Agorà

Lutto. Morto Gianluigi Rondi, il decano dei critici cinematografici

giovedì 22 settembre 2016
95 anni e non sentirli: Gian Luigi Rondi, il decano della critica italiana, il presidente dell'Accademia dei David di Donatello, il felpato e inossidabile grand commis del cinema italiano avrebbe festeggiato il suo compleanno il 10 dicembre con l'uscita in libreria delle sue "Lettere" dedicate ai maestri stranieri. La prima puntata del carteggio, riservata ai registi del cinema italiano, era apparsa lo scorso anno, svelando pieghe private, pentimenti, convinzioni e amori di un uomo e un intellettuale che molti hanno temuto, molti aspramente contestato, tantissimi ringraziato, tutti rispettato. Invece Rondi se ne è andato ieri notte, in silenzio, nella sua casa romana del quartiere Parioli, con lo stesso elegante riserbo che ha contraddistinto la sua vita. Figlio di carabiniere, nato per caso a Tirano in Valtellina il 10 dicembre 1921, cresciuto prima a Genova e poi a Roma, il giovane Rondi si innamora presto del cinema come il fratello minore, Brunello che sarà poi sceneggiatore e amico di Federico Fellini. Laureato in Legge alla Sapienza nel 1945, congedato dal servizio militare per un vizio cardiaco che gli risparmierà l'orrore della guerra, firma i suoi primi articoli sull'organo dei Cattolici Comunisti "Voce operaia" e milita nelle formazioni partigiane nella Roma occupata. Con Silvio d'Amico collabora alla rivista "Teatro" e all'Enciclopedia dello spettacolo, per poi trovare spazio, a guerra appena finita, sulle colonne del quotidiano "Il Tempo" di cui terrà per tutta la vita la rubrica di critica cinematografica. Da quella tribuna, che poi estenderà alla radio, alla televisione, a quotidiani stranieri come "Le Figaro" e "Le film Français", Rondi diventerà presto una voce ascoltata, riverita, spesso temuta. Il suo magistero critico si identifica presto nella politica culturale della DC di stampo andreottiano, l'uomo a cui avrebbe fatto sempre riferimento, così come ai suoi direttori al "Tempo": prima il liberale Renato Angiolillo e poi il democristiano Gianni Letta. Del "divo Giulio", avrebbe presto ereditato la sobrietà degli atti, la lucida analisi, la precisione maniacale, perfino l'abitudine di tutto annotare in agende private che sarebbero diventate un vero mito e un serbatoio prezioso di ricordi e memorie. Attento interprete degli orientamenti cattolici, Rondi entrò spesso in collisione frontale con gli intellettuali della Sinistra italiana: memorabile l'invettiva che gli indirizzò Pasolini, celebri le sue posizioni intransigenti in fatto di morale, meno noti i ripensamenti e i risarcimenti privati che il critico restituì nel tempo ad autori anche spesso duramente criticati come Antonioni a cui sembrava preferire la "chiarezza esplicita" di Pietro Germi. Giurato alla Mostra di Venezia già nel 1949 e poi in alcuni dei maggiori festival mondiali, la storia di Rondi si incrocia spesso con quella della Mostra di Venezia di cui è stato commissario, direttore, presidente in epoche diverse. Toccò a lui fronteggiare nel 1971 la contestazione dei registi italiani che gli organizzano un contro-festival veneziano in Campo Santa Margherita (le Giornate del Cinema italiano); tocca a lui dimettersi due anni dopo proprio in omaggio alle richieste di rinnovamento dell'Anac; tocca ancora lui nel 1983 riprendere il testimone di Carlo Lizzani alla guida della Mostra, organizzando una spettacolare parata di Leoni d'oro alla carriera in cui seppe mettere vicino Kurosawa e Fellini, Bergman e Chaplin. E poi, da presidente della Biennale affiancherà Gillo Pontecorvo (direttore) in una nuova fase di rilancio internazionale del festival. Senza mai lasciare lo scranno di decano della critica, Rondi è stato infatti anche un attivissimo organizzatore di rassegne e di premi (ancora ieri presiedeva l'Accademia dei David di Donatello). Del resto le decorazioni erano la sua segreta passione: quattro volte insignito dei titoli dell'Ordine di Malta, Legion d'onore della Repubblica francese, Cavaliere di Gran Croce della repubblica italiana, ne aveva oltre 30 conservate nel cassetto. Elegante e misurato nei gesti come nelle parole, sodale di Fellini anche nei vezzi (una candida sciarpa al collo per lui come per Fellini una rossa), amante del cinema italiano che nel tempo gli restituì un plauso alla fine unanime, Rondi era diventato un'istituzione prima ancora che un uomo. Amava il bianco e il nero, sullo schermo come nella vita. "Vestii a lutto nei primi anni '70 per onorare la morte di mio padre - amava ricordare - e da allora è diventata per me una sorta di uniforme. Poi ho pensato di metterci su una sciarpa bianca che mi rimandava al cinema più amato". Il suo film preferito rimane "La notte di San Lorenzo" dei fratelli Taviani, il regista prediletto Fellini "perché - diceva - è quello che ha inventato un modo nuovo dell'arte". E dietro gli occhiali spessi, l'ironia a tratti pungente, celava una fragilità interiore e un pudore degli affetti cui non venne mai meno, nel rapporto coi figli e i nipoti, nel legame con la moglie Yvette, scomparsa quattro anni fa. "Non mi rassegno alla noia, al non far niente, alla morte - confessò una volta -. Nella mia vita sono stato moralista e non solo morale, di questo mi pento, ma in privato, non sono mai stato un tipo espansivo".