Agorà

Il caso. Londra, boom in tv per i monasteri

Silvia Guzzetti venerdì 16 maggio 2014
Correva l’anno 2000 e la tele­visione pubblica attaccava senza pietà, con una cam­pagna che in molti definiro­no violenta, l’allora capo del­la Chiesa cattolica inglese cardinale Murphy-O’Con­nor sullo scandalo degli abusi sui minori. «Il danno era enorme per la Chiesa e, quan­do la Bbc mi contattò perché voleva por­tare un gruppo di laici a vivere nel mio mo­nastero e filmare che cosa sarebbe succes­so, vidi, in questa proposta, una possibilità unica di riparare l’immagine offuscata del cattolicesimo».  Padre Christopher Jamison, al tempo aba­te di Worth Abbey, monastero benedettino del Sussex, nel sud dell’Inghilterra, fu l’u­nico, tra tutti i responsabili delle abbazie del Regno U­nito contatta­ti dalla Bbc, a voler correre il rischio e vinse la scommes­sa. Con la sua 'scialuppa' di 22 monaci, svelta e facile da manovrare, riparò il dan­no fatto all’i­stituzione della Chiesa in Gran Bretagna. I programmi The monastery ('Il monaste­ro') e The big silence ('Il grande silenzio'), andati in onda tra il 2005 e il 2010, furono seguiti da milioni di telespettatori. Un suc­cesso popolare confermato anche dai suoi libri divenuti veri e propri best-seller, an­cora vendutissimi e tradotti in decine di lingue: Finding sanctuary  ('Trovare rifu­gio'), pubblicato anche in Italia da Mon­dadori, e Finding happiness ('Trovare la fe­licità').Il segreto del suo successo, spiega in que­sta intervista ad Avvenire, sta nella vita cristiana «che contiene le verità più profon­de sulla condizione umana ed è l’unica via, per quanto impegnativa, per la felicità. In questi programmi televisivi sono riuscito ad usare la Regola di san Benedetto per far camminare i nostri ospiti verso un posto nuovo, portandoli a una vita migliore di quella che vivevano quando sono entrati nel monastero».Nelle due trasmissioni, cinque candidati hanno vissuto per 6 settimane, grazie ai monaci, una esperienza di ritiro dal mon­do che ha genera vere e proprie conver­sioni, spesso drammatiche. Come quella di Tony, che viveva una vita fatta di «ses­so, droga e rock e roll», come racconta lo stesso padre Jamison, producendo, per professione, film pornografici. «Oggi ha cambiato completamente vita e fa atti­vità di volontariato in una parrocchia di Londra frequentando la chiesa, anche se non ha ancora chiesto di essere battez­zato. Mi ricorda i cittadini romani degli At­ti degli apostoli che non riuscivano a fa­re il salto e a diventare cristiani», dice l’ex abate di Worth che oggi guida l’ufficio vo­cazioni della Chiesa cattolica di Inghil­terra e Galles. Oppure John, antireligioso, molto ricco, con una infanzia infelicissima alle spalle, che ha aperto la Bibbia, durante il ritiro, e vi ha trovato le parole del salmo 14 («lo stolto ha detto nel suo cuore non c’è Dio») e si è mes­so a piangere. Oggi si è lasciato i soldi alle spalle e fa lo psicoterapeuta.  «Ci siamo accorti che la vita del monaste­ro offriva a queste persone delle verità sul­la loro vita che le portava a vere conversio­ni personali e, in un caso, quello di Carrie, una segretaria di una agenzia di pubblicità, anche al battesimo», continua padre Jami­son. «Sono rimasto solo in parte un po’ de­luso perché molti hanno ricevuto tanto dal­la Chiesa, ma non hanno sentito la neces­sità di entrarvi. Dio ha un suo piano che non sempre noi conosciamo». «La mia fortuna», racconta ancora padre Jamison, «è stata di poter collaborare con una società di produzione indipendente, 'Tiger aspects productions', che non ave­va nulla a che fare con la sezione investi­gativa della Bbc. Si trattava di grandi pro­fessionisti che volevano davvero collabo­rare con noi e avrebbero fatto di tutto per poter filmare questo programma dentro un monastero. Le cose sarebbero andate ben diversamente se avessi avuto a che fa­re con i giornalisti. Troppo spesso punta­no solo sulle debolezze delle persone ra­sentando la cattiveria».  Nel suo volumetto Trovare la felicità padre Jamison scrive che, negli ultimi cin­quant’anni, i cristiani sono stati troppo oc­cupati a costruire il regno di Dio, qui, sulla terra, e si comportano proprio come i non credenti. Hanno paura della morte e non coltivano la speranza nella Resurrezione. «Prima degli anni ’60 si parlava troppo di Inferno e Paradiso», spiega padre Jamison. «Oggi c’è il problema opposto. Ben pochi dei teologi si occupano delle questioni re­lative all’aldilà. Manca, negli ultimi cin­quant’anni, una escatologia. Il problema è che ci vuole un nuovo linguaggio per par­lare della morte, così come esiste oggi un nuovo linguaggio per parlare di sacramenti o di spiritualità». «Ho predicato, qualche settimana fa, al fu­nerale di un editore famosissimo, Paul Scherer, un cattolico che ha pubblicato le firme più importanti dell’editoria inglese, come Jilly Cooper e Joanna Trollope. Ho parlato del Purgatorio, citando santa Cate­rina da Genova, e ho detto che la gioia del Purgatorio è inferiore soltanto alla gioia del Paradiso perché chi vi si trova sa che vedrà Dio proprio come il vincitore di una ma­ratona soffre ma è contento di tagliare il traguardo. Erano tutti scioccati, cattolici e no, perché di questi argomenti, di solito, non si parla».