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STORIA. Montecassino, il calvario dell'abbazia tra i nazisti e gli yankees

Antonio Airò domenica 17 maggio 2009
«Ci sembra ancora incredibile che la guerra abbia compiuto contro questa abbazia… uno dei gesti più fieri e più ciechi del suo furore». Le parole di Paolo VI il 24 ottobre 1964 possono essere riprese per la visita di Benedetto XVI a Montecassino. Sessantacinque anni fa, dalle 9.28 alle 13.33 del 15 febbraio 1944, uno dei più massicci ed inutili bombardamenti nella storia della seconda guerra mondiale, con quattro ondate successive di oltre 200 aerei. distruggeva il simbolo insigne del monachesimo benedettino. «Obiettivo pestato come si deve», avrebbe scritto uno degli aviatori. Lo spettacolo che si presentò ai pochi monaci rimasti miracolosamente illesi, con il venerando abate Diamare, e ai tanti abitanti della zona che avevano cercato rifugio e aiuto nell’abbazia (i civili morti furono parecchie decine) era uno scenario di desolazione, di devastazione diffusa, di orrori impensabili. Per la quarta volta, nella sua storia secolare, l’abbazia era irriconoscibile, ridotta in frantumi. Averla distrutta è stata «una vergogna perpetua dell’età nostra e della nostra civiltà», dichiarava lo storico dell’antichità, il cattolico Gaetano De Sanctis, uno dei pochi docenti universitari che avevano rifiutato il giuramento di fedeltà al fascismo. Montecassino e il territorio circostante, all’indomani dell’8 settembre e soprattutto dello sbarco degli Alleati ad Anzio, sarebbero divenuti lo scenario tragico, con migliaia di vittime militari e civili, città e paesi rasi al suolo, di uno scontro armato che si sarebbe prolungato in ben 4 sanguinose battaglie dal gennaio al maggio 1944. Da una parte i tedeschi, al comando del generale Kesserling al quale Hitler aveva ordinato di tenere ad ogni costo la Linea Gustav con il suo reticolo di fortificazioni; e l’abbazia, per la sua posizione dominante, era il perno del sistema difensivo germanico. Dall’altra parte la multinazionale armata del generale Alexander con soldati americani, inglesi, neozelandesi, indiani, francesi, nordafricani, polacchi, italiani, per la quale la conquista del monastero era un passaggio obbligato se si voleva giungere a Roma. In questa guerra orribile e cruenta i monaci e la popolazione civile avrebbero pagato il prezzo più alto. Il lungo calvario di Montecassino era iniziato già con l’armistizio e l’occupazione tedesca. Il 10 settembre un bombardamento sulla città di Cassino aveva provocato 60 morti e gravi danni ad alcuni stabili dell’abbazia. L’edificio cominciava ad ospitare i primi profughi. Il 14 ottobre due ufficiali del Reich  salivano al monastero e invitavano l’abate a sgomberare  tutte le opere d’arte, l’archivio, l’antica biblioteca. Fino al 3 novembre un susseguirsi di autocarri avrebbe portato a Roma il grande patrimonio artistico dell’abbazia. Dapprima a Castel Sant Angelo e quindi alla  Biblioteca Vaticana. Anche i monaci, tranne un piccolo gruppo con l’abate, giungevano nella capitale e informavano il Vaticano della situazione. I tedeschi, al fine di salvaguardare il monumento, annunciavano di aver stabilito una zona neutra di 300 metri intorno alla badia e alle loro installazioni militari. A gennaio garantivano all’abate che gli edifici del monastero con il recinto circostante «non sarebbero stati in alcun modo utilizzati per fini bellici«. Ancora a febbraio – come si legge nella ricostruzione di un monaco testimone dei fatti – Montecassino restava «quasi pacifica e sublime asserzione del valore spirituale tra l’infuriare della guerra». Lo sbarco degli Alleati ad Anzio sembrava spingere verso una rapida conclusione della guerra. I tedeschi ritiravano le guardie all’ingresso del monastero, unica loro presenza militare fin allora. Ma il conflitto si incattivisce, diventa un logorante scontro con gli  Alleati che avanzano metro dopo metro (contando anche sul sostegno dell’aviazione) e i tedeschi che si difendono e contrattaccano spesso con successo. Massicci bombardamenti e il fuoco incrociato delle due artiglierie contrapposte caratterizzano ormai la vita quotidiana del monastero e della popolazione.  Montecassino diventa soprattutto per gli Alleati un ostacolo da superare e per il generale neozelandese Freyberg («Personaggio di enorme coraggio e limitato intelletto», questo il giudizio su di lui) bisognava ricorrere agli aerei. Si otteneva così il via libera dal generale Alexander, mentre l’americano Clark, comandante della V armata, continuava a restare perplesso. Per di più, il servizio d’informazione alleato aveva intercettato una conversazione in tedesco dove uno chiedeva se «l’abt» era presente nel monastero: «abt» al femminile è l’abbreviazione di «reparto, plotone», ma al maschile significa semplicemente «abate»... Di qui l’equivoco che rompe gli indugi sul bombardamento. Intanto nell’abbazia benedettina di Noci in Puglia, un monaco annotava: «Ci fu annunciato, con malcelata soddisfazione, l’ordine del comando alleato di bombardare Montecassino fino alla distruzione, giustificando il grave ordine con la presenza nel suddetto monastero dei soldati tedeschi». Non era vero. Nel  pomeriggio del 14 febbraio, alcuni giovani portavano a Montecassino dei  volantini lanciati dal cielo e firmati «La V armata». Dicevano tra l’altro: «È venuto il tempo in cui a malincuore siamo costretti a puntare le nostre armi contro il monastero stesso. Lasciatelo! Andatevene  subito». All’alba del 15 un ufficiale tedesco raggiungeva il monastero. L’abate chiedeva un lasciapassare per attendere l’arrivo degli Alleati. Il comando germanico si dichiarava disposto ad aprire una mulattiera che consentisse l’esodo della popolazione. Ma alle 9,28 si scatenava l’inferno di fuoco e fiamme.  Non ci fu alcun tedesco tra i morti. In serata un altro ufficiale germanico comunicava all’abate  che Hitler, per desiderio del Papa, avrebbe chiesto una tregua agli americani perché quanti erano nell’abbazia potessero lasciarla ed essere portati in Vaticano. L’ufficiale aggiungeva che Kesserling nella notte avrebbe avanzato la richiesta: «Speriamo che gli americani la concedano. Altrimenti la colpa ricadrà su di loro». Su domanda dei tedeschi, l’abate rilasciava una dichiarazione – era la verità – che nel monastero non vi erano militari del Reich.  La tregua non ci fu. Ci sono anzi dubbi che sia mai stata fatta conoscere agli Alleati. Infatti, mentre il 17 febbraio i superstiti lasciavano le macerie guidati dall’abate, Kesserling dichiarava che ciò che restava della badia «entrava a far parte del sistema difensivo tedesco» e i paracadutisti germanici si installavano all’interno dell’edificio. Il bombardamento di Montecassino restava però un grave errore, non solo strategico ma anche tattico. E risultò anzi controproducente, offrendo facili spunti alla propaganda nazista e anche fascista per definire come criminali gli Alleati. Infine la Linea Gustav avrebbe retto fino al 18 maggio, quando le truppe polacche alzarono la loro bandiera sulle rovine di Montecassino. Il 4 giugno Roma era libera.