nostro presente, dove il movimento sembra sradicare il mondo in un vortice e rimescolamento di uomini e di cose, dove il dramma dei migranti diventa l’icona tragica e sfigurata dell’ingiustizia e di un travaglio violento. Ed è proprio in questo nostro presente che le radici non sono un lusso o un retaggio del passato, ma l’unica possibilità di vita – e di arte – autentica. Giancarlo Vitali, con le sue ottantasette primavere, va controcorrente: non cerca la novità per la novità, non si lascia incasellare in un movimento, non grida e neppure “gioca” con l’arte. Scrive Andrea Vitali (scrittore e amico omonimo ma non parente): «Poco dopo la nascita comprende che la vita può essere geometricamente rappresentata secondo un cerchio: si ritorna là da dove si è partiti, quindi percepisce subito l’inutilità di ogni allontanamento».

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La sua poetica nasce dalla fedeltà al luogo che gli ha dato i natali e alla sua gente. L’amore per la pittura l’ha portato e lo porta avanti nel suo studio, al terzo piano della casa sul lungolago, là dove l’arte è cresciuta insieme alla sua famiglia, in una “laica clausura” (come scriveva Giovanni Testori). «Questa solitudine è tutta colpa mia – ci dice Vitali –. Il Padreterno mi ha voluto bene. Io non ho nessun merito di tutto ciò che ha voluto darmi. Credo che non abbia completato il regalo; e forse per sua bontà, per suo amore non mi ha dato il carattere di saper imporre, senza prepotenza, senza “stupideria” e vanto, questa mia voglia di pittura vera».
Nella solitudine e nel silenzio le tele e i fogli prendono luce e vita, forma e colore e si fanno volti, animali e oggetti del quotidiano esistere, sotto uno sguardo che abbraccia tutto lo spettro delle emozioni. Il segno rapido – maturato nell’esercizio del disegno e dell’incisione, in cui eccelle – vibra nella tavolozza di colori sontuosi e insieme sensuali. Il suo è un canto (non un inno, non c’è mai nulla di celebrativo o da celebrare) alla vita, la vita di paese, a volte un po’ annoiata e sonnolenta, a tratti cosciente (e dolente) di una certa marginalità rispetto alle grandi vicende del mondo (ma la vera grandezza è quella delle cronache e della storia dei potenti?).

Vitali passa, da maestro qual è, dall’ironia giocosa della caricatura all’empatia più profonda del ritratto. Potremmo definirlo “popolano”, se per popolano intendiamo non il suo modo di fare pittura ma il soggetto di tutta la sua arte: un popolo che emerge e prende volto e colore e riscatto da quell’apparente grigiore a cui la quotidianità sembra costringerlo.Così l’umanità dei semplici si rivela protagonista: perché anche il singolo ritratto, di persona, di oggetto, di animale, comunque non fa storia a sé ma vive della relazione, rimanda a un mondo familiare e di popolo in una poetica di relazione.

Scrive l’architetto Mario Botta: «C’è da rabbrividire di fronte ad alcuni affondi pittorici penetrati nelle pieghe più nascoste delle figure, nei lineamenti dei volti e dei corpi, nella struttura della materia, nel dolore della carne. Vitali dipinge emozioni nelle quali ci identifichiamo».

Ma come è nata la passione per l’arte?
«Credo sia nata con me – ci dice Vitali –, l’ho sempre avuta. Sono nato in una delle più antiche famiglie di pescatori del lago. Non è stato facile né tantomeno scontato. È una specie di “virus” che si manifesta da subito. I miei genitori mi hanno aiutato per quanto potevano e gliene sono grato».

E i suoi maestri?
«Velázquez [e in suo onore chiamerà il figlio Velasco, quasi consegnandolo così al destino di pittore, ndr], Goya, Rembrandt, Caravaggio, Ceruti. Ma non cerco di rubar loro alcunché: se lo facessi, oltre che presuntuoso, sarei pure imbecille. Nel luglio del ’43 incominciai a lavorare all’Istituto di Arti Grafiche di Bergamo. Avevo tredici anni e mezzo. In un anno e mezzo vidi più quadri che nel resto della mia vita. Fu lì che scattò la molla: andavo spesso a Milano, cercavo di non perdermi nessuna mostra. E a ogni viaggio tornavo con un po’ di cultura, mi sembrava di aver capito qualcosa di nuovo. Ma io per temperamento sono vulnerabile, mi lasciavo influenzare da quello che vedevo. Così ho deciso: meglio essere se stessi. A vent’anni mi ero già scrollato dall’influenza dei pittori della generazione che mi precedeva e iniziai a dedicarmi alla pittura senza più alcun ostacolo mentale e culturale frapposto».

Perché la figura, che tanti suoi contemporanei hanno negato, resta centrale nella sua arte?
«Dipingere la testa di un uomo è come toccare la totalità. In questa testa c’è tutto. In un ritratto c’è l’atmosfera, c’è il paesaggio e poi c’è questo essere carico di emozioni. Guardi un peperone: non ha carattere. Da ogni essere umano puoi far saltar fuori questo carattere, questa umanità che io cerco di trasformare in pittura. L’avevo capito fin dall’inizio del mio percorso: a vent’anni avevo già dipinto oltre cento ritratti».

Il silenzio su (e di) Vitali si interrompe solo nel 1983 grazie all’incontro con Giovanni Testori. Lo scrittore non può (e non vuole) definire la sua pittura, ma fa di più, dà un nome all’artista, “Bellanasco”: «È lui, il vento che soffia la sera sul borgo natale del maestro, che entrato da sempre nel suo corpo, nella sua psiche, gioca a noi, come ha giocato e rigioca a lui, il tiro mancino di non lasciarsi afferrare; di non lasciarsi neppure definire».

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