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Cinema. Nanni Moretti racconta l'Italia in mezzo al Golpe del Cile del 1973

Alessandra De Luca sabato 1 dicembre 2018

Il regista Nanni Moretti durante la breve apparizione nel suo film “Santiago, Italia”

Un documentario sul colpo di Stato in Cile dell’11 settembre 1973 per raccontare la fine di un sogno politico e sociale, morto insieme al presidente Salvador Allende, ma anche la solidarietà e la generosità di un paese, l’Italia, che ancora stretta intorno a valori comuni salvò nella propria ambasciata a Santiago centinaia di giovani in fuga dai militari.

A tre anni da Mia madre Nanni Moretti torna al cinema con Santiago, Italia, presentato in chiusura del Torino Film Festival e realizzato intrecciando materiali di archivio e interviste ad alcuni dei cileni che trovarono rifugio e lavoro nel nostro Paese, dove tutt’ora risiedono.

I tragici eventi dell’“altro” 11 settembre, che lasciò un segno profondo nella generazione di quelli che allora avevano vent’anni, e di cui faceva parte lo stesso Moretti, vengono rievocati con grande commozione dal regista – che resta in disparte ed entra in scena solo in un fuorionda poi incluso nel film, quando afferma «io non sono imparziale» – e dai testimoni, che ricordano i bombardamenti da terra e dal cielo sul palazzo della Moneda, la radio che raccontava in diretta il golpe di Augusto Pinochet, l’ultimo straziante discorso di Allende («il mio sacrificio non sarà vano») che dal palazzo presidenziale non uscì vivo (suicidio? assassinio?), la deportazione in centri di detenzione come lo stadio e Villa Grimaldi, i brutali interrogatori, le disumane torture, e per tanti la salvezza oltre il muro di cinta della nostra ambasciata, dove ad accogliere i profughi c’erano due giovani diplomatici, Piero De Masi e Roberto Toscano.

Per un anno quella villa divenne una sorta di comune, dove anche la vasca da bagno si trasformava in un letto e dove si preparavano i lasciapassare per i richiedenti asilo. Furono in seicento circa a partire con un volo per l’Italia. «Era la fine di tutta una vita democratica, che di colpo si trasformava in dittatura, e questo Paese così libero divenne di colpo atroce. Per strada c’erano solo militari e avevi paura a uscire. La nuova vita era rimanere chiusi in casa», ricorda il regista Patricio Guzman. E De Masi rievoca quei giorni di terrore in cui i cileni correvano verso le ambasciate. «Quando ho cominciato a vedere questi ingressi incontrollati mi sono detto: che faccio? Avevo chiesto al mio ministero di darmi istruzioni sul da farsi, ma poi naturalmente mi sono ben guardato dal farlo e ho deciso di tenerli tutti, di non mandare via nessuno».

L’avvocato Carmen Hertz sottolinea come gli archivi desecretati della Cia, il rapporto Church del Senato degli Stati Uniti, documentino in modo certo l’intervento statunitense per impedire l’elezione di Allende prima e la sedizione poi, ma uno dei momenti più commoventi del film è quando viene ricordato il cardinale Raul Silva Henriquez, che provò a fermare i militari e che si occupò dei desaparecidos, trasformando le chiese in rifugi. Una figura chiave della resistenza cilena e dall’enorme statura morale. Mentre due dei militari di Pinochet rifiutano categoricamente le accuse e sostengono di aver salvato il paese dal baratro.

Ma a colpire lo spettatore, come dicevamo, è anche il racconto di un’altra Italia, affettuosa e solidale, accogliente e materna, che fece propria la causa cilena. «L’Italia del 1973 era un Paese meraviglioso – dice Rodrigo Vergara, oggi traduttore – che mi ha offerto un lavoro regolare in Emilia Romagna. Sono un rifugiato, come chi approda oggi qui senza nulla. Sono arrivato in Italia senza soldi e sono stato accolto». E Victoria Saez, artigiana, commenta: «Il Cile è stato un patrigno cattivo per me, mentre l’Italia è stata una madre generosa e solidale». Ed Erick Merino, imprenditore: «Sono arrivato come esule in un Paese che aveva fatto la guerra partigiana e difeso lo statuto dei lavoratori. Un Paese che era molto simile a quello che sognava Allende. Oggi invece anche in Italia a nessuno importa più nulla della persona che ha accanto, se può calpestarla lo fa in questa veloce corsa verso l’individualismo».

E sono proprio queste dichiarazioni a dirci la ragione per cui Moretti, che ha scoperto la storia dei due diplomatici italiani a Santiago durante un recente viaggio in Cile, ha scelto di riportare alla memoria quei fatti. Per guardare in faccia l’Italia di oggi senza retorica né invettive politiche, lontano dalla tradizione del documentario militante, attraverso una storia di grande umanità e compassione che racconta come eravamo quando a chi scappava da fame e violenza chiedevamo “cosa possiamo fare per te?”.